La Chiesa italiana e i suoi testimoni

Nella crisi del Paese, il richiamo di papa Francesco ad un coraggioso rinnovamento evangelico. La medicina della fraternità
Papa Francesco davanti alla tomba di don Tonino Bello (AP Photo/Andrew Medichini)

Nel novembre del 2015, al convegno della Chiesa italiana, papa Francesco disegna un profilo di riforma che ha la misura di un rinnovamento evangelico coraggioso, con al centro tre parole: umiltà, disinteresse e beatitudini. Tre parole che scandiscono la piena assunzione del Concilio, non secondo la retorica e la devozione, ma assecondando la forza dello Spirito e il movimento della storia. Una Chiesa umile, senza interesse, senza potere, capace di vivere e servire il mistero dei poveri. Una chiesa serva e povera che diventa ospedale da campo.

In questi tre anni papa Francesco ha nominato oltre cento vescovi, cambiando il volto dell’episcopato italiano. Si ha l’impressione, in alcuni casi, di una certa timidezza e di un silenzio a volte eccessivo. Certo la scelta di monsignor Galantino come segretario e del cardinale Bassetti come presidente sono un segno importante di cambiamento.

Il papa ha deciso, di recente, di dare un segnale diverso alla Chiesa italiana, attraverso la visita ai “santi” e ai loro luoghi. Basti ricordare la visita a Barbiana per don Milani, a Bozzolo per don Mazzolari, a Nomadelfia per don Zeno, ad Alessano per don Tonino Bello, a Loppiano per Chiara Lubich.

Ecco i “santi” della Chiesa italiana, che la chiamano a uscire ed entrare nelle ferite del Paese, abbandonando finalmente il cristianesimo politico, ultima deriva del pelagianesimo, che papa Francesco con ostinazione evangelica continua a denunciare. I “santi” della Chiesa italiana, nella crisi del Paese, non domandano il silenzio, ma al contrario cercano la sapienza evangelica e donano la forza della testimonianza.

Il papa, davanti a questi “santi”, chiama tutti – vescovi, preti, religiosi, parrocchie e movimenti –a non cercare il proprio interesse, ma a servire semplicemente il Vangelo, il Vangelo sine glossa, il Vangelo rappresentato dal grande patrono d’Italia, san Francesco. Spesso le parrocchie e le diocesi di fronte al clima violento del Paese sentono più le ginocchia infiacchite che l’urgenza dell’annuncio. Ma oggi appare sempre più attuale il grande grido di Pietro allo storpio davanti alla porta bella del Tempio: «Non ho né oro né argento, ma nel nome di Gesù Nazareno: alzati e cammina» (At. 3).

Oggi la Chiesa italiana è come Pietro, è come lo storpio: può risorgere, può camminare, può dire: «Nel nome di Gesù: alzati e cammina». Se la Chiesa italiana vuole aiutare il Paese ad uscire dalla crisi, intraprenda la via della penitenza e della conversione, la via dei poveri. Allora il discorso di Firenze tornerà ad essere al centro. Questo indicano i santi.

A Loppiano Chiara Lubich indica la via della fraternità, nel momento in cui cresce nel nostro Paese l’odio verso i piccoli, i fragili, i feriti. La parola della fraternità diventa segno di contraddizione, diventa la pietra scartata dai costruttori che diventa la testata d’angolo su cui costruire la casa comune, su cui poggiare la Costituzione.

Una fraternità con i più piccoli, che deve diventare una fraternità con tutti. Questa è la medicina della misericordia di cui ha parlato papa Giovanni, questo è il cuore del Vangelo.

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