Gli inganni di Pier Luigi Pizzi

Macerata Opera Festival. Arena Sferisterio, Macerata.
Gli inganni di Pier Luigi Pizzi
«Non vorrei ingannata restar», canta Zerlina davanti alle lusinghe di don Giovanni. In effetti, tutti ingannano o sono stati ingannati, nel capolavoro mozartiano che Pizzi allestisce quest’anno, toccando erotismo, burla e tragedia di una umanità – simboleggiata dal grande seduttore – imprigionata in sé stessa come un uccello in gabbia. E fa bene il regista a superare, scenograficamente, il limite del non-detto e del non visto nella musica di Wolfgang mostrando don Giovanni alla fine tormentato in un inferno esplicito. Lui se l’è voluto e cercato come un eroe negativo. Ma Pizzi non riesce a nascondere un filo di commozione, proprio lui, l’illuminato artista neoclassico, regala barlumi di umanità ad un personaggio che dall’inizio alla fine sembra non averla.

Succede anche con l’allestimento di Madama Butterfly. Altra donna ingannata dal razzista e cinico Pinkerton in un Giappone sensuale. Dove però basta un semplice ciliegio sul palco smisurato dello Sferisterio a dire tutto della favola triste tra la piccola geisha e l’avventuriero americano.

Inganna per amore, Violetta, la “traviata” costretta dal mondo borghese di allora (e perché no, di oggi) a rinunciare all’unico amore della vita. Certo, sulla scena canta e agisce una Mariella Devia, splendida belcantista e misurata interprete, dietro ad una enorme specchiera candida. L’ha suggerita Massimo Gasparon per commentare un dramma intimo che spezza ancora il cuore con la verità della musica di Verdi, diretta con cura, nonostante il vento, da Michele Mariotti.

Tragico infine si rivela l’inganno ne Le malentendu, il malinteso. Tre atti dal dramma scritto da Camus durante la guerra nel 1941. La musica di Matteo D’Amico, nell’opera in prima assoluta mondiale, ha rivestito una autentica “tragedia dell’incomunicabilità”. Semplice la trama. Un figlio ritorna dopo anni nella locanda tenuta dalla madre e dalla sorella, ma non si fa riconoscere. Le due donne, per impadronirsi dei soldi, lo uccidono. Alla fine, se ne rendono conto, grazie al vecchio servo che finalmente consegna loro i documenti dell’uomo. Il servo è immagine di un Dio indifferente alla sorte umana, che dice “no”alla richiesta di aiuto.

D’Amico ha l’abilità di accompagnare con un gruppo di ottimi strumentisti – il Quartetto Bernini, due clarinettisti e un fisarmonicista – il canto agitato, lacrimoso, impulsivo dei personaggi. La musica non altera né soffoca le voci, piuttosto è un mare in fermento che sottolinea l’incupirsi del dramma. Cantanti-attori come Elena Zilio, Sofia Solovij, Mark Milhofer, guidati da Guillaume Tourniaire, hanno dato una vitalità reale all’opera, aiutati dalla regia leggera di Saverio Marconi. Spettacolo claustrofobico e duro, eppure – ma forse Camus non sarebbe d’accordo – necessario. Per non fermarsi però alla cupezza, ma continuare a cercare, oltre l’inganno, la verità. Che è forse l’altra faccia del tema scelto quest’anno da Pizzi.

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