La capacità spiazzante dell’Africa

Pensieri sparsi sulle false idee che noi abbiamo del continente nero

Come mi accade ormai da qualche tempo, una settimana dell’anno la dedico all’insegnamento del giornalismo in terra africana. Un’opera che non considero minimamente come “un’opera di carità”, ma semplicemente direi, per rimanere in un linguaggio teologico, “una grazia”. Perché, ogni anno di più, capisco che l’idea che noi abbiamo dell’Africa in Europa è quanto di più lontano c’è dalla realtà, anche e soprattutto per un’eredità coloniale che non cessa di provocare danni e per i tempi che sono cambiati.

Ad esempio, noi parliamo di Africa e pensiamo che sia un’area geografica unica, indefinita. E invece bisognerebbe parlare di Afriche, al plurale, perché nulla o quasi sembra unire il Marocco al Sudafrica, o il Senegal alla Somalia, Gibuti e il Congo Brazzaville, ma nemmeno i confinanti Ruanda e Burundi. Quando arrivano i migranti, non sono genericamente africani, ma gambiani, nigerini, nigeriani… Ma noi non ce ne curiamo. È come se si dicesse che gli svedesi e i siciliani sono la stessa cosa, gli ucraini e i catalani…

Altra idea falsa: l’Africa sarebbe un continente povero, anzi “il” continente povero per eccellenza. Viaggiando in quest’occasione nella zona dei Grandi Laghi, mi sto rendendo conto come l’Africa sia di gran lunga il continente più ricco del pianeta, visto che ha una varietà straordinaria di ambienti naturali, ma anche di risorse nascoste nel sottosuolo. Le cosiddette “terre rare”, minerali assolutamente indispensabili per la rivoluzione digitale, li si trova quasi solo in questa regione, che (scoperta recentissima) naviga sul petrolio.

Ancora: l’Africa sarebbe luogo di evangelizzazione. Recentemente il papa ha voluto dare una sterzata alla “vecchia” Propaganda Fide non solo mettendo al suo capo un asiatico, non è una novità questa, ma affermando che bisogna cambiare l’oggetto dell’evangelizzazione, perché certi Paesi una volta da evangelizzare oggi sono quelli che possono darci una nuova evangelizzazione. Così è, ad esempio, dell’Africa, che ci evangelizza. È l’esperienza fatta anche questa volta.

Non bisogna poi dimenticare che l’Africa è sì un continente sottosviluppato, ma è in potente crescita economica, ha delle potenzialità umane, imprenditoriali e anche ingegneristiche che debbono ancora essere scoperte e apprezzate. Lo sviluppo recente del Ruanda lo testimonia, così come la crescita di altri Paesi finora ai margini della classifica dei Paesi più ricchi.

Non apro poi il capitolo della critica facile che viene rivolta all’Africa di essere un continente religiosamente arretrato, che le religioni tradizionali non sarebbero altro che questione di magie, di sciamani, di fattucchiere e di superstizioni: la ricchezza delle culture originarie africane, spesso distrutta dalla colonizzazione, come ad esempio è accaduto nei Paesi della regione, anche per opera di uomini di Chiesa va detto, è indiscutibile e va certamente rivalorizzata.

C’è poi il capitolo affascinante della capacità tutta africana di “fare comunità”, di perdere tempo nelle relazioni, tempo che noi europei dedicheremmo invece alla produttività, alla risoluzione di problemi tecnici eccetera. In Africa, dove più dove meno, in una cultura più che in un’altra, la dimensione dell’ubuntu, della priorità data alla vita della comunità rispetto a quella degli individui è straordinaria.

Ancora, perché pensare che la colonizzazione è finita con le dichiarazioni d’indipendenza degli Stati africani? La colonizzazione continua ancora, anche se sotto il manto più “potabile” della colonizzazione economica.

Africa, tu mi spiazzi.

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