La “portaerei Italia”, le basi Usa e le transizioni arabe

Quale è il peso delle industrie delle armi sulle strategie di politica internazionale? Quale il ruolo delle basi militari italiane concesse in uso agli Stati Uniti? Intervista con il generale Vincenzo Camporini, vice presidente dell’Istituto affari internazionali
MUOS ANTENNE

La lunga intervista concessa a cittanuova.it dal generale Fabio Mini, già capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa, con riferimento al Muos, la stazione di comunicazione satellitare statunitense di Niscemi in Sicilia, hanno fatto emergere molte domande che proviamo ad approfondire con il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa e ora vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), prestigioso e autorevole centro studi internazionali, fondato da Altiero Spinelli nel 1965. Lo Iai è l’unico think tank italiano a figurare fra i primi cento al mondo. 

Iniziamo l’intervista prendendo spunto da quanto ci ha detto il generale Mini a proposito delle pressioni che, in tema di guerra e armamenti, deve subire anche il presidente degli Usa, da parte dei poteri prevalenti delle grandi industrie di armi: «Si tratta di enormi conglomerati che non obbediscono più a nessuno. Si può dire che non hanno più un Paese di riferimento».

La questione centrale non è perciò il diritto alla difesa armata di un Paese su chi decide realmente. Quale peso hanno queste imprese ormai “apolidi”?

Non è più che mai valido l’allarme del presidente Eisenhower sul potere pervasivo del complesso militar industriale?

«Il riferimento all’allarme di Eisenhower nel 1961 non mi sembra più attuale. È una prospettiva datata. Perché la guerra fredda è finita. Ci troviamo in un’epoca che gli storici definiscono post Westfaliana (termine che indica lo stato di incertezza che segue il sistema di relazioni internazionali in vigore dal trattato di Westfalia del 1648 alla fine della guerra fredda nel 1989, ndr) e in cui la distribuzione del potere all’interno delle società è molto più articolata e complessa dei tempi della fine della seconda guerra mondiale. Non credo che oggi si possa parlare di un complesso militar industriale in grado di dettare delle decisioni».     

Sta di fatto che l’Italia resta una grande portaerei militare nel Mediterraneo per le basi statunitensi secondo i trattati del 1953. Ha ancora senso il sistema delle basi straniere nel nostro Paese?

«Credo sia necessaria una riflessione a monte: è la portaerei Italia a trovarsi in un mare agitato e noi dovremmo essere i primi ad essere preoccupati. Lo vediamo in questi mesi nei quali dopo quelle che sono state impropriamente definite le “primavere arabe” ci troviamo davanti alla sponda meridionale del Mediterraneo che versa in uno stato di instabilità pericolosa per noi più che per qualsiasi altro. L’Europa ha capito benissimo che siamo noi in prima linea e quindi, secondo alcuni, i soli a dover affrontare il problema. La presenza statunitense sul nostro territorio in un’ottica di cooperazione si spiega con il fatto che siamo una frontiera. Allo steso modo sta maturando l’idea di un potenziamento della presenza permanente della Nato in quei Paesi dell’Alleanza atlantica che si trovano al confine con le aree dell’Est in disordine». 

Eppure, come afferma Mini, è difficile parlare di “Alleanza” quando, di fatto, gli Usa sono i soli a decidere e quindi a dettare la linea….

«Su questo sono in totale disaccordo con Mini. Gli Stati Uniti stanno pensando, invece, anche se con qualche esitazione, ad un disimpegno dalla macroregione europea per concentrare le forze nel Pacifico, e da tempo chiedono ai Paesi europei di accollarsi l’onere della propria sicurezza e difesa. È peraltro un interesse nazionale diretto del nostro Paese quello di avere intorno al nostro territorio aree tranquille e non in subbuglio.  Ad esempio se non fossimo intervenuti prontamente in Albania, nella metà degli anni ’90, allo scoppio dei disordini e dell’esodo di popolazione provocato dal crollo del sistema piramidale dell’economia neocapitalista albanese, le conseguenze per il nostro Paese sarebbero state molto gravi».

Ma l’invasione dell’Iraq del 2003, con le conseguenze che sappiamo, non è stata un’iniziativa costruita e imposta solo dagli Usa di G.W. Bush?

«Fu un’operazione voluta dagli Stati Uniti che trovò l’opposizione categorica di alcuni Paesi europei, mentre l’Italia si pose in una via di mezzo nel senso che non supportammo le operazioni inizialmente ma intervenimmo quando l’Onu diede la propria benedizione ad un intervento di peace bulding e di ricostruzione istituzionale che si è rivelata molto costosa dal punto di vista finanziario e soprattutto umano».

E nella guerra in Libia del 2011 che ci ha condotto al caos attuale?

