“Fine vita”: dove stiamo andando?

Deontologia e una giurisprudenza creativa che inventa un “diritto di morire” privo di qualsiasi fondamento giuridico.  

Papa Francesco, nell’incontro con i giuristi dell’Associazione Livatino, l’ha definita “creativa”: è la giurisprudenza che fa uso delle sentenze non più per “applicare” le leggi, ma per modificare gli ordinamenti giuridici. Si riferiva in particolare a quelle sentenze «per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che – secondo una giurisprudenza che si autodefinisce “creativa” – inventano un “diritto di morire” privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza».

C’è a questo proposito una singolare corrispondenza temporale fra la sentenza 242 della Corte Costituzionale italiana del 22 novembre 2019 sull’articolo 580 del codice penale «nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio», e la recentissima sentenza (febbraio 2020) della Corte Costituzionale tedesca che ha decretato come incostituzionale l’articolo di  legge che vietava il suicidio assistito da parte di “associazioni organizzate” di medici. In entrambi i casi, pur con diverse connotazioni, viene affermato il «diritto di scegliere come morire», ivi compreso la possibilità di rivolgersi a singoli o organizzazioni preposte a agevolare la morte anticipata.

Merita ricordare come in entrambi i Paesi le precedenti  leggi di riferimento (del 2015 in Germania e del 2017 in Italia) siano nate da un lungo percorso di confronto e dibattito fra le forze politiche, nella ricerca delle possibili mediazioni per non “forzare la mano” su temi tanto delicati come quelli del “fine vita”. Certamente lasciando l’amaro in bocca ai sostenitori di posizioni estreme in un senso o nell’altro, ma dimostrando il vero ruolo della politica, luogo del “patto” e della convivenza civile.

In questa direzione si era espresso a luglio del 2019 il Comitato nazionale di Bioetica:  per quanto fosse noto l’orientamento della maggioranza dei suoi membri rispetto alla liceità della richiesta di suicidio assistito (orientamento evidente nell’insieme del documento), il Comitato aveva deciso di  non prendere una posizione esplicita in favore di una possibile legge in tal senso,  sottolineando la delicatezza del tema in questione. Alcuni elementi sottolineati dalla Consulta: la difficile definizione delle condizioni, il rischio di un “pendio scivoloso”, e gli aspetti deontologici della pratica medica.

Già… la deontologia. Un codice deontologico si aggiorna e modifica in genere con anni di confronto e riflessione: non è stato così negli ultimi giorni. Il 6 febbraio il Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei medici ha approvato all’unanimità una modifica dell’articolo 17 che recita «il medico, anche su richiesta del paziente non deve effettuare né favorire atti finalizzati a determinarne la morte». Senza abolirlo, con una contraddizione paradossale, è stato semplicemente aggiunto un lungo paragrafo per cui (qualora siano presenti tutta una serie di condizioni che sarebbe troppo lungo riportare) «la libera scelta del medico di agevolare , sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi (…) va sempre valutata caso per caso e comporta la non punibilità del medico dal punto di vista disciplinare». Una presa di posizione secondo alcuni frettolosamente “appiattita” sulla sentenza della Corte Costituzionale (ricordiamo che l’Organizzazione medica mondiale nell’ottobre 2019 ha ribadito l’incompatibilità della professione medica con eutanasia e suicidio assistito). Dopo le “sentenze creative” andiamo anche verso una “deontologia creativa”?

Etica, deontologia e legge normalmente dovrebbero essere come i “riflettori” che illuminano omogeneamente una stessa scena, e c’è qualcosa che non va se troppo spesso emergono conflitti più che armonia tra di esse. Per i medici e gli infermieri, vincolati da un giuramento al proprio codice, la deontologia è comunque più “forte” persino della legge (ricordo con un certo orgoglio il rifiuto dei medici italiani di attendere all’obbligo previsto dalla legge del 2009 di segnalare gli immigrati clandestini che si fossero trovati a curare in situazioni di necessità, ritenendolo incompatibile con il dovere universale di cura del singolo e di tutela della salute della popolazione). La rapida “giravolta” dell’Ordine dei Medici  non mi pare degna di un valore così alto.

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