Israele, la pace con i palestinesi si allontana?

In una Terra Santa in cui vanno nuovamente crescendo la tensione e le violenze, Netanyahu ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo israeliano, dopo la vittoria elettorale del 1° novembre scorso.
Israele
Foto LaPresse

Mentre si discute su chi farà il ministro di cosa nel prossimo governo Netanyahu, dopo l’esito delle ennesime elezioni parlamentari di inizio novembre, le quinte in meno di 4 anni, mercoledì 23 novembre in una delle due esplosioni di Gerusalemme, è rimasto ucciso, alla fermata dell’autobus, un sedicenne israeliano, Aryeh Shechopek. E, alcuni giorni dopo, è morto, a causa delle ferite riportate nello stesso attentato, Tadese Tashume Ben Ma’ada, un ebreo etiope di 50 anni, padre di 6 figli.

Il Jerusalem Post (quotidiano israeliano di centro-destra) del 24 novembre 2022 in un editoriale esprime il clima che si respira in un’ampia parte del Paese. L’editoriale era intitolato «Il terrorismo non è mai cessato e Israele ha bisogno di un governo stabile per contrastarlo».

In un passaggio dell’articolo, l’editorialista afferma: «Prima si insedierà a Gerusalemme un governo stabile, prima Israele sarà in grado di darsi una chiara strategia su come arginare un’ondata terroristica che non è destinata a scomparire da sola. Le dispute su ministeri e portafogli interessano i politici destinati a occupare quegli uffici, ma non appassionano granché i comuni cittadini israeliani che desiderano innanzitutto avere strade sicure e sapere che i loro figli, ragazzi come Aryeh Shechopek, siano al sicuro quando si trovano ad una fermata dell’autobus in attesa di andare a scuola».

Questo bisogno di una quotidianità in pace non starebbe però a cuore, a quanto pare, solo a molti ebrei israeliani, ma anche a non pochi degli altri israeliani, quelli arabi (che costituiscono il 20% della popolazione del Paese). Ci sono alcuni segnali che vanno in questa direzione. Un esempio potrebbe essere il successo elettorale del partito arabo Ra’am, di Mansour Abbas. Certamente stiamo parlando di piccoli numeri in confronto a quelli registrati dalla coalizione vincente facente capo al Likud di Netanyahu, ma che potrebbero indicare forse qualcosa di nuovo. Il fatto è che Ra’am ha ottenuto ben 5 seggi alla Knesset (il parlamento israeliano) in queste ultime elezioni, raccogliendo circa il 40% dei voti dati a partiti arabi. Ed è l’unico partito arabo-israeliano che da solo abbia superato la soglia di sbarramento (3,25%) per accedere alla Knesset. Ra’am fu il primo partito arabo che aderì nella scorsa legislatura alla coalizione Bennett-Lapid, che ha governato fino ad ora in Israele, anche se per meno di un anno.

Così scrive su Israel HaYom del 21 novembre scorso Ofir Haivry, noto filosofo e storico politico israeliano: «Dopo un veto durato quarant’anni, la sensazione fra molti arabi della strada è che le cose siano giunte a un vicolo cieco. Mansour Abbas è stato il primo leader a dirlo esplicitamente quando ha dichiarato che Israele è uno stato ebraico ed è destinato a rimanere tale. Questa dichiarazione mirava ad abrogare fra gli arabi d’Israele l’approccio conflittuale dei gruppi radicali secondo i quali il conflitto diretto porterà lo stato sionista a una lenta capitolazione e alla sua eliminazione. Secondo Mansour Abbas questa è una posizione del tutto illusoria che non solo è scollegata dalla realtà, ma rischia di gettare gli arabi d’Israele in una guerra persa in partenza. Il sostegno dato dagli elettori arabi alla sua posizione consente a Mansour Abbas di spingere ai margini i suoi rivali…».

A livello di dibattito partitico, nella nuova maggioranza (64 seggi su 120) emersa dalle urne si discute di chi farà cosa nel venturo governo che segna il ritorno di Benjamin Netanyahu. Il suo partito di destra, il Likud, ha infatti ottenuto la maggioranza relativa con 32 seggi alla Knesset. La coalizione, oltre alle tradizionali alleanze ultraortodosse, Shas e Giudaismo unito nella Torah, che ottengono rispettivamente 11 e 7 seggi, è contrassegnata dall’ingresso di una nuova formazione ibrida, ma comunque di destra radicale, denominata Partito sionista religioso (14 seggi) in cui è confluito il partito Otzama Yehudit (Potere ebraico) di Itamar Ben Gvir, sostenitore delle colonie ebraiche, dell’annessione della Cisgiordania e, almeno in passato, dell’espulsione di tutti i palestinesi. Il Likud avrebbe raggiunto con Ben Gvir un accordo, non ancora formalizzato, per assegnare al partito tre ministeri, e in particolare per nominare Ben Gvir stesso ministro della Pubblica Sicurezza. Un quadro che lascia presagire, come minimo, gravi tensioni nei rapporti con l’Autorità Nazionale Palestinese. Nella stessa direzione andrebbe anche l’accordo con Avi Maoz, della formazione antiaraba e omofoba Naom.

Sono prospettive che non sembrano concedere molto spazio alla speranza invocata da papa Francesco qualche giorno fa. Dopo aver ricordato l’uccisione nello stesso giorno di due ragazzi, lo studente ebreo sedicenne a Gerusalemme e un ragazzo palestinese quattordicenne a Nablus, papa Francesco ha detto: «Spero che le autorità israeliane e palestinesi tengano maggiormente a cuore la ricerca del dialogo per costruire la fiducia reciproca, senza la quale non ci sarà mai una soluzione di pace per la Terra Santa».

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