La festa di tutti nella città di tutti

Una lettrice, di passaggio nel capoluogo lombardo, coglie vicende di vita quotidiana alla vigilia dell'anno nuovo.
capodanno milano

Avevo desiderio di silenzio e di solitudine. Paradossale, forse, cercarli a Milano e non in un eremo di montagna. Ma ogni luogo può diventare un chiostro, dipende con quali occhi si guarda e si ascolta.

 

Giornate di riposo con vari amici, brutto tempo, freddo e umido, cielo ghiaccio sporco, alto tasso di smog e un po’ di pioggia sottile e penetrante. Deterrenti ideali per godersi casa. Casa. Altro paradosso sentirsi al sicuro quando non si conoscono neanche gli inquilini. Mi accennava un amico giorni fa che la notte di Natale gioia, pace e serenità erano altrove. I suoi inquilini del piano superiore, una coppia eritrea, si sono fatti gli auguri a modo loro: 113 e 118 a sirene spiegate sotto il portone ad aspettarli. E non era la prima volta.

 

Ho camminato un po’ oggi, da sola e in compagnia, a piedi, sui mezzi e in taxi. La strada è un palcoscenico di struggente bellezza. Nella giornata di oggi ognuno si sente protagonista, perché la fine dell’anno è per tutti. Non contano il ceto sociale, il titolo, il ruolo che ci spetta e la parte che recitiamo. È festa, si presume che lo sia, a ogni latitudine, ce lo ripete il tg da anni e tutti gli anni: le immagini sono sempre quelle da Sidney a Sidney dopo 24 ore.


Li osservavo oggi, cercavo di collezionare ricordi di ognuno, desiderosa di fissarli al più presto. Avrei voluto fotografare questo campionario di umanità così varia, ai margini – liquidiamoli con questa aberrante definizione -, fermarmi e ascoltare i gemiti di ognuno. Le grida della signora con sacchetti pieni di bambole dai capelli arruffati, come i suoi, il borbottio di un altro che pesta i piedi e traballa, si appoggia al muro, si schiarisce la voce e poi riprende a borbottare, grida anche lui e poi canta. Sono solo le 17, cosa sarà tra qualche ora.

 

La città è immersa nella foschia, una coltre di umido gelo che raffredda anche gli animi. Poche persone in giro, al mattino e alla sera. Pochi i negozi aperti, i commercianti non vedono l’ora di andare a casa, ci dicono, già a fine mattina. Un altro signore mi augura buon anno mentre fa un giro su se stesso imitando Fred Astaire e sono solo le 13. Un venditore di petardi prova un bengala accendendolo sulla centralina telefonica, un piano d’appoggio poco felice. Ma come impedirglielo, si muove con disinvoltura, sotto gli occhi ammirati dei figli che si godono lo spettacolo in anteprima: pochi minuti prima delle 19.

 

Mentre attendo l’autobus, sbircio all’interno di una sartoria, in fermento per gli ultimi ritocchi agli abiti. Le commesse sono impegnate tra clienti e sarti; via vai anche al vicino centro di bellezza, dai vetri appannati che lasciano solo trasparire scorci di viola delle lampade a ultravioletti. Dall’altra parte della strada il supermercato è preso d’assalto, come prima delle partenze per il mare. Come ogni ultimo dell’anno. Manca sempre qualcosa per completare il menu. Lavorano anche i negozi di fiori lungo la strada e le pasticcerie. Faccio posto a una coppia di anziani signori diretti a un centro neurologico poco distante dalla strada che stiamo percorrendo. Non conoscono la fermata e sembrano smarriti, il tremore accentuato del signore è più eloquente di ogni parola. Li guardo scendere dal bus, sotto braccio, attraversare la strada e dirigersi all’ingresso principale. Certi posti non chiudono mai, certi dolori non sembrano avere viatico e, forse, neanche soluzione.

 

Sulla via del ritorno mi fermo dal fornaio. La proprietaria, una signora araba, mi regala una pizzetta di buon augurio, mentre controlla le ultime consegne con la commessa, una ragazza italiana. Vorrei salutarla con l’augurio musulmano, ma il suo accento quasi milanese mi suggerisce di assecondarla nel desiderio di sentirsi integrata, altra aberrante definizione. I ruoli si invertono, nelle città grandi i mutamenti sono più rapidi e meno indolori che nelle città piccole.

