La pace e le bombe in Italia

Indiscrezioni sul trasferimento dalla Turchia di 50 ordigni nucleari ad Aviano, mentre Cagliari ospita la marcia della pace promossa dalla Chiesa italiana

È tradizione associare l’inizio del nuovo anno con il desiderio di pace e, infatti, chiese e società civile promuovono delle marce simboliche tra il 31 dicembre e il primo gennaio. Nel passaggio tra 2019 e il 2020 la Chiesa italiana con l’ufficio di pastorale sociale, l’Azione Cattolica e il movimento Pax Christi hanno scelto la città di Cagliari per la marcia della pace numero 52.

Un segno di attenzione verso una terra attraversata spesso da esercitazioni militari congiunte, sede strategiche di diverse basi interessate alla sperimentazione di nuove armi, nonché luogo dove, proprio a pochi chilometri dal santuario cagliaritano di Bonaria, una società italiana, controllata dalla multinazionale tedesca Rheinmetall, produce bombe per caccia bombardieri. L’invio di tale materiale utilizzato dai committenti sauditi nel conflitto in Yemen ha suscitato qualche polemica, tanto che il governo Conte ha deciso di sospendere l’invio di tali ordigni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, senza promuovere soluzioni alternative per i lavoratori coinvolti in una zona ad altissimo tasso di disoccupazione.

È rimasta,finora, senza alcun cenno di riscontro una lettera inviata, da diverse associazioni, il 27 settembre all’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio per richiedere l’interruzione di ogni fornitura di armamenti, non solo le bombe, verso tutti i Paesi coinvolti nella guerra in Yemen, oltre a sostenere reali «alternative lavorative per il Sulcis-Iglesiente e tutte le aree italiane soggette al “ricatto” occupazionale del settore degli armamenti in particolare rifinanziando il Fondo per la Riconversione previsto dalla legge 185/90 ed attivando piani e programmi occupazionali fondati sullo sviluppo sostenibile (Agenda 2030)».

Ma le domande senza risposta sono tante su diversi fronti. A partire dall’annunciato progresso del conflitto nel vicino territorio libico fatto a pezzi dopo l’intervento militare occidentale del 2011. Luogo che non può essere considerato un porto sicuri per i migranti, come ribadisce l’Onu.

Ma la notizia più recente riguarda l’ipotesi del trasferimento in Italia di 50 bombe nucleari provenienti dalla Turchia. Ne ha parlato un ex alto ufficiale statunitense, già comandante della base Usa di Aviano in Friuli, in un’intervista rilasciata all’agenzia Bloomberg. È arrivata una nota ufficiosa del Ministero della Difesa che non avvalora tale eventualità, che sembra, tuttavia, verosimile in considerazione dei  nuovi equilibri geopolitici indotti dai rapporti ravvicinati, con tanto di fornitura di missili balistici, tra la Russia e la Turchia. E cioè con uno dei Paesi cardine della Nato.

Il vero problema, ad ogni modo, riguarda il fatto già esistono 70 bombe nucleari in Italia, pronte ad essere sostituite da un piano di ammodernamento da concludersi nel 2021. Un fatto noto, che non entra finora nel dibattito pubblico perché rimosso da principali partiti politici, anche se i media ne parlano ogni tanto.

Probabilmente pesa anche una sorta di assuefazione verso una minaccia atomica che sembra remota nonostante i continui appelli della Federazione degli scienziati americani. E su questa rimozione, che può anche accettare il trasferimento delle bombe stanziate in Turchia, molto resta da ragionare. A partire dalla Chiesa che con papa Francesco ha ribadito la follia dell’arma nucleare nel suo ultimo viaggio in Giappone.

 

 

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