La comunità

Cosa rende cristiana una comunità? Quando si realizza? Quale la sua missione? Ne La vita comunitaria dei cristiani, edito da Città Nuova, Bonhoeffer offre una riflessione di grande ricchezza spirituale.
La vita comunitaria dei cristiani_Bonhoeffer_Città Nuova_2015

«Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133, 1)2. Il nostro scopo, nelle pagine seguenti, sarà quello di riflettere su alcune indicazioni e regole che ci vengono proposte dalla sacra Scrittura per la vita comune, sotto l’autorità della Parola. Per il cristiano non è cosa ovvia il poter vivere fra altri cristiani. Gesù Cristo visse fra gente a lui nemica. E alla fine fu abbandonato da tutti i suoi discepoli. Sulla croce si è ritrovato completamente solo, circondato da malfattori e da chi si prendeva gioco di lui. Era venuto per questo: per portare la pace ai nemici di Dio. Allo stesso modo, il posto del cristiano non è nella reclusione di una vita claustrale, ma in mezzo ai nemici. Lì si svolgono il suo compito e il suo lavoro. Il Regno si compie in mezzo ai tuoi nemici. Non voler accettare questo significa non voler appartenere al Regno di Cristo, ma vivere circondato da amici, seduto fra rose e gigli, lontano dai cattivi, in una cerchia di gente pia. Oh, bestemmiatori di Dio e traditori di Cristo! Se Cristo avesse fatto come voi fate, chi mai avrebbe potuto essere salvato? (Lutero). Dopo che li avrò dispersi fra i popoli, nelle regioni remote si ricorderanno di me (Zc 10, 9).

 

È volontà di Dio che la cristianità sia popolo disperso, disseminato come seme gettato «fra tutti i regni della terra» (cf. Dt 28, 25). È, insieme, maledizione e promessa: il popolo di Dio deve vivere in paesi remoti, fra gente che non crede; e così diverrà seme del Regno di Dio in tutto il mondo. «Li chiamerò a raccolta, quando li avrò riscattati», «e torneranno» (Zc 10, 8.9). Quando accadrà? È già accaduto in Gesù Cristo, morto «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 52), e diverrà visibile alla fine dei tempi, quando gli angeli di Dio «raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli» (Mt 24, 31). Fino a quel momento, il popolo di Dio rimane disperso, tenuto insieme dal solo Gesù Cristo; la sua unica forma di unità, nella diaspora in mezzo ai non credenti, è il ricordarsi di lui in terra lontana. Così, nel tempo che intercorre fra la morte di Cristo e il giudizio finale, la possibilità di alcuni cristiani di vivere in una comunità visibile con altri cristiani si dà solo per una sorta di anticipazione delle cose ultime, per grazia. È per grazia di Dio che un’assemblea può riunirsi in maniera visibile in questo mondo intorno alla Parola di Dio e al sacramento. E non tutti i cristiani partecipano di questa grazia. I carcerati, gli ammalati, quelli che vivono isolati per diaspora, i predicatori del Vangelo in terra pagana sono soli. Essi sanno che ogni comunità visibile è una grazia. […]

 

La presenza fisica di altri cristiani è, per il credente, una fonte di gioia e di ristoro incomparabile per il credente. Al termine della sua vita l’apostolo Paolo, mentre è in carcere, non può nascondere una grande nostalgia, per cui chiama presso di sé Timoteo, «vero suo figlio nella fede» (cf. 1 Tm 1, 2): vuole rivederlo e averlo al suo fianco. Non ha scordato le lacrime che Timoteo aveva versato al momento dell’ultimo addio (cf. 2 Tm 1, 4). Pensando alla comunità di Tessalonica, poi, prega «con viva insistenza, notte e giorno, di poter vedere il vostro volto» (cf. 1 Ts 3, 10); e Giovanni, l’apostolo ormai invecchiato, sa che la gioia che i suoi gli procurano non sarà perfetta se non quando potrà recarsi presso di loro in persona, e parlare a voce con loro, piuttosto che per mezzo di lettere e inchiostro (cf. 2 Gv 12).

