Gli errori della spesa sociale in Italia

Nel Rapporto 2015 della Fondazione Zancan c'è una rigorosa analisi delle inefficienti politiche di contrasto all’impoverimento vigenti nel nostro Paese. Le trappole dell’assistenzialismo e i paradossi di una spesa improduttiva spiegate da Tiziano Vecchiato, che indica l’alternativa della cittadinanza generativa
vecchiato

La Fondazione Emanuela Zancan, importante e qualificato Centro Studi e Formazione di Politiche Sociali ha redatto il Rapporto 2015 sulla lotta alla povertà «Cittadinanza Generativa» (il Mulino, 2015), che arricchisce i contenuti delle precedenti edizioni con una proposta di legge per sviluppare soluzioni di welfare generativo.

 

Da quando Papa Francesco ha accesso l’attenzione sul problema sociale dei poveri e soprattutto sulla loro dignità ed autoaffermazione, si è riacceso anche il dibattito politico e sociale.

 

«È giunto finalmente il momento di considerare la povertà come uno spreco, un enorme, inaccettabile spreco di energie, intelligenze, creatività – scrive nell'introduzione Cesare Dosi, presidente della Fondazione Zancan e professore di Scienza delle finanze all’Università di Padova è venuto quindi anche il momento di guardare alle misure di contrasto della povertà non come a un costo a fondo perduto, ma come un investimento. Un investimento comunitario il cui rendimento dipende anche dalla capacità di coinvolgere i beneficiari immediati degli interventi, dando quindi piena e coerente attuazione ai dettami della nostra Costituzione, che pone accanto al principio della solidarietà sociale il dovere di ogni cittadino di concorrere al progresso materiale e spirituale della società».

 

Le trappole dell'assistenzialismo sono disseminate lungo le strade compassionevoli del welfare tradizionale, aggiunge il direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato. «Consumano – aggiunge – più risorse del necessario, senza aiutare. Hanno spesso trasformato la protezione sociale in qualcosa di poco protettivo, così da rendere inefficienti gli aiuti, in certi casi umiliando le persone che li ricevono con lungaggini burocratiche e gestioni inefficienti delle risorse. Non possono diventare bene comune se si riducono a consumo privato di assistenza senza responsabilizzazione sociale. In questo modo non si assiste e non si emancipa. È necessario andare oltre l’assistenzialismo che debilita le capacità promuovendo le capacità di ogni persona e l’incontro tra diritti e doveri sociali».

 

Fotogrammi di povertà. Il rapporto presenta, in pillole, i principali dati sulla perdurante condizione di povertà in Italia. A partire da quei 9 milioni di italiani «esclusi». Con la crisi sono aumentati di due milioni. Sempre la crisi è responsabile dell'aumento delle disuguaglianze: a livello globale, dal 2016 la ricchezza nelle mani dei paperoni – dice la ong Oxfam – corrispondenti all'1% della popolazione, supererà quella del restante 99% del pianeta.

 

La legge di stabilità ha preso atto che povertà economica e povertà educativa si alimentano reciprocamente pregiudicando il futuro di troppi bambini. C'è una grande disparità generazionale:la disoccupazione giovanile è al 40%, sono 2,5milioni i neet: i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano.

 

Tre milioni di famiglie in Italia, l'11,7% del totale, sono in difficoltà nel sostenere le spese dell'abitazione e si sono trovate, almeno una volta nel 2014, in arretrato con il pagamento del mutuo o dell'affitto o delle utenze. Resta alta – secondo l'Ocse – la quota dei disoccupati di lunga durata: la percentuale era salita al 60% nel quarto trimestre 2013 (dal 45% del quarto trimestre 2007). I working poor – poveri che lavorano –  sono cresciuti del 50% dal 2008 al 2013. Secondo il Censis, 17 milioni di italiani sono a rischio di povertà o esclusione sociale.

 

La spesa sociale. La Fondazione propone una riflessione annuale sulla spesa per assistenza sociale dei comuni italiani. La spesa totale per le prestazioni di protezione sociale in Italia non è diversa dai valori che si riscontrano nei paesi europei. Diverso è invece l’impiego delle risorse: nel 2012 il 60% della spesa in Italia era destinato ad anziani e «superstiti» (in gran parte pensioni, dirette o di reversibilità), contro il 46% in media nei Paesi dell’Ue. Spendevamo invece il 4,2% del totale a sostegno di famiglia, maternità e infanzia contro quasi il doppio (7,8%) in media nell’Ue. 

 

Nel 2012 in Italia il 90% dei circa 50 miliardi di prestazioni assistenziali veniva erogato sotto forma di trasferimenti monetari. Nel 2007 erano 1,8 milioni le persone in condizioni di povertà assoluta, nel 2014 sono salite a 4,1 milioni (+129% in sette anni). Il confronto con alcuni Paesi sottolinea ancor più chiaramente la scarsa efficacia del nostro sistema di welfare: si è stimato che, intorno al 2010, in Italia appena il 9% di tutti i trasferimenti monetari pubblici era diretto al quinto più povero della popolazione, contro il 21,7% in media in tutti i paesi Ocse.  

 

La Fondazione Zancan stima che In Italia per ogni milione di euro speso in trasferimenti sociali (escludendo le pensioni) il numero di persone a rischio di povertà dopo i trasferimenti si riduce di 39 unità, mentre nell'Unione europea il dato medio è di 62 persone. Significa che la spesa italiana è in grande affanno nel compito di abbattere la povertà. Gli oltre ottomila enti locali affrontano l'impoverimento della popolazione senza orientamenti condivisi.

 

La forbice va da 24,6 euro a 277,1 euro pro capite: in specifico da 6 a 77,3 euro per la spesa per persone in disagio economico; da 2,2 a 32,6 euro per il contrasto della povertà; da 4,3 a 24,1 euro per il disagio economico di bambini e famiglie; da 0,5 a 30 euro per il disagio economico delle persone anziane. Non ci si chiede come mai e perché chi dà di più non ottiene risultati positivi.

 

«L'impatto sociale dei servizi (per la prima infanzia, gli anziani, le persone disabili…) per aiutare a uscire dalla povertà è unanimemente riconosciuto e misurabile – fa sapere il direttore Vecchiato -. Nei servizi sociali i margini di investimento sono considerevoli, perché la parte della spesa assistenziale trasformata in servizi alle persone e alle famiglie è solo del 10%. Può cioè ancora contare sul 90% degli attuali trasferimenti monetari – cioè su circa 45 miliardi di spesa per assistenza sociale in gran parte improduttiva, trasferita a costo e non a investimento, incapace di potenziare la capacità. Il deficit è evidente e ci condanna a uno spreco sistematico di risorse. Politicamente non è facile togliere quello che è stato concesso: è il prezzo del consenso cui la politica non è disposta a rinunciare. Le conseguenze ricadono su quanti vivono agli estremi della vita: i bambini e le persone con ridotta speranza di vita. I servizi per la prima infanzia (0-3)  non accolgono i bambini poveri. Se lo facessero, il 75% di loro non soffrirebbe le conseguenze della povertà. Anche i servizi per le persone anziane sono un costo crescente e un motivo di impoverimento per le famiglie, al punto che la spesa privata nelle regioni del Nord sta raggiungendo, negli ultimi anni, valori pressoché equivalenti alla spesa pubblica sociosanitaria».

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