La catastrofe dell’India, l’hindutva di fronte al Covid

L'India e la pandemia da Covid fuori controllo. Un'analisi non superficiale di ciò che può essere accaduto.

L’India e i suoi vecchi stereotipi stanno tornando a galla in questi giorni in cui il gigante asiatico è diventato il centro mondiale della pandemia. Sconvolgono i numeri giornalieri dei nuovi contagi e delle morti da Covid. Fanno orrore le immagini delle pire funerarie accese per le strade di alcune metropoli, particolarmente nella capitale, New Delhi. L’immaginario occidentale ha nuovamente spinto il Paese nella cornice di una povertà endemica, di mancanze di risorse con milioni disperati che sono in attesa di morire. È scattata la solidarietà internazionale con cargo provenienti da diverse parti del mondo che trasportano materiale medico, ma soprattutto ossigeno, le cui le riserve sono ormai finite in diverse parti del Paese. Persino il Pakistan, “nemico per eccellenza”, sta fornendo aiuti. Ci siamo dimenticati altre immagini che negli ultimi anni ci mostravano un’India ormai potenza industriale e finanziaria, pur nel permanere di una convivenza di ricchezza sfrenata e povertà abietta che continua a caratterizzare il sub-continente indiano.

In effetti, bisogna stare attenti a guardare il Paese asiatico nella giusta prospettiva e a valutare quelle che sono le cause reali del problema sanitario attuale. La questione, infatti, è tutt’altro che economica. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che si tratta del secondo Paese al mondo per popolazione: un miliardo e quattrocento milioni di indiani con più di cento città che superano il milione di abitanti. Se si sommano gli abitanti di alcune metropoli come New Delhi, Mumbai, Chennai e Bangalore si arriva a toccare i sessanta milioni di persone. Esattamente la popolazione dell’Italia. In questi contesti è facile capire come ogni problema di difficile controllo, come è una pandemia, risulti amplificato. Inoltre, culturalmente l’India non è la Cina e nemmeno la Corea: non funziona secondo principi confuciani. Tanto più, da punto di vista politico, non è governata da un regime come quello che da decenni siede a Pechino. Tutto questo ci aiuta a mettere le cose al giusto posto, soprattutto se si considera che fino ad oggi l’India aveva gestito in modo più che egregio l’emergenza pandemica. Questo non significa che mancassero i problemi e che tutte le scelte operate fossero state opportune. Basta pensare al lockdown imposto all’improvviso con milioni di persone rimaste nelle metropoli, senza lavoro e, dunque, senza nulla da mangiare. Fiumane di questi poveri avevano cercato di tornare ai loro villaggi di origine creando anche tensioni sociali non indifferenti. Ma il contagio era stato limitato in modo ragionevole se paragonato ad altri Paesi. È bene confrontare le cifre indiane con quelle di Usa e Brasile in termini di dati assoluti e, per esempio, Italia o Belgio, se consideriamo la proporzione dei contagi e dei morti rispetto alla popolazione.

Quello che è successo nelle ultime settimane è, probabilmente, dovuto ad alcune concomitanze. Come un focolaio decisivo per la prima diffusione rampante del contagio era avvenuto a causa di un convegno molto numeroso di una confraternita musulmana, lo scatto repentino attuale è, senza dubbio, da ascriversi al Kumbh Mela, di cui abbiamo già parlato anche su CN online. Un assembrarsi di milioni di persone non crea solo focolai nel luogo di svolgimento del grande pellegrinaggio degli indù: quest’anno è ad Haridwar nello stato dell’Uttarakhand nel Nord del Paese. Milioni di persone si sono spostati e si stanno spostando in treno, autobus, aereo e questo moltiplica in tempi brevissimi e all’ennesima potenza contatti e, dunque, contagi. Basti pensare che anche i due primi casi italiani di cosiddetta variante indiana sono stati rintracciati in Veneto fra fedeli indù tornati dal grande festival nel Nord India. Ma anche qui dobbiamo fare attenzione a semplificare le cose: non è dabbenaggine e superficialità nel seguire usanze ancestrali. Anche se molte idiozie sono state dette – non ultima quella che la dea Ganga avrebbe preservato i fedeli dal contagio – dobbiamo guardare alla politica e alla sua manipolazione interessata della questione religiosa.

Come noto, ormai da vari anni il Paese asiatico è governato dalla cosiddetta saffron wave. Il governo di Narendra Modi, come abbiamo spiegato più volte, è il braccio politico dell’ideologia della hindutva, che vuole un Paese indù e che da decenni ha iniziato una scalata inarrestabile verso il potere, occupando via via i gangli dell’amministrazione ad ogni livello. Proprio questa ideologia populista che, da un lato, ha permesso a Modi, dotato di indubbie capacità di retorica e leadership, di imporre la sua linea politica è, ora, la causa probabilmente più reale della tragedia della pandemia. A fronte di una reale recrudescenza del virus, come accade in altre parti del mondo, compresa la nostra Italia, la concomitanza della campagna elettorale per le elezioni locali nello stato del Bengala Occidentale (con capitale Kolkata) ha spinto tutta la leadership del Bharatya Janata Party (BJP) partito al potere nel governo centrale, a concentrare tempo, attenzione, forze, fondi e persone sulla tornata elettorale in uno Stato importante che ha sempre tenuto il fondamentalismo indù a debita distanza. Allo stesso tempo si sono sviluppate varianti impreviste che hanno facilitato e velocizzato la diffusione del virus. Per ora si salvano alcune regioni del Sud dove, invece, l’attenzione della politica sulla situazione sanitaria continua ad essere più marcata. A questo bisogna aggiungere che le spinte economiche hanno portato all’esportazione di ossigeno e farmaci lasciando il Paese sguarnito in caso di emergenza.

In breve. Modi ed il suo populismo sempre più arrogante ed incurante delle critiche anche perché facilitato dall’assenza di una vera opposizione, si trova ora di fronte ad un avversario, non politico, che è sfuggito al controllo dell’apparato costruito negli anni per gestire il potere dello stato indù. Nella tragedia in cui milioni di indiani rischiano ora la vita è probabile che tutto il Paese dovrà riflettere per un futuro diverso dal presente ideologico in cui è stato lentamente ma costantemente spinto.

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