Gli errori nella lotta contro la povertà e l’esigenza di un welfare generativo

Intervista a Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, sulla strada da prendere per evitare un welfare dissipativo e controproducente.Parere negativo sul Reddito di inclusione sociale proposto dell’Alleanza contro la povertà. Elementi per un confronto necessario
povertà ansa

Come abbiamo riportato su cittanuova.it, la questione dell’impoverimento in Italia affiora da diversi fonti, come ad esempio il rapporto Censis che parla di 11 milioni di persone che rinunciano alle cure perché troppo costose per loro. In questi giorni esce in libreria il testo curato da Cristiano Gori che illustra la proposta dell’Alleanza contro la povertà in Italia che riunisce 60 associazioni italiane, guidate da Caritas e Acli, che chiedono l’adozione di un reddito di inclusione sociale (Reis) come risposta all’emergenza della povertà assoluta. Il governo ha annunciato, con il ministro Poletti, l’adozione di una misura nazionale di contrasto alla povertà il Sia (sostegno inclusione attiva) che appare comunque di modesta entità e insufficiente secondo il parere di molte associazioni.

 

In questo discorso pubblico sulla diseguaglianza che sta emergendo, dopo tanta rimozione, grazie anche all’esempio eclatante di papa Francesco, ha un posto particolare l’analisi originale e fuori dagli schemi di Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, autorevole centro di ricerche sulle politiche sociali che ogni anno pubblica un rapporto della lotta contro la povertà che è un punto di riferimento necessario per chi non vuole restare ad un livello superficiale di analisi. Ecco quindi l’intervista che ci ha concesso il direttore della Fondazione che punta su quel “welfare generativo”  al centro di una proposta di legge promossa dalla stessa Zancan come modello da perseguire a livello di scelte politiche lungimiranti.

 

 

Si può dire che in Italia, magari grazie agli interventi di papa Francesco, stia rinascendo una nuova tensione verso la giustizia sociale?

 

 

«Papa Francesco ha messo la povertà al centro delle attenzioni ecclesiali e civili. Lo ha fatto in modo profetico, chiedendo a tutti di riconciliarsi con la povertà. Non riguarda solo “i poveri” ma l’esistenza di ogni persona. Aver bisogno, non farcela, non avere il necessario per vivere, non poterlo garantire ai propri figli e … a chi chiedere aiuto? Come ritrovare la speranza? Sono esperienze di grave sofferenza umana che si concentrano nella vita dei poveri.

 

La povertà nella seconda metà del ‘900 è stata considerata questione strutturale e quindi non risolvibile se non con “misure” economiche, con politiche passive e assistenzialistiche. In questo modo un numero crescente di persone e famiglie sono diventate poveri di lungo periodo, cronici, assistiti. Negli aiuti hanno prevalso i “trasferimenti” che danno ma non aiutano, perché escludono dalla socialità e dai servizi necessari, che invece contengono e offrono le opportunità necessarie per uscire dalla povertà. Le politiche di trasferimento acritico sono un modo politico per non rispettare la dignità delle persone, per non riconoscere le capacità, per non rinunciare al rapporto di potere sugli assistiti. Anche per questo le disuguaglianze sono cresciute impietosamente, continuando a fare parti uguali tra disuguali e dando per diritto anche a chi non ne ha bisogno». 

 

Cosa ci dicono i dati sull’impoverimento, a prescindere dalla revisione dei criteri di rilevazione dell’Istat?

 

 

«Ci dicono che il 10 per cento delle famiglie detiene il 47 per cento della ricchezza complessiva mentre il 50 per cento delle famiglie ha meno del 10 per cento della ricchezza totale. Nel 2014 il gettito delle imposte dirette (238 miliardi) è stato superato da quello delle imposte indirette (247). Tecnicamente le prime riducono le disuguaglianze mentre le seconde le riamplificano. Non garantiscono condizioni per realizzare quello che vuole la Costituzione e cioè la lotta efficace contro le disuguaglianze, in modi non velleitari ma costruttivi di giustizia sociale. Negli ultimi 15 anni sono stati destinati miliardi di euro alle pratiche assistenzialistiche. Non hanno ridotto la povertà e hanno messo in luce le disfunzioni burocratiche che le caratterizzano. All’aumento della domanda ha fatto riscontro l’incremento dei controlli burocratici, che in questo modo ha sviluppato ritardi crescenti ed effetti indesiderati paradossali, giustamente stigmatizzati dai mezzi di comunicazione. Le professioni sociali hanno dovuto sostituire l’azione clinica con pratiche “accertative”, quelle che impediscono a chi opera nei servizi di sviluppare relazioni di aiuto con le persone. I dati sono impietosi.

 

Ci può fare qualche esempio?

