Grande musica a Roma

Musica dello Spirito a Santa Cecilia e L’Elisir d’amore all’Opera. Contemplazione e sorriso
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Il maestro Antonio Pappano alla guida dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia (Photo Piero Cruciatti / LaPresse 27/07/2020)

La musica è fatta così. Non devi analizzare, ma lasciarti portare. Non devi essere teso, ma lasciare aperte le porte del pensiero, se si vuole dell’anima. Così fluisce dentro di noi qualcosa che sa di stupore, indefinibile come appunto è la bellezza.

È quanto succede, ed è successo, ascoltando a Santa Cecilia il Salmo 114 op. 51 di Mendelsshon: musica felice, chiara per coro e orchestra. Nessuna incrinatura, nessuno sforzo. Mendelsshon è così: tutto scorre limpido perchè egli possiede la chiarità dentro di sé. E allora il coro ceciliano, cristallino, splende e splende l’orchestra sotto la guida serena di Antonio Pappano.

Poi, c’è la Settima Sinfonia di Anton Bruckner. Un altro mondo, quello dell’umile organista austriaco, spesso dileggiato, ma capace di capolavori sinfonici a fine ‘800 che sono autentici volumi di spiritualità. Bruckner non è un cristiano ingenuo: ci sono battaglie nella sua musica, depressione, ascese, trionfi ed estasi.

L’inizio è stupendo: sul tremolo degli archi che sembra venire da mondi ultraterreni si espande una ampia melodia, prima affidata al corno, a viole e violoncelli poi ripresa dai violini e dai legni, sollevandola in alto. Melodia che si incontra con altri temi ma non si fonde. La musica di Bruckner è fatta di blocchi che tentano un dialogo ma restano ciascuno sé stesso. Non è Beethoven che nelle sinfonie parte da una idea, la sviluppa e poi la conchiude. Bruckner si tormenta, anche negli altri tempi, come nel secondo Molto solenne e lento: una preghiera vastissima e dolente sulla morte – anche dell’adorato Wagner. È contemplazione che chiuderà la sinfonia dopo esaltazioni e dubbi in un trionfo, luminosamente alto e grande: la lotta è finita, la pace ha vinto.

Pappano dirige con una passione e una attenzione commovente l’orchestra-capolavoro a sé per precisione, ritmo e bellezza di suono – memorabili sempre violini e violoncelli: una “syn-fonia” appunto, cioè tante voci in un solo e diverso suono. Grande musica, grande interpretazione.

 

Altro mondo, altre atmosfere al Teatro dell’ Opera. Il melodramma giocoso in due atti L’Elisir d’amore, composto a rotta di collo da Gaetano Donizetti per trionfare a Milano nel 1832, è prima di tutto qui a Roma uno spettacolo circense. Mimi, acrobati, danzatori, figurine: tutto molto napoletano, affollato, scoppiettante (forse troppo in qualche momento). Godibile, fantasioso nella favola dell’imbroglione Dulcamara che arriva in un improbabile villaggio dei Baschi per spacciare il suo bordò come elisir della regina Isotta. Ci crede l’ingenuo Nemorino, pazzo della civettuola Adina che lo tratta sempre malissimo. Gioia, allegrezza, melodie di un pathos allo stato puro – la celebre “Furtiva lagrima” con l’invenzione del fagotto ad introdurla –, concertati spiritosi, duetti sornioni, e ovviamente lui, il professore imbonitore, antesignano dei venditori attuali televisivi, ma ovviamente di qualità nettamente superiore.

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Simone Del Savio interpreta il Dulcamara ne “L’elisir d’amore”, in scena al Teatro dell’Opera di Roma

Insomma, allegria, il soldato spasimante ridicolo Belcore, i pettegolezzi femminili e poi lei, Adina, viziata e anche crudele. E qui si nota quella tipica crudeltà di certe figure femminili donizettiane – come Norina nel Don Pasquale – capaci di far soffrire gli innamorati e di dominarli, salvo poi togliersi la maschera e rivelare il lato romantico del carattere.

Scaltrezza, melodiosità e ricordi rossiniani animano una partitura svelta, sapidamente teatrale che in Donizetti si carica di un sentimento umano vero che oltrepassa le maschere comiche anche ciniche di Rossini e le fa diventare “personaggi” con melodie “naturali” che non hanno la poesia astratta di un Bellini ma suonano forse più vicine a noi.

Spettacolo, si diceva, bello diretto da Ruggero Cappuccio con fantasia. E la direzione musicale del debuttante a Roma Francesco Lanzillotta, giovane dinamico? Buona di sicuro, attenta, anche se forse avrebbe potuto esigere di più dall’orchestra (gli ottoni non sempre a posto) in una partitura raffinata, tutt’altro che semplice. Molto buono il cast, specie il tenore John Osborne, davvero eccellente per qualità vocale, e il soprano Aleksandra Kurzak. Una bella sorpresa il Dulcamara simpatico e di bella voce naturale Simone Del Salvio. Gioia per tutti e festa sorridente

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