 

Dal portone accanto alla fermata del bus fa capolino un anziano signore con il bastone. Fatica a muoversi e impiega tempo per aprire la porta. Arranca e, con tutta la voce che ha, grida: «Amico!». Dalla parte opposta della strada un venditore ambulante singalese accorre sorridente. Deve essere una scena abituale: «Amico mio, andiamo all’edicola. Questo è per te». L’anziano signore porge una liquirizia con la mano tremante al giovane singalese, che sorride, ringrazia e lo prende sotto braccio: “Certo, andiamo”. I due si allontanano con passi incerti e lenti.

 

Cammino di nuovo a piedi a metà pomeriggio, un silenzio irreale per un giorno infrasettimanale e per un giorno di festa, interrotto solo da qualche botto. Raggiungo altri amici per andare a messa. La cappella è popolata da tante persone anziane, molte sono donne sole, solidali tra loro, alcune si salutano e si scambiano gli auguri. Mi sfiora un odore di canfora, di colli di pelliccia applicati a giacche e a cappotti per la festa. E’ la festa di tutti, anche di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese e non è potuto andare dal parrucchiere. Allora il cappello torna utile, anche perché fuori pioviggina. Una signora arriva in ritardo e si siede davanti a noi: attira l’attenzione della sua vicina che non le stacca gli occhi di dosso per il resto della funzione. E’ il suo portamento, forse, a catturarla: un lungo cappotto di visone, scarpe basse, grande borsa di coccodrillo e guanti, sciarpa e cappello di lana verde scuro. L’elegante signora non sembra badare agli sguardi, si inginocchia e si copre il volto con le mani, resterà così fino alla fine.

 

Ascolto i brevi scambi degli amici con alcuni conoscenti all’uscita della messa: salute, denaro, famiglia, lavoro. Auguri di prosperità, si ripetono con una stretta di mano. Mi svincolo a fatica dal gruppo, anticipiamo il brindisi e prometto di recuperare il tempo perduto nei prossimi giorni.

 

Prendo un taxi, poche battute con l’autista, al lavoro da due ore, cena con i figli e poi turno fino al mattino. Lo ha scelto perché si lavora bene l’ultimo dell’anno. Condivide con me un sms che ha appena ricevuto dall’ex moglie: «Sappi che in questa notte ti penserò. Capisce, signora, mi penserà…ma se l’ho lasciata due anni fa. Si può scrivere roba simile, mi dica cosa ne pensa». Per organizzare una risposta avrei bisogno di un mese. Provo a balbettare qualcosa: «Chissà, l’ultimo giorno dell’anno ognuno ha diritto di sperare che qualcosa possa accadere, qualcosa di nuovo, forse. Proviamo a crederci, magari». Mi guarda dallo specchietto retrovisore. Evito di aggiungere altro e guardo fuori. «Si divertirà stanotte?» mi chiede prima di salutarmi. Altra domanda che mi comporta una sintesi di pensiero incredibile: «Diciamo che mi riposerò, con immensa gioia, mi spiace per lei che lavorerà». Questa risposta sembra soddisfarlo e aggiunge: «Ha ragione, in controtendenza rispetto agli altri. Oggi ci riposiamo, tanto ci divertiamo tutto l’anno, no? Auguri anche a lei».

 

I botti si fanno insistenti. La mezzanotte è vicina. Ripenso alla straordinaria umanità di oggi e a quella che mi sfiora ogni giorno. Straordinaria per me, così quotidiana per ciascuno di loro. È questa sera a caricarsi di novità, questa notte. È festa per tutti, ciascuno a suo modo. Ciò che sembra irreale, incredibile, drammatico, impensabile è ordinario per molti. Si può aver perso il lavoro, la salute, la casa, la moglie e anche la dignità. Ma il 25 e il 31 dicembre non possono mancare. Esistono, non può portarli via nessuno, restituiscono l’attesa e, chissà, forse anche la speranza. Briciole di illusioni, consumate spesso a suon di botti e di birra, se non di botte. “It’s a miracle, another miracle”, cantano i Pink Floyd, sottofondo musicale mentre scrivo questo testo. Mi sembra la chiusura più bella.

Buon anno.

 

L.R., di passaggio a Milano

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