 

 

«Ad esempio nel caso di un contributo una tantum per famiglie povere della Regione Veneto abbiamo stimato che il lavoro burocratico dei professionisti nei comuni ha comportato un costo aggiuntivo per la collettività di 34 centesimi per ogni euro di contributo erogato alle famiglie. Se applichiamo questo rapporto di costo alle proposte di “reddito minimo” nazionali, ad esempio al Reis, significa che l’infrastruttura amministrativa comporterebbe un costo di almeno 2 miliardi in più.

Purtroppo il dibattito politico e tecnico degli ultimi 10 anni è rimasto arroccato sui “trasferimenti” chiedendosi se e come rinominarli (dal Rmi fino al Sia) con territori che sono diventati protesi di azioni centralizzate, senza chiedersi se il vero problema non fosse proprio il “prestazionismo”. È fonte di mortificazione delle capacità delle persone quando sono trattate da assistiti, quando non vengono e non si sentono riconosciute per quello che sono, “persone”, con capacità e risorse originali da conoscere e valorizzare».

 

 

 

 Quali sono, a suo giudizio, gli errori di prospettiva più comuni nelle proposte di lotta contro la povertà in Italia?

 

 

«Un errore diffuso consiste nel mistificare il problema con parole vuote. Cosa significa passare da politiche passive a politiche attive, quando poi l’attivazione si riduce a sottoscrivere un pezzo di carta (il progetto personalizzato), che invece ha bisogno di ben altri incontri di capacità e responsabilità? Purtroppo la dinamica prevalente è tra “domanda e offerta di assistenza” gestita senza utilità. Si è così evidenziata, durante la crisi, l’inefficacia delle pratiche di mero trasferimento, con una spesa ingiustificata e senza rendimento, con un grande vuoto di azione professionale, senza servizi inclusivi, di fatto surrogati dalla monetizzazione delle risposte. Sono errori di sintassi gravi e reiterati. In questo modo paghiamo pesantemente i costi di un analfabetismo di welfare incoraggiato da approcci ideologici, che affrontano i problemi complessi con soluzioni semplicistiche “politicamente redditizie”.

Avevamo quindi profondo bisogno delle parole forti di Papa Francesco. Hanno ridato sostanza e dignità ai problemi dell’esistenza quotidiana di tante persone e famiglie. Vivono in condizioni di povertà e hanno tanto bisogno di aiuto, che non va banalizzato con approcci materialistici, quelli che nascono dalla presunzione che la lotta alla povertà si faccia riempiendo vuoti e carenze, come con le strade, mentre invece l’aiuto efficace si fa “con le persone” e non può essere ridotto a materia assistenziale da movimentare».

 

Che tipo di intervento strutturale e di lungo termine sarebbe, invece, necessario? Quali ostacoli di vario genere sarebbero da rimuovere a tal fine?

 

 

«Se con intervento strutturale si pensa a nuove misure, del tipo Reis o equivalenti, non si va lontano. Nascono dall’idea che per lottare contro la povertà basti appunto una “misura”. Anche per questo le stime di fabbisogno non tengono conto della realtà dei servizi del nostro Paese. Sono profondamente carenti di infrastruttura professionale che, come dicevamo, da sola vale più del 30 per cento dei costi di misure universali aggiuntive a quelle categoriali già in essere. Come farebbe la scuola senza insegnanti o la sanità senza medici a erogare servizi di istruzione o di cura? Nel sociale invece tutto sembra possibile, basta pensarlo e proporlo.

Bisogna invece lottare contro la povertà “con le persone”, rispettando la dignità di ogni persona, tenendo conto di un criterio fondamentale: “non posso aiutarti senza di te”. Anche per questo è necessario evitare di burocratizzare l’aiuto. Tecnicamente crea degli Ogm sociali: gli assistiti di lungo periodo. Un blocco culturale e di interessi, negli ultimi anni, ha reso possibili 20 miliardi di ulteriori trasferimenti senza servizi, con risultati inconsistenti. 

 

Quindi cosa proponete in alternativa?

 

 

«Una riposta positiva alla sua domanda si può trovare nei potenziali del welfare generativo. Dicono che il modo migliore per lottare contro la povertà è farlo “con i poveri”, con azioni a corrispettivo sociale, passando da azioni costose a pratiche di investimento, per poi reinvestire il valore generato con i poveri e a loro vantaggio. Le prove di fattibilità in alcuni territori ci parlano di effetti moltiplicativi fino a 6 volte il valore investito. Purtroppo alcune delle nostre proposte di welfare generativo vengono manomesse e riutilizzate nella logica di scambio di mercato, ad esempio chiedendo ai poveri di restituire alla società quello che ricevono, come se la lotta alla povertà fosse una banca del tempo o una gestione amministrata di lavori socialmente utili. È un esempio di quanti ostacoli culturali e tecnici possono rallentare un futuro possibile, in cui fare spazio all’agire agapico. Ma le pratiche di welfare generativo si stanno facendo strada in alcuni territori sperimentali, con credenti e non credenti che socializzano problemi e capacità, creano valore sociale e lottano realmente contro la povertà».

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