La pace è il nome di Dio

«Chi usa il nome di Dio per odiare e umiliare l’altro abbandona la religione pura». È l’appello finale del Meeting internazionale per la pace della Comunità di Sant’Egidio.
barcellona

Dopo 25 anni lo Spirito di Assisi soffia ancora. Era il 1986 quando Giovanni Paolo II li radunò per la prima volta nella città di San Francesco. A Barcellona i leader della grandi tradizioni spirituali sono tornati. Eccoli lì, ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, indù. Di nuovo insieme per dire al mondo con la parola e il silenzio della preghiera che «la pace è il nome di Dio».

Sono passati 25 anni e non hanno mai cessato di credere che valesse ancora la pena percorrere le strade del mondo in nome della pace. Hanno pregato in diversi punti della città catalana, ciascuno secondo la propria tradizione religiosa. Poi hanno sfilato lungo le vie strette della città vecchia fino a raggiungere la piazza del Rej, dove una folla in festa li ha accolti con un lungo applauso.

Si è concluso nella maniera più solenne, il Meeting internazionale per la Pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. «Chi usa il nome di Dio per odiare e umiliare l’altro – è l’appello finale – abbandona la religione pura. Chi invoca il nome di Dio per fare la guerra e per giustificare la violenza va contro Dio. Nessuna ragione o torto subito giustificano mai l’eliminazione dell’altro».

 

Pesano gli anni appena passati. Come dimenticare New York, Londra, Madrid. E tanti altri luoghi di morte ancora. Per questo, durante la cerimonia, i microfoni si sono spenti e per un minuto si pregato per le vittime delle guerre, della violenza, di tutti i conflitti sparsi nel mondo. Un silenzio intenso, carico della sofferenza profondissima vissuta in tante parti del pianeta.

 

«Niente è perduto con il dialogo. Tutto diventa possibile, anche immaginare la pace». È questo il messaggio che i leader religiosi hanno consegnato martedì 5 ottobre ad un gruppo di bambini, come un commovente atto di consegna alla generazione del futuro. Anziani rabbini e cardinali, monaci buddisti e metropoliti si sono inchinati vedendo in loro l’alba del domani. «Usciamo da Barcellona – dice Andrea Riccardi – con tanta speranza, convinti che il dialogo sia l’arnese d’oro con cui costruire un mondo migliore, con cui dare pace, con cui vivere in pace».

 

25 anni sono passati da quel lontano 1986. E credere oggi nell’utilità di questi gesti pur sempre simbolici di riconciliazione sembra una ingenuità. Si possono “misurare” i frutti del dialogo? E che peso effettivo hanno avuto questo tipo di incontri sulla storia dei processi di pace? «Siamo venuti qui – ha detto ai giornalisti Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio – perché convinti che il dialogo non è una parola retorica. La storia della Comunità di Sant’Egidio è costellata di prove che dimostrano quanto invece il dialogo sia concreto».

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