«Ho deciso di restare in città»

Ancora testimonianze di cristiani che vivono il Vangelo sotto le bombe. Oggi la vicenda di Jean, così come l’abbiamo raccolta dalla sua viva voce
Siria

Nella situazione difficile che la Siria sta vivendo, ci è stato chiesto come padri di decidere quello che pensiamo sia il bene per la propria famiglia, il bene dei nostri figli e il meglio per la nostra vita. La decisione è stata sempre difficile, perché bisognava scegliere fra rimanere nel nostro caro Paese che soffre e si lacera in un conflitto nutrito dall’ignoranza, dalla divisione e dal settarismo confessionale, o invece lasciarlo per proteggerci dal caos e dalla morte.

Anch’io come padre e marito ho dovuto decidere se rimanere nel Paese che amo e nel quale vivo con dignità o emigrare per il bene della mia famiglia. Questa lotta mi ha provocato un grande stress e un'inquietudine che involontariamente si sono ripercossi sulla mia famiglia, rendendone la vita, come quella di tanta gente, confusa.

Alcuni mesi fa ho comperato i biglietti aerei e ho cominciato le pratiche necessarie per la partenza. Una delle carte importanti per il viaggio doveva essere rilasciata dalla mia Chiesa di appartenenza. Quando sono andato per richiederla, il sacerdote mi ha visto molto agitato e me ne ha chiesto il motivo. Gli ho risposto che avevo in mano i biglietti per il viaggio e che la mia valigia era pronta – tutti segni che dimostravano che ero pronto per viaggiare –, ma che in fondo al cuore non volevo fare questo passo e non ero tranquillo nel farlo, anche se avevo già assicurata un’opportunità di lavoro a Beirut. Sentivo che avevo una certa missione da offrire qui alla mia gente e al mio Paese. Il padre mi ha risposto con grande tranquillità: «Allora, se è così, non partire!».

In quel momento, la situazione ad Aleppo, la mia città, non era così grave come è attualmente, ma tutti sentivano che il peggio stava per arrivare, e che sarebbe arrivato velocemente. E infatti proprio in quei giorni c’è stata una svolta e la situazione è precipitata. Inizialmente, ho deciso che sarei rimasto da solo ad Aleppo, avrei fatto partire mia moglie e i figli per Beirut. Li avrei semplicemente accompagnati e poi sarei tornato. La risposta di mia moglie però è stata: «O ce ne andiamo tutti insieme o rimaniamo tutti insieme».

Non sono una persona abituata a pregare come fanno tanti, ma ho sentito in quel momento che Dio mi chiedeva qualcosa qui, in questo posto. Per questo sono andato in chiesa e, davanti al tabernacolo, ho offerto a lui la mia vita e la vita della mia famiglia dicendogli: «Ti ho consegnato, o Signore, me stesso, la mia famiglia. Il nostro futuro è nelle tue mani». Da quel momento, mi sono lanciato a vivere questa avventura e nonostante la tensione che si respirava attorno, mi hanno invaso una grande pace interiore e una grande tranquillità.

Da una parte, ho cominciato, con degli amici cristiani, a cercare di capire i bisogni della nostra comunità provando a rispondervi attraverso aiuti anche semplici, secondo le nostre possibilità. Dall’altra Dio mi ha aperto una strada nuova con padre Georges, un sacerdote col quale da tempo lavoravo. Un giorno, mentre ero al lavoro per il restauro della sua chiesa, ci siamo trovati a parlare con lui delle condizioni di vita difficili nelle quali si trovano ora tante famiglie cristiane della classe media e del reale problema di trovare il latte per i bambini. Pochi giorni dopo, sono andato a cercare il latte per i bambini per la famiglia di un amico mio, senza risultato. Sono andato di nuovo con il sacerdote per cercare questo prodotto ed abbiamo scoperto che sui mercati non c’era più questo nutrimento di base per i bambini. Alla fine, dopo una continua ricerca siamo riusciti ad avere soltanto quattro scatole di latte.

Quello che mi addolorava di più era il fatto che in quel momento la maggioranza delle famiglie poteva ancora pagare il latte per i figli ma il latte non c’era più sui mercati. Parlando con padre Georges, in un momento di comunione, il discorso è caduto dal come fare per assicurare il latte ai bambini di quelle famiglie che appartenevano alla classe media e che ora non hanno più nessuna entrata. Così un giorno, spontaneamente, senza nessun programma in testa, abbiamo iniziato ad annotare le necessità delle famiglie.

All’inizio, nella lista figuravano 300 famiglie, sicché abbiamo chiesto a tante persone che conosciamo delle donazioni, ma abbiamo ricevuto solo 300 L.S. (pari a quattro dollari!) Era impossibile lavorare con una somma così irrisoria. Ed ecco che una persona di nostra conoscenza è intervenuta e ha potuto coprire tutti i bisogni immediati tramite la Caritas della Siria!

Un giorno ho preparato un cesto di alimenti, l’ho fatto come fosse per la mia famiglia, poi, accompagnato da un amico, l’ho portato ad una persona. Quando siamo arrivati all’entrata della casa, ho offerto il cesto. Ma lui era sorpreso e non voleva accettare, allora gli ho detto: «Questo cesto l’ho preparato per me, e quel che è mio, è tuo».

Con l’aumento del numero delle famiglie bisognose, che sono passate da 300 a 1.500, non riuscivamo ad assicurare nemmeno i prodotti di prima necessità, perciò abbiamo pensato di chiedere aiuto alla “mezza luna rossa”. Durante l’incontro con il responsabile, ci ha chiesto se offrivamo il sostegno a persone di tutte le confessioni. Proprio in quel momento è entrata una persona che conoscevo e mi ha chiesto del Centro per i bambini sordomuti che gestisco con mia moglie; era al corrente che in esso ci occupavamo di musulmani e cristiani nello stesso modo. Senza esitare, ha fatto un cenno al responsabile che ci ha firmato un documento per aver accesso ai magazzini. Eravamo sorpresi della grande quantità di aiuto che abbiamo ricevuto!

Jean – Aleppo

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