«In questo caso è stata la Francia la responsabile di un’operazione che ho criticato personalmente fin dall’inizio. Un intervento condotto molto bene dal punto di vista militare e in modo pessimo da quello politico con la conseguenza di avere un Paese che si trova oggi in una situazione di sostanziale anarchia e senza controllo. La Libia è per noi vitale perché ne dipendiamo in parte per le fonti energetiche e perché è il luogo di partenza dei flussi migratori che si scaricano senza controllo sulle nostre coste. Ecco un esempio di interesse nazionale prevalente mentre nessun interesse straniero può dirsi dominante. Vorremmo che altri se ne occupassero ma restiamo da soli».

Ma non si può dire, invece, che altri (la vicina Francia e gli alleati di peso come Usa e Gran Bretagna) se ne sono invece occupati fin troppo con i bombardamenti su Tripoli?

«Certo! Se ne sono occupati fin troppo, salvo poi lavarsene le mani quando si è trattato di pagare i costi di tale operazione».

E in tale contesto non ci sarebbero dunque le motivazioni per rivedere i trattati sulle basi Usa in Italia datate 1953? Non è venuto il momento di un passaggio democratico in Parlamento?

«Ovviamente ridiscutere il posizionamento internazionale dell’Italia è assai problematico e sarebbe come rimettere in discussione la nostra adesione all’Unione europea o l’adozione dell’euro come alcuni vorrebbero fare. I trattati del 1953 sostanzialmente oggi non presentano problemi. Non vedo in quei trattati inconvenienti tali da richiedere un riesame. La critica che posso condividere concerne il modo fin troppo benevolo ed accomodante con cui sono stati gestiti dai nostri governi nei confronti del nostro alleato Usa. Si sarebbe potuto gestire meglio, ad esempio, e con meno “gentilezze” l’applicazione di alcuni protocolli dei trattati sulle basi».

Ma tale “gentilezza” non è stata una moneta da pagare?

«Diciamo che spesso siamo stati troppo generosi, mentre ad esempio nella crisi di Sigonella, (base Usa in Sicilia), nel 1985 si manifestò l’espressione di una volontà politica chiara nel chiedere l’applicazione rigorosa delle regole del trattato ( lo scontro politico tra il presidente Usa Ronald Reagan e il presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi rasentò il conflitto a fuoco tra le rispettive forze armate, ndr)».

A proposto di Sicilia, volendo si poteva trovare una diversa allocazione per le antenne satellitari del Muos, ma dai governi italiani non è arrivata alcuna richiesta ….

«L’argomento è improponibile perché qualsiasi altro luogo avrebbe fatto sollevare le stesse obiezioni del tipo “perche qui e non altrove?” e poi ci sono precise motivazioni tecniche che indicano quel sito come il più adatto per la funzione da svolgere». 

Tecnicamente solo l’isolata base australiana, tra le quattro del Muos sul Pianeta, sembra non creare problemi, ma qui ci troviamo vicino ad una cittadina con migliaia di abitanti…..

«Si tratta di timori gonfiati in maniera abnorme dalla politica. Come dicono molti tra gli esperti qualificati, si ricevono più radiazioni nell’uso di un telefonino wireless che abitando nei paraggi del Muos». 

Ma esistono studi di affermati scienziati come il professor Zucchetti del Politecnico di Torino e del professor D’Amore della Sapienza di Roma che affermano il contrario della relazione dell’Istituto superore di Sanità.  Non è consigliabile applicare il principio di precauzione davanti a posizioni così differenti?

«Troveremo sempre su qualsiasi argomento posizioni diverse e allora bisogna sempre scegliere separando ciò che è più attendibile dal resto. Io mi fido assolutamente di quanto afferma l’Istituto superiore di sanità».

Considerando invece il collegamento tra l’uso della base satellitare Usa nell’uso dei droni ( velivoli senza pilota) dobbiamo riconoscere che ci troviamo davanti ad un sistema di arma che investe l’etica di chi li costruisce perché sono programmati per agire in autonomia. Che tipo di controllo possiamo esercitare nei confronti di chi li usa anche tramite le basi site in Italia?  

«Non abbiamo basi straniere in Italia ma basi italiane concesse in uso ad un Paese alleato. L’impiego di queste basi è soggetto al nostro controllo: dall’Italia non possono partire attacchi armati da velivoli, con piloti o meno, senza il nostro consenso. Dobbiamo perciò essere vigilanti ma tranquilli e sereni».

Ma le antenne controllano anche sciami di droni che si muovono in un quarto del globo terreste e che si alzano non solo dalle basi site in Italia

«Il Muos sovrintende al sistema delle comunicazioni in generale. Ciò che si veicola tramite qualsiasi strumento di comunicazione è un discorso che esula dalla questione delle basi».

Come Paese alleato siamo consapevoli dell’uso che si fa di tali strumenti. Non dobbiamo incidere nello stabilire un criterio nell’utilizzo dei droni? Non siamo portatori di un senso del limite dello strumento offensivo in obbedienza alla Costituzione?

«Questo fa parte della capacità politica del nostro Paese di incidere nelle decisioni della comunità internazionale nel suo complesso e delle singole Nazioni in particolare».

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