Fuori dal coro

Da Brunori Sas agli Zen Circus, dai Ministri a Willie Peyote, ci muoviamo tra cantautori che veicolano messaggi di inclusione, uguaglianza e coerenza

È opinione comune che all’interno del famoso it pop, il vero nome di un genere che viene superficialmente definito “indie”, convivano una serie di realtà autoriferite e lontane da quelli che sono gli argomenti più contorti della nostra società. Si descrive spesso una narrazione fatta di “racconti di vita quotidiana”, di testi che “parlano ai giovani” e che sembrano scritti per loro. Bene, questo aspetto, effettivamente, è il predominante. Non è un caso che i critici musicali della “vecchia scuola” prendano apertamente le distanze da questo tipo di realtà, rimpiangendo il cantautorato degli anni ’70, in cui emergeva il senso di rivalsa degli adolescenti (e non) nei confronti di una società violenta e di una politica corrotta.

Le problematiche sociali hanno mutato la propria forma, ma non sono mai tramontate: le differenze abissali tra classi, la sacralità del lavoro, il becero razzismo, il sessismo mascherato ipocritamente. Chi diceva che non eravamo pronti per affrontare questi argomenti 50 anni fa, oggi potrebbe dire la stessa cosa.

Fabrizio de Andrè, Ivano Fossati, Francesco Guccini raccontavano gli ultimi. E lo facevano parlando direttamente al proprio pubblico, perlopiù composto da quella borghesia progressista che faceva da specchio proprio a quel disagio sociale in cui tutti vivevano. «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti», cantava Faber in Canzone del Maggio.

E oggi? Chi dà voce a chi non ce l’ha? Chi porta avanti certi messaggi?

Apparentemente, i paladini della moderna giustizia mediatica sono tutti quegli artisti che si dichiarano “contro” qualcosa solo usando il giusto hashtag su Instagram.

Nel sottobosco del cantautorato, però, si muovono vibrazioni diverse.

 

L’impegno sociale arrivato più in alto in classifica è sicuramente quello raccontato da Brunori Sas. Il cantautore calabrese, dopo una gavetta durata molti anni, ha cominciato a farsi conoscere veramente dal grande pubblico alla soglia dei 40 anni. Un dato che dovrebbe già far capire quanto sia difficile veicolare un messaggio se non si ha una credibilità alle spalle fatta di esperienza e maturità anagrafica. E Brunori ci parla della società attraverso i sentimenti, tocca le corde giuste: «Prendimi la mano e andiamo / verso un mondo più lontano / dove troveremo l’uomo / dove troveremo il modo / per respirare un po’ / e ritornare umani», canta in Benedetto Sei Tu (dall’album Cip! del 2019).

Sebbene il rock di stampo sociale che abbiamo avuto in Italia sia perlopiù strettamente legato al punk e alla new wave ’70/’80 (dagli Skiantos ai Senzabenza fino ai Diaframma e i CCCP), anche il mondo alternative ha i suoi rappresentanti. Gli Zen Circus (con un nuovo disco pubblicato venerdì 13 novembre), insieme ai Ministri, sono i casi più eclatanti. Entrambe le band, negli anni, hanno portato avanti un discorso socio-politico con grande passione, rendendosi megafono per i giovani rocker italiani. Consiglio l’ascolto di Noi Fuori de I Ministri per capire di cosa sto parlando.

 

Discorso ancora più delicato per il rap, un genere che ha spesso portato alla luce un certo tipo di disagio sociale, fatto di vita di strada e povertà. Se negli anni ’90 potevamo ritrovarci nei versi di Frankie Hi-Nrg o di Bassi Maestro, adesso abbiamo più difficoltà a individuare una figura che ci rappresenti. Questo perché l’immagine del rap italiano è cambiata profondamente, diventando quasi un sottogenere del pop, sbarcando a Sanremo, nei talent, nei programmi televisivi pomeridiani, nelle storie Instagram. Tra quelli più famosi non possiamo non citare Salmo, ancora in bilico tra credibilità e successo esagerato (nonché meritato). Sicuramente, una delle voci più consapevoli è quella di Willie Peyote (ne parlo qui), in uscita con il nuovo singolo La Depressione È Un Periodo Dell’Anno in cui canta: «Allarmisti e negazionisti / io vedo egoisti e piagnoni / tutti che chiedono / disposti a dare soltanto le proprie opinioni».

Siamo il Paese in cui “gli argomenti non mancano” e, nella musica, abbiamo la fortuna di avere grandi penne mosse da grandi teste.

Da qualche parte arrivano richieste di aiuto, sempre. Il giorno in cui nessuno più le ascolterà sarà arrivato il momento di spaventarci. Per ora, non siamo soli.

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