Finanza pubblica, promesse senza soldi e tagli reali

Le polemiche sollevate dal nuovo esecutivo hanno provocato l’innalzamento degli interessi sul debito, riducendo i margini per gli interventi di politica economica annunciati. A rischio servizi essenziali come istruzione e sanità

Nelle ultime settimane il dibattito politico è stato monopolizzato da due temi, immigrazione e revisione della normativa sul lavoro, entrambi di grande importanza, ma con un impatto finanziario relativamente limitato. Solo di tanto in tanto l’uno o l’altro ministro ribadisce la determinazione a realizzare anche i punti del programma di governo più impegnativi quanto a maggiori spese o minore entrate fiscali. Ciò ha fatto cadere l’attenzione verso gli equilibri di finanza pubblica, che restano una spada di Damocle sulle prospettive del Paese.

Ho il timore, però, che l’opinione pubblica non si sia ben resa conto che quello che è avvenuto durante la formazione del governo ha già bruciato parte dei pochi margini di manovra di cui godevamo. Non per l’approvazione di questo o quel provvedimento, ma per quelle affermazioni troppo spavalde in fatto di aumenti di spesa e di riduzione di tasse che piacciono così tanto all’elettorato e così poco a chi ci presta i soldi. Un Paese può arrivare al punto di dover o voler fare default, ossia non ripagare il debito pubblico. Si tratta di una decisione con conseguenze estremamente pesanti, che può essere presa in situazioni disperate.

Ma non è questa (fortunatamente, a mio avviso) l’intenzione del governo, come affermato dalle rassicuranti parole del ministro dell’Economia Tria. Quindi occorrerà pagare gli interessi sul nostro pesante debito pubblico, restituire i titoli alla scadenza e emetterne di nuovi. Ma creditori spaventati significa interessi incrementati. Da due mesi a questa parte il tasso d’interesse sui nostri titoli pubblici decennali, a fronte di una sostanziale costanza di quelli degli altri paesi della zona euro, si è stabilmente collocato quasi un punto percentuale più in su rispetto alla media dei 10 mesi precedenti e nettamente al di sopra dei tassi che pagano Spagna e Portogallo.

Calcolare il costo che ciò comporta non è facile, perché i titoli del debito pubblico sono di durata diversa – la media è attorno ai 7 anni, circa 80 mesi – e vengono a scadenza in modo irregolare nei vari mesi dell’anno. Poi va tenuto conto del fatto che se oggi si rinnovano dei titoli ad un tasso più alto, bisognerà poi pagare questo maggiore tasso anche negli anni successivi, per tutta la loro durata. Vi propongo qui un calcolo a spanne che ci dia almeno l’ordine di grandezza del maggior costo. Ogni mese in media deve essere rinnovato circa 1/80 dei 2000 miliardi di titoli, cioè 25 miliardi. Se il maggior tasso fosse, diciamo, mezzo punto percentuale, ogni mese di emissioni a tassi incrementati comporterebbe una maggior spesa dell’ordine di 125 milioni per il primo anno e altrettanto per i successivi (in media) 6 anni.

Se l’effetto creditori spaventati proseguisse fino a fine anno i mesi di emissioni a tassi maggiorati sarebbero 8, il che significherebbe circa 1 miliardo di maggior spesa per interessi nel primo anno e altrettanto per ciascuno dei restanti 4 anni dell’attuale legislatura (se si conclude nei tempi giusti), nonché per due anni della successiva. Per confronto, si pensi che il risparmio di spesa che deriverebbe dal taglio delle pensioni degli ex parlamentari, qualora sopravvivesse nella sua interezza al vaglio della Corte Costituzionale, sarebbe dell’ordine di 40 milioni all’anno.  Non vorrei fare il catastrofista, ma è sufficiente immaginare che l’attuale grado di sfiducia dei mercati finanziari verso l’Italia prosegua o si aggravi negli anni prossimi, oppure che a salire siano tutti i tassi (anche quelli pagati da tedeschi, austriaci, finlandesi,…oggi ai minimi storici), perché la maggior spesa per interessi vada ben oltre quel dato. Come a dire che i margini per finanziare i provvedimenti annunciati dal governo potrebbero svanire del tutto, o addirittura – ma speriamo di no – potrebbero invece rendersi necessarie manovre restrittive.

Non voglio neanche pensare che nel realizzare il suo programma il governo tiri troppo la corda con provvedimenti finanziariamente irresponsabili. Ma ugualmente un timore mi resta: che tra un troppo ambizioso (seppur benintenzionato) programma di redistribuzione monetaria alle famiglie con bassi redditi dichiarati, un altro non meno imponente programma di riduzione di tasse ai ceti medio-alti e, terza, la promessa di tornare a regole pensionistiche più generose, a fare silenziosamente le spese di tutto ciò siano – come già è avvenuto negli ultimi anni – servizi pubblici “normali” come sanità e istruzione, e ciò attraverso ulteriori, poco visibili, tagli di bilancio.

Oggi infatti sanità e istruzione non attirano l’attenzione della politica, perché non suonano abbastanza “nuove”, ma non dimentichiamoci che il loro mantenimento e miglioramento sono vitali per garantire qualità della vita a chi non ha redditi altissimi e per contrastare le crescenti disuguaglianze. Un importante obiettivo da ribadire, quindi, sia per la maggioranza che per l’opposizione.

 

 

 

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