La centralità del lavoro. Perduta e da ricomporre

Le radici della proposta delle Acli nella giornata introduttiva dell’incontro nazionale di studio, dal primo al 4 settembre 2011, sul “Lavoro scomposto”.
Un immigrato al lavoro

«Se non pagano i ricchi, chi pagherà?» chiede in maniera provocatoria il presidente della grande associazione dei lavoratori cristiani italiani. Se, infatti, non si toccano i grandi patrimoni ma le poche e già ridotte detrazioni e agevolazioni previste per i lavoratori e le famiglie si sa bene chi è destinato a pagare i costi della crisi. E si è arrivati a questa situazione dopo decenni in cui si è accettata la scomposizione del lavoro in troppe tipologie di contratti, «precarizzazione dei percorsi e dei progetti di vita», senza sicurezze e rappresentanza finendo per abbandonare tante storie personali alla vulnerabilità e alla solitudine che diventa paura.

 

L’incontro di studio numero 44 delle Acli non poteva certo partire da una visione astratta e alienata dalla realtà perché affonda le radici nell’impegno quotidiano degli associati che non fanno che riconfermare i dati del proprio centro di ricerca, l’Iref, che ha offerto, ancora una volta, l’immagine di un Paese diseguale a partire dalla differenza di 356 euro al giorno tra la retribuzione di un dirigente e quella di un operaio, poco meno quella di un impiegato. Per non parlare dei preoccupanti tassi di disoccupazione giovanile e di espulsione dal mondo del lavoro. Ma serve a poco indignarsi se non si è capaci di “sortirne assieme” come riafferma il presidente Andrea Olivero nella sua relazione iniziale che si conclude con delle proposte precise e puntuali offerte ad un confronto che si terrà, nel centro Mariapoli di Castel Gandolfo fino a domenica 4 settembre, con ministri, sindacalisti e rappresentanti del mondo industriale e della cooperazione: introduzione del contratto prevalente a tempo indeterminato per tutti, estensione degli ammortizzatori sociali a categorie e imprese che ne sono esentate e che quindi espongono, in periodi di crisi, i dipendenti al baratro della perdita del posto e della retribuzione, riduzione della tassazione dei redditi bassi, conciliazione dei tempi di famiglia e di lavoro.

 

Riforme possibili che trovano origine nei punti fermi della dottrina sociale cristiana sulla prevalenza della persona sul lavoro e di questi sul capitale, come più volte ribadita in tanti interventi del primo giorno dell’incontro con riferimento al trentennale dell’enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo II° e alla recente Caritas in veritate di Benedetto XVI° che, come ha invitato a cogliere Olivero, va alla radice del «male oscuro» delle strutture e delle derive della globalizzazione: «l’aver dimenticato che l’essere umano è fatto per la verità dell’amore e che questo si manifesta nel dono». E difatti, ha osservato il filosofo Roberto Mancini, la favola della fine delle ideologie è servita a legittimare il dominio, caso mai avvenuto finora nella storia, di una sola visione del mondo che riduce l’unicità e il valore inalienabile dell’essere umano ad essere «risorsa od esubero». Di fronte a planetari processi di delocalizzazione che diventano mutazione di genere, da lavoro a schiavitù per intenderci, e ad un sistema che riproduce continuamente la crisi, non servono formule ormai superate ma un vasto movimento di “restituzione” di diritti e di doveri, di reintegrazione di umanità. Il filosofo dell’università di Macerata invita, perciò, a vedere nell’attacco contro l’articolo 41 della Costituzione, che riconosce la libertà d’impresa purché non in contrasto con la dignità umana, «la consegna completa della società ai capricci dell’economia del denaro per il denaro».

Una tesi rafforzata dalla relazione della costituzionalista Tania Groppi che ha ripercorso i lavori dell’assemblea costituente sul principio personalista della Carta fondamentale basato non sul compromesso ma sull’evidenza «universale e transtemporale» svelata da sei anni di un brutale conflitto mondiale. Il passaggio dai testi costituzionali di anteguerra, fondati sulla proprietà, a quello del 1948 fondato sul lavoro non potrebbe essere più radicale come si può intendere dagli interventi di Giorgio La Pira. E sicuramente, secondo la Groppi, senza questo principio generale, che prevale sulla normativa europea e su ogni possibile riforma costituzionale, lo smantellamento dello stato sociale in Italia sarebbe già stato compiuto del tutto. Scenari che non possono non inquietare una base aclista che in tanti anni di storia ha vissuto anche momenti difficili ma proprio per la forte tensione evangelica che la anima, quella che, come ha detto padre Elio Dalla Zuanna nel momento di meditazione iniziale, permette di smitizzare gli idoli di turno, «nuovi Moloch che mortificano le coscienze e sacrificano la vita davanti all’avere esasperato».

 

Due letture hanno dato la chiave di lettura all’incontro, una dal libro dell’Apocalisse e l’altra dalla lettera della mamma di Andrea, giovane operaio morto sul lavoro a 23 anni. Davanti alla solitudine del dopo, all’inefficace giustizia umana, si chiede «ma la vita di mio figlio per la società non valeva proprio nulla?».

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