La nuova sfida della libertà nella “terra della fraternità”

Il Portogallo ha festeggiato 40 anni di riconquista della libertà avvenuta con la “rivoluzione gentile”dei garofani. Una nuova occasione  per riflettere su quello che resta da fare da quel giorno in cui il segnale fu lanciato con le note di “Terra di fradernidade”. Dal nostro corrispondente
RIVOLUZIONEGAROFANI

Sono passati quattro decenni da quella mattina in cui il Paese si è svegliato per un’era nuova, liberandosi dalle catene di una dittatura, dal peso dell’isolamento, dalla tragedia di una guerra. Il profumo della libertà invase le strade e in una – forse improbabile – dimostrazione di maturità politica, il Paese ha saputo vivere una rivoluzione e, nonostante le vicissitudini iniziali, operare un’invidiabile processo di transizione democratica.

Il Portogallo si è reinventato, ha creato le condizioni perché i diritti fondamentali come la sanità, l'istruzione o la giustizia fossero alla portata di tutti, non solo di pochi privilegiati. Si è aperto verso l'esterno, ha aderito al progetto europeo ed è entrato in una fase di sviluppo senza precedenti, tanto che oggi è quasi impossibile immaginare le condizioni in cui vivevano milioni di portoghesi fino a neanche mezzo secolo fa.

Come è certo che tutto è cambiato in 40 anni, è certo anche che oggi non è possibile celebrare la Rivoluzione dei Garofani senza tener conto di un fattore determinante: quasi metà dell’attuale popolazione portoghese non era ancora nata il 25 aprile del 1974. Ciò significa che questa considerevole parte di popolazione non ha il minimo ricordo diretto di cos’era la vita in Portogallo a quel tempo, né di cosa è stata quest’avventura affascinante, ma allo stesso tempo tribolata, di imparare a vivere in una società democratica. Molti, più del 30 per cento, non ricordano neanche che c’è stato un tempo in cui il Portogallo non era parte del progetto europeo. Conoscono solo i ricordi ricevuti in eredità dalla Storia e da chi è loro accanto, ma anche da ciò che incontrano ogni giorno, nella realtà del Paese costruita negli ultimi 40 anni.

Cambiamento
In questo percorso non si contano, naturalmente, solo vittorie. Sono stati molti i momenti difficili da superare, come la crisi attuale, vista da molti come il più difficile di tali momenti. I portoghesi sentono che oggi vivono peggio, che il Paese è meno giusto, che diritti ritenuti acquisiti sono messi in discussione, o che si guarda al futuro con pessimismo. Molti scelgono di emigrare, lasciandosi alle spalle una terra che, sentono, non offre loro alcuna opportunità. A questo si aggiunge il tanto discusso discredito della classe politica e la crescente difficoltà nell’aver fiducia delle istituzioni.

Soprattutto in questo tempo, in cui si celebra l’anniversario della rivoluzione, si sente spesso dire, attualizzando una poesia di Fernando Pessoa, che “c’è da realizzare Aprile”. E in questi tempi difficili in cui viviamo, la sensazione è che c’è molto da realizzare di quello che i portoghesi hanno desiderato per il futuro del paese.

Il dibattito è lì, tutti i giorni sulla stampa, sui social network, nelle chiacchiere da bar. Abbiamo bisogno di politici più competenti, dobbiamo investire nell’istruzione e nella ricerca, dobbiamo ricostruire il tessuto economico, dobbiamo alleggerire l’austerità, dobbiamo ridurre il debito, abbiamo bisogno di una visione strategica del futuro, dobbiamo investire nel mare e nell’agricoltura… sono innumerevoli le proposte, le idee, le posizioni strategiche e politiche, ma quasi sempre scarseggiano i canali di comunicazione tra le varie parti e le possibilità di raggiungere intese su cosa fare in futuro.

Fraternità
Questo momento difficile rappresenta sicuramente una grande sfida per il Paese, per i politici, ma, forse soprattutto, una grande sfida per ognuno di noi, per ogni cittadino. Una sfida di responsabilità. La responsabilità di rispettare la libertà conquistata 40 anni fa, la libertà per essere protagonisti, e non solo soggetti sottomessi, della costruzione della società in cui viviamo. Perciò ognuno riceve la sfida di una partecipazione attiva alla vita pubblica. Che non passa necessariamente per la militanza partitica o per l’assunzione di una carica pubblica, ma neanche si limita all’esercizio diretto del voto. Ha una radice più profonda: l’impegno per il bene comune.

Quest’impegno attivo per il bene comune, per una cultura di fraternità può, certamente, essere un importante contributo per rinnovare la politica. Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari, parlava della «politica arricchita dalla fraternità» come una nuova categoria politica, come la «politica autentica». Una realtà che, per concretizzarsi, deve avere «la fraternità come base, credere nei valori profondi, eterni della persona umana e solo dopo mobilitarsi per l’azione politica».

L’azione politica ispirata da una cultura di fraternità implica, necessariamente, la priorità per la risoluzione dei problemi dei cittadini, specialmente quelli che soffrono di più. Allo stesso tempo, crea la consapevolezza che anche altri progetti, altre posizioni ideologiche, possono avere le risposte ai problemi, valide quanto quelle ritenute le migliori. Ne consegue naturalmente l’apertura al dialogo, lo scambio di idee, la costruzione di progetti comuni, tutto per trovare le soluzioni migliori.

È una sfida utopica? Anche 40 anni fa la fine della dittatura sembrava un’utopia. Ma una sera la radio passò una canzone, e da lì…

da Cidade Nova Portogallo

Traduzione italiana di Domenico D’Amiano

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