Dopo i gilet gialli, ecco gli scioperi generali

Tre serrate generalizzate in pochi giorni contro la riforma delle pensioni voluta dal presidente Macron. La natura delle proteste francesi, che prende di mira la presidenza Macron, ha una natura prettamente economica.

5, 10 e 17 dicembre: tre scioperi generali “interprofessionali” per protestare contro la riforma delle pensioni annunciata da Macron si sono succeduti in Francia, con la partecipazione di centinaia di migliaia di manifestanti, in un risveglio forse inatteso delle organizzazioni sindacali. Il peso di tali scioperi è acuito dalla mobilitazione dei ferrovieri della Sncf, che hanno incrociato le braccia in modo massiccio, lasciando a casa milioni di pendolari. Solo nella giornata del 10, nell’Ile de France, cioè la regione di Parigi, ciò ha provocato degli ingorghi mostruosi nelle strade e autostrade con un totale di 600 chilometri di imbottigliamenti. Il clima è stato avvelenato ulteriormente dalla vicenda dell’alto commissario per le pensioni, padre della riforma, Jean-Paul Delevoye, che il 16 dicembre ha spontaneamente dato le sue dimissioni dall’incarico per via di una lettera d’intenti al governo in vista del mandato in cui non poche erano le omissioni riguardanti cumuli di mandati non accettabili per la legge francese.

Macron e il suo premier, Edouard Philippe, cercano di calmare il gioco, sostenendo la necessità della riforma che, chiaramente, non ha copertura finanziaria nel budget statale per gli anni a venire. Per questo è stata stabilita una regola generale: si va in pensione tutti a 64 anni (oggi meno, a seconda delle categorie). Ma proprio tale rigidità ha scatenato le proteste di diverse categorie, dai metalmeccanici alle organizzazioni femministe, dai ferrovieri ai commercianti. Ogni categoria professionale, sembra venga danneggiata dalla riforma. Si susseguono le opere di mediazione avviate in particolare dal premier, il quale ieri e oggi è impegnato in consultazioni a tambur battente, ma non si sa quanto efficacemente. Perché siamo di fronte ormai a un braccio di ferro tra il presidente e la piazza.

France Strikes

Oggi, 17 dicembre, si svolgerà quindi la terza giornata di sciopero generale in Francia, che forse dirà se la piazza “tiene”, o se la fatica, il danno economico e la prossimità delle feste indurranno un certo numero dei manifestanti della prima ora ad abbandonare la battaglia. Dimostrazioni sono programmate su invito di tutte le organizzazioni sindacali, inclusa la Cfdt, il più grande sindacato francese, per la prima volta scesa in campo. I lavoratori delle ferrovie, gli insegnanti, i funzionari pubblici, gli avvocati, i magistrati e i professionisti della giustizia, i piloti, le hostess e gli steward, ma anche gli stagisti, i medici e gli assistenti saranno mobilizzati in vari cortei in tutta la Francia. Una partecipazione massiccia e impressionante nella sua varietà. Il traffico ferroviario e dei trasporti pubblici locali sarà in massima parte interrotto: un Tgv (treno ad alta velocità) in circolazione su quattro e un treno per pendolari su cinque in media, mentre otto linee della metropolitana rimarranno chiuse a Parigi.

Appare evidente come il presidente Macron, dopo la gravissima crisi che dura da un anno dei gilet gialli, che partecipano in massima parte alle manifestazioni attuali, debba far fronte a un’altra crisi di popolarità inattesa dopo la sua plebiscitaria elezione del 2017 (in realtà solo un quarto della popolazione lo aveva votato al primo turno delle elezioni), di fronte a una popolazione che gli rimprovera la sua freddezza, il suo cinismo, la sua scarsa vicinanza con la gente. Sembrava che, con il progressivo calo dell’intensità delle manifestazioni dei gilet gialli e e con le maggiori deleghe affidate al premier Philippe, Macron tornasse ad essere “il presidente di tutti i francesi” non solo per diritto ma anche per volontà popolare; ma questa nuova crisi sembra allontanare di nuovo l’obiettivo di non imitare il predecessore François Hollande nella sua caduta di popolarità, e quindi nella sua difficile seconda elezione all’Eliseo.

Certamente la Francia ha un problema strutturale di notevole spessore, e cioè il fatto di aver voluto ignorare nei fatti la crisi del 2007-2008, quella dei subprime e delle banche, non prendendo quelle misure di austerità del budget che altri Paesi europei, tra cui Germania e Italia, erano stati obbligati a prendere. In qualche modo la Francia sta ancora vivendo al di sopra dei propri mezzi, e quindi delle misure di austerità sono pur necessarie. Colpisce così il fatto che le proteste scatenatesi in Francia in questi ultimi anni abbiano sempre e solo una notazione economica più che politica – la difesa dei diritti economici acquisiti –, con uno scarso contenuto idealistico e una forte componente di attenzione al proprio portafogli. Ma anche i francesi sembrano rispondere alla nuova necessità, presente nelle piazze di messo mondo, di non voler delegare la soluzione dei propri problemi economici e politici a una partecipazione solamente virtuale. I cittadini tornano in piazza anche in Francia.

 

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