[…]

Attraverso la presenza fisica del fratello nella fede, il credente celebra Dio creatore, riconciliatore e salvatore, Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Il prigioniero, il malato, il cristiano nella diaspora riconoscono nella visita di un fratello il segno fisico della grazia del Dio trinitario. Sia il visitatore che il visitato riconoscono, nella solitudine dell’uno presso l’altro, il Cristo presente nel corpo; si accolgono e si incontrano a vicenda come si incontra il Signore, nel rispetto, nell’umiltà e nella gioia. Accolgono reciprocamente questa benedizione come benedizione del Signore Gesù Cristo. Se, dunque, il solo incontro di un fratello con un altro fratello comporta già tanta felicità, quale inesauribile tesoro si spalancherà per coloro che, secondo la volontà di Dio, sono ritenuti degni di vivere in comunione quotidiana di vita con altri cristiani! Certo, può capitare che quanto, per chi è solo, appare come una grazia straordinaria, per chi ne beneficia ogni giorno possa sembrare cosa di poco conto, persino calpestabile. Ci si dimentica facilmente che la comunione con i fratelli cristiani è un dono gratuito del Regno di Dio, che ci può sempre essere chiesto indietro, con la conseguenza di poterci noi trovare, in breve, gettati nella più profonda solitudine. Per questo motivo, dunque, chi ha potuto fino a oggi vivere una vita cristiana in comunione con altri cristiani, è bene che celebri la grazia di Dio dal profondo del cuore, che ringrazi Dio in ginocchio e che riconosca: è per grazia, per pura grazia, che oggi ci è ancora consentito di vivere nella comunione con i fratelli cristiani.

[…]

La comunione cristiana è comunione per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Non esiste alcuna comunione cristiana che abbia in sé qualcosa di più o qualcosa di meno di questo.

La comunione cristiana non può essere altro: sia nel caso di un incontro occasionale, sia nel realizzarsi quotidiano di una comunione che dura negli anni. Apparteniamo gli uni agli altri solo per Gesù Cristo e in Lui.

Che cosa significa? Innanzitutto, che un cristiano ha bisogno di un altro a causa di Gesù Cristo. Poi, che un cristiano incontra l’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. Infine, che siamo stati eletti in Gesù Cristo fin dall’eternità, che da lui siamo stati accolti nel tempo e riuniti per l’eternità.

[…]

Noi che viviamo quaggiù nella sua comunione, saremo un giorno presso di Lui in una comunione eternizzata. Chi posa lo sguardo sul fratello deve sapere che sarà eternamente unito a lui in Gesù Cristo. Comunione cristiana significa comunione per e in Gesù Cristo. È su tale fondamento che si fondano tutte le prescrizioni e regole della Scrittura per la vita comune dei cristiani.

Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi, infatti, avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri… Ma vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più (1 Ts 4, 9s.).

 

È Dio stesso che si è fatto carico di istruirci riguardo all’amore fraterno; tutto ciò che gli uomini possono ancora aggiungere in materia è semplicemente la memoria di questo insegnamento divino e l’esortazione a perseverarvi in maniera più piena. Quando Dio rivolse a noi la sua misericordia, rivelandoci Gesù Cristo quale fratello; quando conquistò il nostro cuore con il suo amore: in quel momento cominciò anche l’insegnamento sull’amore fraterno. Fu la misericordia di Dio verso di noi a istruirci sulla misericordia verso i nostri fratelli. Ricevendo il perdono invece del giudizio, siamo stati predisposti al perdono fraterno. Siamo divenuti debitori verso i nostri fratelli di quanto Dio ha fatto per noi. Quanto più avevamo ricevuto, tanto più potevamo donare e, al contrario, quanto minore risultava il nostro amore per i fratelli, tanto meno, con ogni evidenza, eravamo vissuti nella misericordia e nell’amore di Dio. Dio stesso, in questo modo, ci ha insegnato a incontrarci gli uni gli altri come Egli ci ha incontrati in Cristo.

 

da "La vita comunitaria dei cristiani" di Dietrich Bonhoeffer (Città Nuova, 2015)

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