Il futuro di Taranto è una questione nazionale

Migliaia di persone in piazza per chiedere una riconversione integrale del sito siderurgico ex Ilva. Ma la produzione è destinata a riprendere. Il nodo investimenti e il piano Sud
TARANTO ILVA FOTO PEACELINK

Migliaia di persone sono scese in piazza il 26 febbraio a Taranto aderendo alla manifestazione per la liberazione dalla produzione dell’ex Ilva. Tante le associazioni coinvolte, comprese quello del mondo dello sport.

Una notizia importante anche se l’attenzione in Italia resta tutta dedicata alla paura, giustificata o meno, del coronavirus. Eppure la questione ambientale connessa al più grande sito siderurgico esistente in Europa resta una ferita aperta nel nostro Paese.

Sulla rivista abbiamo dato spazio alle posizioni del segretario generale dei metalmeccanici Cisl, Marco Bentivogli, sindacalista esperto di politica industriale, e a quello di Alessandro Marescotti, tarantino, referente dell’associazione Peacelink, punto di riferimento del pur frammentato mondo ambientalista italiano.

Il gigantismo industriale

Da anni Marescotti snocciola dati che dimostrano l’insostenibilità economica, oltre che ambientale, dell’enorme complesso industriale, mentre buona parte dei sindacati e la confindustria restano convinti della necessità di mantenere nel nostro Paese la produzione dell’acciaio, indispensabile per la nostra filiera manifatturiera, con interventi efficaci di bonifica e messa in sicurezza.

Due punti di vista opposti e apparentemente inconciliabili, aggravati dal perdurare di gravi patologie oncologiche nella popolazione residente nelle aree più esposte. La bella “città dei due mari” resta il simbolo della promessa tradita dal mito del progresso degli anni 60, mentre il mondo, sempre più globalizzato e interconnesso, dimostra che anche l’alternativa dell’investimento sul turismo potrebbe sbriciolarsi davanti ad un rischio imprevisto di epidemia, o anche di terrorismo.

Puntare sulla riconversione integrale di Taranto, come chiede da sempre Peacelink, vorrebbe dire attirare un concorso straordinario di competenze e di risorse, capaci di replicare e migliorare gli interventi già effettuati all’estero. Dal bacino della Ruhr alla città di Bilbao nei Paesi Baschi. Ma l’ipotesi non è stata mai presa sul serio dai diversi governi di ogni colore. Per alcuni, poi, come Bentivogli, non si può applicare il modello della Ruhr che è avvenuto in contesto diverso da quello tarantino, in una nazione, la Germania, che continua a produrre acciaio come esercizio di sovranità economica non dipendente dalle oscillazioni delle importazioni dall’estero.

L’altro percorso possibile sarebbe quello di Linz in Austria che sembra aver assicurato la compatibilità tra produzione, ambiente e salute. E sembra che sia questo l’orizzonte del piano straordinario per il Sud, 100 miliardi di euro entro il 2030, predisposto dal ministro Giuseppe Provenzano, dove si prevede il mantenimento, previa bonifica, del sito industriale.

Servono comunque tanti soldi. Il gigantismo industriale costringe ad una operazione titanica. E quindi, ad esempio, allargando la prospettiva di intervento, Peacelink ha chiesto di investire per la riconversione economica di Taranto le risorse destinate all’acquisto dei caccia bombardieri F35.

Lotta di liberazione nonviolenta

Il tempo passa e resta l’emergenza della salute pubblica che ha spinto le associazioni tarantine a promuovere l’inizio di quella che chiamano una “lotta di liberazione nonviolenta contro l’inquinamento, da diossina e polveri sottili”, descritto come un killer che sceglie le sue vittime con il metodo della roulette russa. Un dato reale e inquietante come dimostra l’apertura a Taranto nel dicembre 2019 di un nuovo reparto di oncoematologia pediatrica, finanziato con le offerte di tanti donatori nel ricordo di Nadia Toffa, la giornalista delle Iene attenta alle istanze delle famiglie costrette, altrimenti, a fare i “viaggi della speranza” al Nord. La questione è straziante e non si tratta di un allarme ingiustificato ma di numeri messi in fila dallo studio Sentieri dell’Istituto superiore di sanità.

Il ragionamento di Marescotti parte, inoltre, dall’evidenza della VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario) del dicembre 2019 che ha certificato un rischio sanitario inaccettabile anche agli attuali livelli produttivi pari a 4,7 milioni di tonnellate/anno di acciaio. Cioè restando ad un valore notevolmente inferiore a quello previsto (8 milioni tonnellate annue) per mantenere la redditività del complesso siderurgico e il numero dei dipendenti in servizio.

Sul governo italiano pende inoltre la decisione del 24 gennaio 2019 con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) ha condannato il nostro Paese «per violazione dell’art. 8 e dell’art. 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in quanto le autorità nazionali hanno omesso di assumere le misure necessarie a tutela della salute dei cittadini e perché nell’ordinamento interno non esistono rimedi effettivi per l’attivazione di misure efficaci per la bonifica dell’area». L’efficacia della sentenza della Cedu si limita per ora a delegare al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa l’indicazione delle misure pratiche che dovranno essere poste in essere dalla autorità nazionale “il prima possibile”.

Taranto questione strategica nazionale

Adempimenti che si scontrano con il contenzioso che si sta trascinando da mesi tra il governo italiano e la multinazionale indiana Arcelor Mittal decisa a rescindere il contratto che la impegna a gestire il complesso industriale in vista di un progressivo subentro nella proprietà dell’intero sito siderurgico.

Una trattativa che mette in pericolo il futuro di migliaia di lavoratori e lascia, però, intravedere anche ipotesi di nazionalizzazione o impegno diretto del capitale pubblico nell’enorme sito siderurgico di “interesse strategico nazionale”. Una definizione usata dai commissari governativi dell’ex Ilva per contestare la competenza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che ha intimato il 27 febbraio 2020 la chiusura della produzione dell’area a caldo dello stabilimento in caso di mancata risoluzione delle emissioni inquinanti entro 30 giorni.

L’ordinanza del sindaco mira a coinvolgere la popolazione locale nelle trattative tra governo e Arcelor Mittal, ma se la “questione Taranto” è evidentemente nazionale si impone che sia dibattuta pubblicamente per capire la strategia che si vuole seguire nel nostro Paese.

Intanto per il 6 marzo è prevista l’udienza al Tribunale di Milano che dovrebbe sancire un nuovo accordo tra Arcelor Mittal e i commissari governativi dell’ex Ilva. Ma l’intera vicenda della politica industriale italiana, aggravata dagli effetti della crisi del coronavirus, cerca ancora una direttiva condivisa da seguire.

Alcuni elementi si potranno comprendere meglio con le attese nomine delle posizioni chiave legate al rinnovo dei vertici delle grandi aziende pubbliche (Eni, Enel, Finmeccanica Leonardo, ecc.) che andranno seguite con attenzione.

 

 

 

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