Il papa mette in guardia Roma: no a una vita disumana

Francesco ha aperto lunedì il convegno diocesano nell’aula Nervi alla presenza di circa 11mila romani. Famiglia sotto pressione, Chiesa nonna e non capace di generare i figli, sacerdoti impazienti e stanchi sono alcuni dei temi toccati, mentre torna con insistenza su accoglienza e tenerezza. Una famiglia commenta
Papa Francesco

La festa all’ingresso dell’Aula Nervi e lungo il corridoio che porta sul palco marmoreo è sempre stupefacente e fantasiosa: papa Francesco sa catalizzare le folle con la sua simpatia e sa al contempo fermarsi con i semplici e gli ultimi, come confida aprendo il convegno della diocesi di Roma, lo scorso lunedì. «Prima di venire qui sono venuto in cucina a prendere un caffè, c’era il cuoco e gli ho detto: "Tu per andare a casa di quanto tempo hai bisogno?". "Di un’ora e mezza”»: parte da questo momento quotidiano la riflessione di Bergoglio sulla vita frenetica della città che tra traffico, corse e spersonalizzazione rende la vita disumana. L’orfanezza è uno dei capisaldi del suo discorso, che traccia un quadro della famiglia in città oggi: padri che vanno a lavorare e lasciano e ritrovano i figli a letto senza poter giocare o offrigli un tempo di affetto; nonni allontanati nelle case di riposo; mamma e papà stanchi; ragazzi “orfani” di affetto e di gratuità. Una famiglia di Roma, Luisa e Giovanni, commenta le sollecitazioni del papa raccontando uno spaccato della loro quotidianità.

«Viviamo a Roma e con tre figlie il pensiero ricorrente è che in una città così sia complicatissima la vita familiare. Sembra tutta una corsa, ci sono la casa, il lavoro, la scuola, lo sport, le varie attività. Ci rendiamo conto che la tentazione più forte è quella di fare della nostra vita un’organizzazione (che in ogni caso in parte deve esserci!) distribuendoci e dividendoci i compiti e le cose da fare. Cosa ci aiuta?

Ogni tanto fermarci davanti al Vangelo, aiutandoci a vicenda per ridare quel senso, quell’importanza alle cose, alle necessità vere in contrapposizione a quei modelli della società, che puntano ad essere altri.

Fare le cose di ogni giorno, non perché si devono fare, ma con quel desiderio di voler bene all’altro, curare il dialogo fra noi, cercare di ascoltare veramente, uscire da noi stessi.

E così nelle piccole cose quotidiane le occasioni posso essere quelle di preparare la cena mentre l’altro gioca con le bimbe, oppure cercare di superare la nostra stanchezza per aiutare l’altro a fare qualcosa che magari per noi non è particolarmente importante, ma per lui sì, accompagnare una figlia ad una cosa per lei importante, cercare di non essere troppo attaccati al lavoro per riuscire a trovare più spazio per la famiglia, chiedersi scusa…

Siamo consapevoli che non riusciamo sempre a vivere così, ma sentiamo che quando ci riusciamo il rapporto fra noi cresce e diventa più solido… Sentiamo che le porte del cuore e dell’anima si aprono e vediamo possibile un modello di famiglia diverso da quello usuale, con una pienezza che ci avvicina ancora di più a Dio».

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