Italia e Recovery Fund europeo, sfida decisiva

Il piano proposto dalla presidente della Commissione europea impone al nostro Paese di adottare riforme radicali nella nostra economia. In che direzione?

Il programma Next generation presentato al Parlamento europeo dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, esponente Cdu e già ministro tedesco della difesa e del lavoro, sarà l’argomento decisivo dei prossimi anni.

Nonostante i primi commenti euforici delle forze politiche più europeistiche, bisogna tenere a mente che si tratta solo di una proposta e non di un accordo definitivo che dovrà, invece, arrivare con il voto unanime dei capi di Stato o di governo che compongono il Consiglio europeo che si radunerà dopo metà giugno.

Segnali negativi sono già arrivati da Olanda, Danimarca, Svezia e la confinante Austria del giovane cancelliere Sebastian Kurz (classe 1986). Molte riforme decisive a livello europeo, come l’eliminazione dei privilegi fiscali olandesi e non solo, sono bloccate dalla regola del consenso unanime del Consiglio. Come ha detto senza mezzi termini al Corsera  Norbert Röttgen, candidato alla presidenza della Cdu, non si tratta di Paesi “frugali” ma semplicemente “avari”, incapaci di vedere oltre il proprio interesse.

Probabilmente la trattativa potrebbe arrivare al ribasso dello stanziamento, dal 2021 al 2024, straordinario di 750 miliardi di euro destinati a quei Paesi colpiti severamente dalla pandemia e che rischiano di implodere con effetti a catena imprevedibili a livello degli equilibri mondiali.

I primi annunci di un necessario piano di rilancio stimavano un impegno di 1.500 miliardi di euro annunciato come tassello di un nuovo piano di ricostruzione assimilabile a quello varato dagli Usa per l’Europa distrutta dal secondo conflitto mondiale. Secondo alcuni calcoli, come fa l’agenzia Agi diretta da Mario Sechi, si arriverebbe a quasi 2.400 miliardi di euro mettendo assieme questi 750 miliardi con i 1.100 del nuovo bilancio comune europeo (aumentato fino al 2% di contributo sul Pil da parte di ogni Stato) e i 540 miliardi di prestiti per il fondo Sure (cassa integrazione), Bei e Mes.

Il programma Next generation ha il pregio di prevedere che una parte rilevante (500 mld) dovrebbe arrivare sotto forma di contributo a fondo perduto, e il resto sotto forma di prestiti a basso tasso di interesse e lunga scadenza, orientati a promuovere gli investimenti e le riforme necessarie per fronteggiare la crisi.

Per essere efficaci, tali risorse dovrebbero arrivare subito, mentre le prime stime prevedono al massimo, per il 2020, un anticipo stimato tra 4 e 11 miliardi. E poi, come hanno precisato i commissari europei all’economia, l’erogazione avverrebbe a verifica periodica delle riforme effettuate. Come avviene, per avere un’idea, con il mutuo casa erogato a tappe, secondo l’avanzamento dei lavori.

Quindi, a livello italiano, il primo problema che si pone è quello, in attesa del 2021, di attingere agli strumenti già in essere come il Mes (meccanismo europeo di stabilità) che prevede 36 miliardi di presiti vincolati alla spesa sanitaria (quasi la stessa cifra, 37 miliardi, dei tagli effettuati al Ssn dal 2010 al 2019 secondo la  Fondazione Gimbe). Una schiera di economisti ed esperti mainstream, a cominciare da Carlo Cottarelli e Mario Monti, invitano a sfruttare tale opportunità per ottenere tassi di interesse molto più bassi dell’ordinario.

Ma permane  la resistenza di buona parte del M5S, dello stesso Conte e di altri economisti che diffidano dal considerare il Mes come distinto dalle norme del trattato che lo ha istituito proprio come strumento finalizzato a controllare dall’esterno la nostra sovranità economica. Un braccio di ferro che sembra, con l’avanzare del tempo, pendere a favore del Pd schierato per ottenere il prestito del Mes.

Ammesso, ad ogni modo, che l’Italia acceda ai 172 miliardi (81,8 a fondo perduto e 90,9 in  prestito) previsti a suo favore dal piano della von der Leyen, bisogna seriamente tener conto di quanto ha detto a La Stampa il presidente di Confindustria Carlo Bonomi e cioè che  «dovremo presentare alla Commissione un piano di riforme credibili e rigorose, se no quei miliardi non li vedremo mai».

Di per sé ad inizio giugno completerà il suo lavoro la commissione di esperti presieduta da Vittorio Colao, ex ad di Vodafone, nominata per indicare il piano di rilancio del Paese che si preannuncia strutturata in 20 obiettivi e 100 proposte.

Un piano che sarà esaminato in Parlamento e con le parti sociali. Ma bisogna fare in fretta perché, come ha detto senza mezzi termini Bonomi al quotidiano torinese controllato dalla holding Exor, «i posti di lavoro a rischio oscillano tra 700 mila e 1 milione, i licenziamenti sono bloccati per decreto ma non è una legge che può mantenere i posti di lavoro». E infatti, ad esempio la multinazionale statunitense Jabil ha iniziato a licenziare in Campania nonostante i vincoli imposti dai decreti governativi.

Il presidente di Confindustria ha le idee chiare quando dice che occorre varare «le misure necessarie a cambiare le strutture della nostra economia», anche se vede «un ceto politico con zero visione e zero strategie sulla modernizzazione del Paese».

Giudizi durissimi, che lasciano intendere il valore altissimo della posta in gioco. Uno scontro politico, anche con fratture interne al governo, relativo alle scelte strategiche di un Paese come il nostro che non si può presentare remissivo, con il cappello in mano, davanti ad un’Unione europea che è chiamata, a sua volta, ad una profonda riforma di visione se vuole restare in piedi.

Prevedendo un crollo del Pil dal 9% al 13% , il governatore della Banca d’Italia  Ignazio Visco, ha evidenziato nella sua relazione finale del 29 maggio, l’aumento delle diseguaglianze e l’urgenza di misure per promuovere la giustizia sociale, con ampi riferimenti alla lezione dell’economista John Maynard Keynes.

Nei prossimi giorni andrà prestata grande attenzione al merito delle diverse proposte che saranno avanzate e che solo in questo frangente storico straordinario potranno portarsi a compimento.

Il ministro dell’economia Roberto Gualtieri annuncia una grande riforma fiscale. In che direzione? Tutti parlano di investimenti pubblici, ma come avverte Roberto Perotti su Il Sole 24 ore, dietro quell’etichetta può starci di tutto, dalla ricostruzione delle scuole cadenti alle spese improduttive del sottobosco elettorale.

Una sfida decisiva alla vigilia della festa di una Repubblica che, non solo in senso retorico, si definisce “democratica” e fondata sul “lavoro”.

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