Finalmente un nuovo presidente

Martín Vizcarra proseguirà il mandato in seguito alle dimissioni di Pedro Pablo Kuczynski, colto con le mani nel sacco mentre cercava di comprare voti contro la sua destituzione. Tutti i presidenti negli ultimi 20 anni sono finiti in carcere
Martin Vizcarra

Non è stato necessario attendere gli sviluppi del giudizio politico previsto per giovedì scorso: mercoledì Pedro Pablo Kuczynski ha preferito dare le dimissioni da presidente del Perù, evitando così di sottomettersi a una valanga di accuse alle quali non avrebbe potuto opporre che nuove bugie.

Il presidente è stato letteralmente colto con le mani nel sacco: una serie di registrazioni audio e video hanno dimostrato che i suoi emissari stavano cercando di comprare il voto di parlamentari dell’opposizione, in cambio di opere pubbliche nei loro distretti elettorali.

La manovra, negata in un primo momento, ha scosso l’intero gabinetto del presidente che, dal primo ministro al resto dei suoi membri, hanno messo Kuczynski alle strette: o rinunciava lui o avrebbero rinunciato tutti in blocco. Nel frattempo, si scatenava un’ondata di indignazione generale e perfino alleati del suo governo di minoranza annunciavano che il giorno dopo avrebbero appoggiato la destituzione. Per mandarlo a casa erano necessari 87 voti e già 103 legislatori si erano detti a favore. Ormai la sua continuità nella conduzione del Paese era insostenibile e nella mattinata di mercoledì Kuczynki ha preferito andarsene motu proprio.

In realtà, il presidente aveva già bruciato tutte le carte nelle sue mani quando l’antivigilia di Natale, durante il primo giudizio politico, prima aveva patteggiato i voti necessari per non essere destituito con uno dei figli di Alberto Fujimori, l’ex dittatore condannato a 25 anni di reclusione per delitti di lesa umanità, poi aveva concesso vergognosamente, 24 ore dopo, il beneficio degli arresti domiciliari senza i requisiti richiesti dalla legge allo stesso Fujimori. Il centro e la sinistra, erano rimasti di stucco di fronte alla capacità di mentire così sfacciatamente: fino all’ultimo momento, Kuczynski giurava che non avrebbe concesso alcun beneficio all’ex-presidente. E dire che c’era voluta tutta la buona volontà possibile per credere alla sua estraneità nei pagamenti effettuati dal gruppo edile brasiliano Odebrecht, che ha versato milioni di dollari a un’azienda di consulenze di cui l’ex presidente era a capo.

Il mandato sarà portato a termine da Martín Vizcarra, primo vicepresidente e fino a poche ore prima di giurare ambasciatore in Canada. Sarà a capo di un nuovo governo che nasce debole, con un gruppo parlamentare di una dozzina di deputati (in Perù non c’è il Senato), una maggioranza controllata dall’opposizione di destra, e una sinistra che cavalca le critiche a un sistema che mette il Paese ai primi posti nei ranking della corruzione: tutti i presidenti negli ultimi 20 anni sono finiti in carcere, sotto accusa o in attesa di giudizio. Ottenere il voto di fiducia sarà l’occasione per stabilire se ci sarà spazio per un nuovo gabinetto o se bisognerà attendere un nuovo responso elettorale.

Alcune migliaia di cittadini sono scesi in piazza proprio per protestare contro un andazzo che pare difficile da frenare. Lo slogan è: «Andatevene tutti». La sinistra propone una costituente che, in parallelo all’attività del parlamento, rediga una nuova costituzione, un nuovo patto sociale sul quale rifondare il sistema politico e istituzionale. C’è anche chi propone le elezioni anticipate.

Ma lo spettro più temuto è quello di una maggioranza controllata dalla destra di Fuerza Popular, che vince le elezioni come partito più votato, ma perde le presidenziali essendo il simbolo della corruzione, del populismo e dell’autoritarismo. È il partito dei Fujimori: padre e figli. Keiko, la maggiore, e suo fratello Kenji se ne disputano il controllo. Lei cercando di mantenersi a comando, lui seguendo i consigli del papà recluso. Più della metà dei deputati appartengono a questa forza e non è possibile evitare di negoziare con qualcuno di questa famiglia che da anni incide nella politica nazionale, quasi sempre nel male, mentre altre forze si sgretolano in piccoli raggruppamenti. Il Perù è il Paese nel quale, quando negli anni ‘80 è sorto Sendero Luminoso, una versione locale e radicalizzata del maoismo, contava una settantina di diversi partiti di ispirazione comunista.

Una frammentazione politica che è dunque lo scoglio da superare e che, insieme alla debolezza istituzionale, impedisce un decollo atteso da decenni. L’economia cresce, è vero, a ritmo forse blando ma costante, da 20 anni in qua. Ma è un’economia che esporta materie prime e sfrutta il sottosuolo immensamente ricco, senza però che questo significhi una crescita egualitaria ed uno sviluppo per tutti.

La grande assente in questo contesto è la società civile, che non è riuscita a sviluppare una sua agenda tematica e spesso è cooptata dai partiti tradizionali. Una debolezza che non solo ha riflessi nella politica, ma anche sul piano della coesione sociale.

 

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