Il ritorno di Berlusconi non è un progetto politico

Berlusconi

L’incipit della riflessione che segue nasce dalla lettura dell’articolo "Berlusconi e Maritain" che inaugura la sezione Minority Report.

 

Il fatto che si parli tanto di rinnovamento della classe politica, di lasciare spazio ai giovani, di “aprire le porte al nuovo”, è un segnale positivo. Certo è rischioso, come la storia insegna, quando il nuovo si presenta come “l’unica alternativa”; ma quando il nuovo si presenta come progetto politico “integrativo” aperto ad una formazione intergenerazionale – una formazione cioè che metta insieme giovani e meno giovani, nuovo e vecchio, al fine di riconoscere errori e conquiste, meriti e fallimenti, e, senza desiderio di “sentenze”, punti a costruire un futuro con obiettivi comuni – è assai prezioso per la democrazia e per i partiti. Il fatto che Berlusconi torni a candidarsi, invece, non lo è. Almeno per due buone ragioni: da una parte non aiuta il suo partito a strutturarsi, ad essere appunto partito, dall’altra deresponsabilizza il suo stesso elettorato. Andiamo per ordine.

 

Scriveva Pietro Ignazi nel 2008: «Forza Italia nasce per l’iniziativa di una sola persona, l’imprenditore delle costruzioni edili e dei media Silvio Berlusconi, e rimarrà sempre dominata in tutto e per tutto dal suo fondatore»[1].

Conosciamo la storia recente del Pdl. Senza nulla togliere al peso politico di tutte le sue componenti risultava evidente, al momento della costituzione, il ruolo importante che Forza Italia rivestiva; ma per il fatto stesso che si compiva un tentativo unitario, si segnava, almeno idealmente, anche la fine del partito personale: uscire da una condizione fortemente condizionata per strutturare un partito con sezioni locali, con nuovi meccanismi di partecipazione e spazi ampi di dibattito e confronto sia a livello locale che di dirigenza. Ma questo progetto, grande opportunità per tutto il centro destra, è fallito. Fallimento annunciato dal cofondatore del Pdl Gianfranco Fini, che durante l’assemblea dei dirigenti lamentava, tra l’altro, proprio questa “struttura personale”. Ma pensiamo anche al messaggio lanciato pochi giorni fa da alcune sezioni di giovani legate al Pdl: «costruiamo un partito al di là della “persona Berlusconi” o non avremo futuro»; o ancora, per fare un altro esempio, al deputato del Pdl Guido Crosetto, il quale, intervistato durante la trasmissione televisiva In Onda – l’8 dicembre 2012 – ha parlato del problema “strutturale” del suo partito a partire da un evidente dissenso per il ritorno di Berlusconi. Insomma, i malcontenti, diversamente espressi, non mancano nel Pdl. E la questione di fondo che emerge, secondo noi, è seria: non è sufficiente un leader senza un progetto politico largamente condiviso.

Berlusconi, con il suo ritorno, non aiuta il partito, aiuta forse le persone che lui ha voluto in Parlamento, legate esclusivamente a lui appunto, e non al lavoro intenso e quotidiano di sezioni locali. Escluso questo gruppo di persone il resto dei dirigenti Pdl non penso possa trarre un beneficio di lungo periodo dalla sua candidatura, al massimo un apparente risultato di breve periodo puntando sui voti che i sondaggi gli attribuiscono, ma cederebbero in tal modo alla tentazione di una strategia miope che trascura il futuro e il bene del partito per “guardare solo alle prossime elezioni”.

 

Perché, veniamo al secondo punto, questa “personalizzazione “ è così pericolosa?

Pensiamo al linguaggio “salvifico” introdotto da Berlusconi – mi riferisco “solo” a quello degli ultimi giorni: «mi hanno pregato di tornare», «nessuno è come me», «c’è bisogno di me». Tutte espressioni che veicolano concetti, i quali hanno, semplificando, più o meno questo contenuto: «state tranquilli che ci sono io», «adesso ritorno io e sistemo tutto», «non abbiate paura perché ci sono io» ecc.

Concetti questi, tuttavia, che negano l’essenza stessa dell’uomo politico, del polites: colui, infatti, che amasse davvero così intensamente il pubblico arriverebbe non tanto a dire «ci sono io», ma piuttosto «ci sei tu e per questo possiamo farcela!»; il centro del polites è infatti “tutto fuori di sé”, se fosse il contrario non gli resterebbe che il potere e questo sancirebbe la sua fine.

Abbiamo sviluppato probabilmente un’idea distorta di leader: “leader come padre buono”, come colui il quale è capace di pensare a tutto da solo, basta votarlo; come colui che tranquillizza, perché fa quello che posso fare io, si fa carico di tutto, toglie preoccupazioni e infonde serenità. Ma questo non è davvero il leader, è solo una persona che costruisce una relazione di dipendenza, di necessità (a volte solo psicologica) perché deresponsabilizza, e deresponsabilizzando capovolge il significato di quell’atto nobile di delega che punta, al contrario, ad un’assunzione matura di responsabilità: il voto. Non solo. L’idea del “leader come padre” arriva a giustificare tutto ciò che il leader stesso fa solo ed esclusivamente in nome della leadership che gli viene riconosciuta: abbiamo infatti accettato, con troppe poche manifestazioni di sdegno, atti politici e comportamenti personali di rilevanza pubblica inaccettabili, li abbiamo resi normali; abbiamo delegato ad una sola persona, strenuamente difesa dal suo entourage, la possibilità di costruire e imporre una nuova “etica pubblica” che è, in realtà, una non-etica, e questo è un fatto, in Democrazia, assai grave.

Il vero leader, penso, è colui il quale rivela me a me stesso, mi fa cioè, nel mio piccolo, altro leader, mi spinge alla partecipazione senza delegare, mi impegna nel concreto della mia giornata ad assumere la responsabilità dell’azione o della non azione, condivide con me i sacrifici per uno sviluppo integrale della persona e del cittadino; il leader, penso, è pronto a sacrificare anche se stesso per un progetto condiviso, pronto cioè a perdere pur di accogliere, ad ascoltare prima di parlare, a testimoniare prima di ammonire. Il leader insomma non somiglia tanto al padre ma piuttosto ad un fratello, che alimenta e stimola una leadership collettiva, partecipata, alla luce di una relazione orizzontale capace di valorizzare le identità e custodire le differenze.

Un progetto politico serio punta al superamento di una “struttura personale” e la leadership che esprime nasce da un’ampia condivisione, non da miopi calcoli di opportunismo elettorale.

Il ritorno di Berlusconi non è un progetto politi



[1] P. Ignazi, Partiti politici in Italia, il Mulino, Bologna 2008, p. 60.

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