Il modello di banca che Visco non vede

Nelle periodiche considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, si registra l’abituale enfasi verso il sistema di credito gestito dalle società per azioni guidate dalla finalità di massimizzare il profitto. Ma esiste, o esisteva, l’esperienza cooperativa, capace di rispondere alle necessità del territorio senza generare il cumulo delle sofferenze bancarie che compromettono la nostra economia. Ciò che sembra più debole ha maggior possibilità di futuro
Visco Ansa

Quello che la teoria economica non vede… lo distrugge. È questa una massima tanto cruda quanto vera: se la teoria economica attraverso le sue lenti non vede alcune realtà e possibilità, allora il mondo economico e politico operano in modo da rovinarle e a volte annientarle. È questo per esempio il caso dei beni ambientali: prima che l’ambiente diventasse un bene economico non si teneva conto, nel mettere in piedi nuove costruzioni, nuove aziende, nuove attività, degli impatti ambientali che avrebbero prodotto.

 

È solo quando i danni all’ambiente hanno cominciato a diventare evidenti, che si è introdotta la nuova categoria di “bene” ambientale, e si è cominciato a prestare le dovute attenzioni all’ambiente, che è diventato visibile agli occhi economici.

 

La mia impressione, leggendo le considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è che ci sia qualche dimensione che sfugge agli occhi di chi si occupa di politica economica e di regolamentazione in Italia oggi. Innanzitutto la forma di Società per Azioni viene vista come la forma più efficiente: la Spa è la forma ordinaria, la forma cooperativa sembrerebbe un’eccezione che presenta diversi problemi, soprattutto di governance. Ora, l’efficienza va sempre valutata rispetto ai fini che un’istituzione si prefigge di raggiungere. Premesso che la solidità e la stabilità per le istituzioni finanziarie sono elementi irrinunciabili, pena il fallimento del sistema d’intermediazione, quello che è da valutare è cosa significhi il concetto di efficienza per un’istituzione che si prefigge lo sviluppo del territorio (come le banche di credito cooperativo, ad esempio) e la prossimità ai clienti.

 

In quest’ottica potrebbe non essere essenziale attrarre capitali dall’estero, e potrebbe risultare inefficiente, rispetto ai fini, il diminuire il numero degli sportelli, che è quello che la relazione di Visco sottolinea come via di sviluppo ed efficientamento delle banche italiane, assieme alla riduzione dei costi per il personale.

 

La forma bancaria cooperativa, a mutualità prevalente, è un prodotto tipico e innovativo della cooperazione italiana e nel tempo ha portato molti frutti, come sostiene il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi: «Non sfugge peraltro come la componente associativa abbia contribuito in modo determinante, negli anni, a garantire l’unità del sistema (obiettivo da sempre sostenuto nel percorso di costruzione della riforma), a far nascere gli stessi poli industriali, ad anticipare con intuizioni, progettualità e metodologie originali la capacità di prevenire e risolvere le crisi bancarie».

 

Le sofferenze bancarie, al centro dei problemi rilevati dalla relazione di Visco, risultano inferiori alla media, sia per il credito cooperativo considerato nel suo complesso, sia per Banca Etica, una Spa sui generis che ha percorsi di partecipazione dei soci molto elevati nella governance della banca.

Se il fine di una banca è unico, e cioè la massimizzazione dei profitti, è chiaro che chi lavora con altri obiettivi non rientra negli schemi, non viene visto, addirittura può essere considerato dannoso. Cioè a dire: quello che la teoria economica non vede…

 

Proprio in questi giorni, sul Sole 24 ore, è apparso un articolo di Luigino Bruni, sull’impresa vegetale, ed è citando le sue parole che desidero concludere: «È molto più difficile uccidere una pianta che uccidere un animale. Una grande vulnerabilità è diventata una maggiore resilienza alla morte. Le organizzazioni che oggi vogliono muoversi in questo nuovo ambiente, devono imparare a respirare, ascoltare, ricordare, parlare con tutto il corpo: come le piante. Devono quindi ripensare e stravolgere la rigida struttura gerarchica. In realtà, nel nostro modello di sviluppo esistono imprese organizzate secondo il paradigma vegetale: sono le cooperative. La forza della cooperazione consiste nell’aver sviluppato una distribuzione delle funzioni in tutto il corpo, rinunciando alla rigida organizzazione gerarchica per attivare l’intera compagine sociale. Essendo ancorate ai territori sono state molto più lente e in genere meno efficienti delle imprese capitalistiche, ma si sono mostrate molto più resilienti alle crisi ambientali, esterne e interne».

 

E se le forme di impresa e di banca che allo sguardo attuale appaiono le più deboli fossero quelle più capaci di futuro? Ce ne accorgeremo quando non esisteranno più perché abbiamo impedito loro di sopravvivere?

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