In Sudafrica, le sfide del clima

Al via la seconda settimana della conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Mentre si aprono speranze sulla posizione della Cina, quella degli Usa rimane controversa
durban
A Durban (Sudafrica) si apre la seconda e decisiva settimana per i negoziati sul clima. La conferenza Onu sulle sorti del pianeta arriva a due anni dal vertice di Copenaghen e a uno da quello di Cancun. I negoziatori arrivati da 190 Paesi si ripropongono vecchie difficoltà a raggiungere un accordo, un’intesa auspicata da molti, in primis dall’Europa, affinché si possa tracciare la strada del post Kyoto, il trattato adottato nel 1997 e che per ora resta l’unico punto di riferimento per la riduzione delle emissioni di gas serra. Gli scienziati in varie conferenze tenutesi nella prima settimana si sono spesi per far comprendere la gravità della situazione e le conseguenze del riscaldamento del pianeta. Intanto arrivano i ministri dell’ambiente, sperando di trovare soluzioni condivise.

 

L’Unione europea si è dichiarata disponibile ad estendere i suoi impegni al termine della scadenza del 2012, a patto che i grandi inquinatori (Cina e Stati Uniti in testa) si assumano le loro responsabilità e siano parte trainante di uno protocollo vincolante, che dovrebbe entrare in vigore entro il 2020. La Cina, a sorpresa, ha comunicato la sua disponibilità nella lotta contro i cambiamenti climatici: ha firmato il protocollo di Kyoto che scade nel 2012, ma ne ha giustificato il mancato rispetto a causa della necessità di una rapida crescita economica. Ora invece, il Paese con il più alto di emissioni di CO2 del mondo pone le premesse per raggiungere un accordo internazionale sul clima entro la data prefissata. Il leader della delegazione cinese, Xie Zhenhua, ha dichiarato che il Paese adempierà seriamente alle responsabilità e ai doveri internazionali al fine di contribuire al massimo alla protezione del clima globale, a patto che ci siano nuovi impegni al taglio delle emissioni di carbonio da parte dei Paesi ricchi (la Cina ribadisce di essere un Paese in via di sviluppo).

 

Secondo i dati diffusi dall’Onu saranno i Paesi più poveri, tra cui quelli africani, a soffrire maggiormente a causa dei cambiamenti climatici. E, paradossalmente, sono quelli che meno hanno contribuito a questi cambiamenti. «Secondo i nostri calcoli, in Africa da qui al 2020 saranno tra i 75 e i 250 milioni le persone vittime della siccità causata dal cambiamento climatico» dice Rajendra Pachauri, presidente dell’Ipcc, il panel internazionale sul cambiamento climatico. Allo scopo di aiutare questi Paesi è stato pensato il Fondo Verde per il clima, la cui istituzione è stata approvata nel 2010 a Cancun, ma le cui strutture sono ancora oggi in fase di discussione a Durban.
Il Fondo dovrebbe servire a finanziare sistemi per contrastare le inondazioni, creare coltivazioni più resistenti o che richiedono meno acqua e sostenere progetti di energia alternativa, ma non si è
ancora raggiunto un accordo.

 

Sempre in tema di cambiamenti climatici, nel nuovo pacchetto del programma europeo su ricerca e innovazione, Horizon 2020, appena proposto dalla Commissione Ue, una parte dei fondi saranno destinati alla ricerca legata al clima. «Horizon 2020 è una buona notizia sia per il clima che per la nostra crescita economica – ha dichiarato il commissario Ue per il Clima, Connie Hedegaard. – Un terzo dell’intero budget di Horizon 2020 andrà alla ricerca: si tratta di più di 25 miliardi di euro. Almeno il 60 per cento del budget totale sarà relativo ai temi dello sviluppo sostenibile. Con questa proposta la Commissione europea sostiene la determinazione dell’Europa di rimanere in prima linea nella lotta contro i cambiamenti climatici. Questo stimolerà la crescita e la creazione di lavoro qui in Europa» ha concluso il commissario.

 

Ma è la posizione degli Usa a tenere banco, tanto che alcune delle più grandi associazioni umanitarie e ambientaliste (Oxfam, WWF, Greenpeace) hanno lanciato un forte appello in quanto molto preoccupate per le posizioni assunte dagli Stati Uniti. «A Durban gli Usa hanno fatto eliminare dalla bozza di accordo un testo sugli interventi di mitigazione che avrebbe offerto una concreta protezione a coloro che stanno per essere colpiti nel modo più duro e più rapido dai cambiamenti climatici, che sono già una realtà» afferma Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International.E Jim Leape, direttore generale di WWF Internazionale aggiunge: «La conferenza sul clima non è certo finita. Ma il fine che questo processo non sta perseguendo è l’ambizione di ridurre le emissioni. E non è colpa del processo. È colpa dei governi come gli Stati Uniti. Senza ambizione sulla riduzione delle emissioni e un apparente traguardo al 2020 per l’attuazione, potremmo finire in un mondo con una aumento di temperatura di 4 gradi. E questo è proprio inaccettabile. Così, mentre i politici continuano a litigare sui dettagli dei negoziati, siamo alla ricerca di leader, in arrivo questa settimana, disposti a impegnarsi sulle questioni reali. I membri della società civile sono qui per affrontare la minaccia urgente del cambiamento climatico e assicurare un mondo futuro in cui ci sia abbastanza cibo, acqua ed energia per tutti. Sarebbe bene chiedere ai governi che spieghino perché sono qui».

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