La crudele sfida di Idlib

Per la conquista dell’ultima grande città rimasta in mano dei non-governativi, è in atto una mini-guerra mondiale nella regione. Chi ci rimette sono ovviamente i civili, masse di profughi in movimento. Ma dove stanno le colpe? Sono condivise…
AP Photo/Ghaith Alsayed

Intorno a Idlib, nella Siria nord-occidentale, si sta consumando un pesante braccio di ferro tra i governativi siriani che avanzano, appoggiati dall’aviazione russa, e la costellazione antigovernativa jihadista e filoturca appoggiata da Ankara. Dall’inizio dell’anno sarebbero caduti una cinquantina di soldati turchi, mentre, secondo Ankara, quasi 70 governativi siriani sarebbero stati “neutralizzati”, uccisi o feriti. Ma i bollettini di guerra annunciano ogni giorno morti tra i militari turchi e siriani e l’escalation si è intensificata nei giorni scorsi.

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L’offensiva di Damasco, lanciata prima di Natale, è arrivata a una manciata di chilometri da Idlib, il capoluogo della regione, provocando la fuga verso la frontiera turca di 950 mila profughi, in gran parte familiari di combattenti antigovernativi oltre a numerosi abitanti originari della regione, tutti costretti a sfollare a causa dei bombardamenti. Ma la frontiera è blindata dai militari turchi, pronti ad intervenire contro i governativi siriani, che, però, intanto chiudono la strada ai profughi.

Il presidente russo Putin sta tentando di mediare un accordo con il presidente turco Erdogan per allentare la tensione. Ma se da una parte Erdogan minaccia di allargare il conflitto e assicura per l’ennesima volta che “espellerà” verso l’Europa molti profughi da tempo presenti in Turchia, dall’altra i russi non sembrano avere alcuna intenzione di bloccare la riconquista dell’ultima regione siriana controllata dai ribelli, anche se i civili morti in due mesi sotto le bombe, soprattutto quelle siriane e russe, sono stati almeno 300, oltre 1500 negli ultimi 9 mesi. Missili e bombe su scuole, asili e rifugi non fanno quasi più notizia.

In questo scontro di potenti, la piccola Iman di un anno e mezzo morta di freddo ad Afrin il 13 febbraio tra le braccia di suo padre potrebbe non essere, purtroppo, un caso isolato. L’Unicef segnala che la grande maggioranza degli sfollati nella regione sono bambini, accampati in tende e strutture di fortuna, al freddo e sotto la pioggia. Una fonte Onu precisa che gli sfollati dal 1° dicembre a oggi sono 948 mila, e che di questi 569 mila sono minori e 195 mila sono donne.

Ma la posta in gioco non consente a nessuno dei contendenti di cedere, ciascuno attribuendosi naturalmente il diritto di difendere l’unica giusta causa: la propria. Per i siriani di Assad è in gioco la possibilità di riprendere il controllo della maggior parte del Paese e in questo modo sedere al futuro tavolo delle trattative da una posizione che non sia già di sconfitta, pena il disfacimento del Paese. Per i russi è in gioco il ruolo di potenza affidabile per il futuro controllo della regione. Per Erdogan è in gioco il controllo sui curdi e la politica islamista di recupero dei fasti perduti dell’impero ottomano. Va probabilmente compresa in questa ottica la recente affermazione del presidente turco che nel Nord della Siria la Turchia «è padrona di casa, non un ospite».

Gli statunitensi sotto sotto sperano che la Turchia attacchi la Siria sfidando i russi, tornando così all’ovile della Nato dal quale si stava allontanando. Per Israele è imprescindibile contrastare l’avanzata iraniana in Siria. Per i curdi è fondamentale resistere ai turchi e mantenere l’autonomia da Damasco. Per gli iraniani è giocoforza stare con i russi e contro gli statunitensi. E poi ci sono di mezzo a vario titolo sauditi, emiratini, qatarioti ed Hezbollah libanesi, senza contare al-Qaeda, Isis, Fratelli musulmani e qualche decina di migliaia di foreing fighter e uiguri cinesi da sistemare, e chi ne ha più ne metta, compresi i fabbricanti di armi statunitensi che sostengono Trump, e gli sono grati per aver finalmente tolto il blocco alla produzione di mine antiuomo.

In questo panorama deprimente, il recente appello umanitario di 14 ministri degli Esteri europei, se da un lato lascia il tempo che trova, per un altro verso è indisponente per i siriani. Perché getta in modo paternalistico tutta la colpa del disastro solo sulle spalle del governo siriano, che ha certamente le sue responsabilità anche gravi, ma non è “il colpevole” di tutto, come europei e statunitensi continuano fin dall’inizio a sostenere. Un appello, soprattutto, che non considera da che pulpito viene la predica: gli europei in Medio Oriente brillano per assenteismo politico, le armi prodotte in Europa (e negli Usa) arrivano a bizzeffe a tutti, il silenzio europeo sulle pretese turche e sulla connivenza con esse del governo Usa per salvare la Nato, non autorizzano nessun ministro europeo a emettere sentenze di condanna travestite da appello umanitario.

 

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