Il ritorno di Curwood

Negli anni Trenta il nostro mercato librario venne invaso dai volumetti della “Romantica Mondiale Sonzogno”: una collana che si proponeva di divulgare ad un prezzo veramente accessibile il meglio della letteratura mondiale per quanto riguardava fantasia, azione, vita vissuta, avventura. Riproposta verso la fine degli anni Sessanta, la fortunata collezione presentava con veste rinnovata i titoli di sempre, fra i quali spiccavano numerosi quelli di James Oliver Curwood. Erano romanzi, i suoi, in cui uomini e animali lottavano per l’esistenza in un ambiente spesso ostile, quasi sempre il Grande Nord canadese, dove appunto l’autore era vissuto. Da molti di essi sono stati tratti anche dei film, tra cui il recente L’orso, di J. Jacques Annaud. Una volta esaurita la collana, tuttavia, Curwood era rintracciabile solo nelle biblioteche o sulle bancarelle. Se oggi lo si va riscoprendo, il merito va dunque all’Editrice Nord, che ha già pubblicato in nuova traduzione quattro titoli di questo autore. Ma intanto, chi era James Oliver Curwood? Nacque nel 1878 a Owosso, Michigan. Da parte di padre, un calzolaio, aveva come antenato il capitano Marryat, autore di storie marinaresche; da parte di madre, era pronipote di una principessa indiana della tribù dei mohawk (una delle cinque nazioni irochesi). Nel 1884 la sua famiglia si trasferì in Ohio, in cerca di fortuna. In questi anni cominciò per il giovane Curwood la vita povera e semplice del pioniere, a stretto contatto con la natura. Nel 1891 tornò con la famiglia a Owosso, dove frequentò la Central High School finché non ne venne espulso a sedici anni, per scarso rendimento. Più che studiare, infatti, gli piaceva scrivere racconti, uno dei quali era già apparso su un giornale locale. Da allora Curwood preferì la vita selvaggia della foresta, dedicandosi al- la caccia e scrivendo la maggior parte delle opere di quegli anni in baracche di legno da lui stesso costruite. Dopo essersi iscritto all’Università del Michigan con il denaro guadagnato vendendo pellicce, partì per Detroit. Non dobbiamo immaginarlo però come un avventuriero alla stregua di London; dovendo svolgere incarichi commerciali e di studio per conto del governo canadese, la sua fu una vita più programmata. A partire dal 1907, venne assorbito completamente dall’attività di romanziere e visse per sei mesi all’anno nelle sue baracche, tra la British Columbia e il Québec. Dal 1925 si impegnò per la tutela del paesaggio, dichiarandosi anche contrario alla caccia praticata per diletto e non per necessità. Due volte sposato, ebbe tre figli. Morì non ancora cinquantenne nella sua città natale, nel 1927, dopo aver viaggiato in Europa ed essere stato ricevuto alla corte d’Inghilterra. Per gusto, cultura, esperienza, tipo di racconto, Curwood viene considerato talvolta un emulo di James Fenimore Cooper o di Jack London (specie per quanto riguarda i titoli i cui protagonisti sono animali). Ma anche se egli accetta di ispirarsi a questi modelli, sa esprimere una sua originalità, soprattutto nel delineare i personaggi: non troviamo in lui eroi spesso assertori della superiorità di una razza, quella bianca, ma uomini comuni, con i loro difetti e pregi, nei quali il lettore può immedesimarsi. E questa visione equilibrata si estende anche agli indiani, verso i quali – ed è un anticipo dell’attuale riscoperta della cultura pellerossa – Curwood manifesta rispetto e ammirazione. Non per nulla egli li conobbe da vicino e strinse amicizia con un vecchio capo chippewa. Nei suoi romanzi, oltre alla poesia e alla grandiosità di una natura incontaminata – altro elemento che trova sensibile il lettore odierno – si evidenzia la condanna delle lotte fratricide, della vendetta. Certo, com’è tipico dell’avventura classica, questi ingredienti non mancano. Ma non v’è il compiacimento per la violenza; sentimenti e atteggiamenti dei protagonisti risentono anzi in modo inequivocabile delle convinzioni personali dello scrittore, un cristiano che credeva nell’uguaglianza e nella solidarietà fra gli uomini. Fra tanta produzione odierna cervellotica e fuorviante, c’era bisogno di una boccata d’aria pura, magari come quella balsamica proveniente dalle selvagge foreste del Grande Nord. Bentornato, Curwood!

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