Il denaro che non crea lavoro, ma diseguaglianza

La ricchezza privata continua a crescere nonostante la crisi, ma nella produzione italiana investono di Cina, Algeria, Emirati Arabi, etc. Anche senza Jobs act. Il nuovo volto del conflitto tra rendita e lavoro che genera diseguaglianza
lavoro

Come prevedibile, nei giorni scorsi è arrivato il plauso al Jobs act del governo Renzi da parte del direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, intervenuta all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università Bocconi di Milano. Il Fondo monetario internazionale, assieme alla Banca centrale europea e alla Commissione europea, è un componente di quella Troika che, secondo una certa ricostruzione degli eventi contemporanei, esercita il governo di fatto sulla vita delle diverse nazioni. Il favore della Lagarde si spiega con l’intenzione, contenuta della delega all’esecutivo, di rompere il “dualismo” del mercato del lavoro tra lavoratori con protezioni forti e precari senza tutele.

La prevedibilità del costo della flessibilità in uscita (ovvero la fissazione di una indennità predefinita in caso di licenziamento anche illegittimo, tranne eccezioni estreme e improbabili) costituirebbe il requisito indispensabile per attirare investimenti dall’estero. Eppure seguendo alcuni recenti appuntamenti del presidente del Consiglio e la risoluzione di alcune storiche vertenze di lavoro, emergono degli elementi che mostrano una certa propensione delle società multinazionali ad investire in Italia.

Ad esempio, il 10 ottobre, lo stesso giorno in cui a Bertinoro (Forlì) si apriva il forum sull’economia civile, Matteo Renzi ha inaugurato a Bologna un nuovo sperimentale stabilimento della Philip Morris International, ai vertici mondiali nel settore del tabacco. Cinquecento milioni di investimenti per circa 600 nuovi posti di lavoro che hanno trovato tutti d’accordo, anche le diverse sigle sindacali, sul presupposto che il punto di forza del progetto si basa sulle competenze tecniche dei lavoratori presenti sul territorio.

Pochi mesi prima il giovane premier italiano è andato a Villanova d’Albenga, in provincia di Savona, a inaugurare il nuovo stabilimento della Piaggio Aerospace (ex Piaggio aereo), specializzato nella produzione di velivoli di lusso e aerei militari come il drone P.1HH HammerHead. Nonostante il nome italiano, solo poco meno del 2 per cento del capitale sociale è riconducibile al figlio di Enzo Ferrari, fondatore dell’omonima casa automobilistica, perché il resto appartiene ad una società di proprietà dell’emirato di Abu Dhabi (il più grande tra i componenti gli Emirati arabi uniti).

A presiederla troviamo lo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, vice comandante supremo delle Forze armate. Una scelta strategica che lo stesso Renzi ha voluto evidenziare come un segno di «condivisione politica». Come si ricorderà, infatti, un’altra grande società degli Emirati, la compagnia aerea Ethiad è parte dominante del capitale di Alitalia che ha nominato il nuovo presidente in Luca Cordero di Montezemolo, uscito da poco dalla Ferrari a guida Fiat con una liquidazione di 27 milioni di euro. 

Sempre restando nel campo della produzione, un segnale importante arriva da quel settore decisivo costituito dalla produzione di autobus che avrà un polo nazionale capace di mettere assieme la bolognese Breda Menarini (ex Finmeccanica) e la Irisbus di Avellino (dismessa dalla Fiat). A salvare i posti di lavoro e fare piani di rilancio sono già arrivati i cinesi di King Long che detengono l’80 per cento del capitale  della nuova società Industria italiana autobus (il resto è ancora in mani Finmeccanica).  Anche in questo caso si è rivelata decisiva la competenza tecnica delle maestranze di due società dismesse per motivi legati a strategie industriali diverse dal costo del lavoro: la dismissione della produzione non militare per Finmeccanica e il progetto internazionale dell’auto per Fiat.

Da ultimo è arrivato l’accordo per l’ex stabilimento della Lucchini di Piombino, in Toscana, dove il gruppo Cevital si è detto disposto a rilevare l’attività produttiva dell’acciaieria (due milioni di tonnellate l’anno), mantenendo non solo il personale attuale, ma dichiarando l’intenzione di «aumentare l’occupazione nei prossimi quattro anni». Isaad Rebrab, presidente del gruppo algerino, si è detto interessato a promuovere una serie di progetti che facciano del porto di Piombino, dove la Regione Toscana ha investito 270 milioni di euro, «una piattaforma logistica per tutto il Mediterraneo», con interessi che si allargano al settore agroalimentare. Come ha detto Pietro Nardi, il commissario straordinario della Lucchini che ha siglato l’intesa con gli algerini, questi hanno una «visione simile a quella dei nostri imprenditori degli anni ’60».

Se, dunque, esiste una manodopera specializzata che attira gli investimenti stranieri, cosa manca alla classe imprenditoriale italiana? I soldi? Non sembra affatto perché, mentre la classe media sta sprofondando e il debito pubblico continua ad aumentare, non si arresta la crescita della ricchezza privata in titoli e denaro contante per oltre 4 mila miliardi di euro. Un record, segnalato da diversi centri di ricerca come l’ufficio studi della Bnl, che segna l’incremento di 400 miliardi di euro di fronte al 2011.

Una ricchezza immobile che continua a crescere e non viene messa in circolo per creare lavoro e benessere. È una fotografia confermata nel rapporto Ocse sulle diseguaglianze che registra il picco massimo, negli ultimi 30 anni, nel divario tra ricchi e poveri. Secondo l’Organizzazione alla cooperazione e allo sviluppo, che raggruppa i 34 Paesi più ricchi al mondo, proprio questa disparità è all’origine della mancanza di crescita. Una crisi, dunque, generata a aggravata da una mancanza di redistribuzione di ricchezza e che profila il conflitto tra rendita e lavoro.

 

    

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