Fiducia è sentimento e intelligenza

A volte il fortunato scatto del fotografo immortala un volto che racconta un intero popolo, una società, un’epoca.
Bimba guatemalteca

A volte il fortunato scatto del fotografo, al di là della qualità oggettiva dell’immagine, immortala un volto che racconta un intero popolo, una società, un’epoca. La bimbetta che abbiamo riportato in copertina ci parla. Ci dice un popolo, quello centroamericano, e più in particolare quello guatemalteco, che vede messe a dura prova le proprie basi di accoglienza, convivenza pacifica e ottimismo a causa di una precarietà diffusa e di contrasti di ogni genere. Ci dice una società che vive una stagione di transizione pericolosa tra dittatura e democrazia (Honduras, Guatemala, Salvador e Nicaragua sono i Paesi considerati dall’Onu più pericolosi al mondo in quanto a delinquenza comune), ma che con il suo 40 per cento di popolazione sotto i 14 anni non può che credere nel futuro, perché il futuro ce l’ha in casa. Ci dice un’epoca, questa volta globalizzata o piuttosto universale, che ha bisogno di coesione e di solidarietà. Di fiducia.
Proprio di ciò ha parlato la presidente dei Focolari, Maria Voce, in viaggio in quelle terre (vedi alle pp. 20-21 e 46-50), quando ha proposto di dar spazio alla fiducia. Di questi tempi non è la sola a parlarne, ovviamente. Tra i tanti, ricordo quanto invocò il fisico Ugo Amaldi tre anni addietro, all’inaugurazione dell’Istituto Universitario Sophia: «C’è bisogno di luoghi della fiducia», disse. E voglio pure citare il più birbante dei birbanti, Roberto Benigni, che, in questi giorni, alla trasmissione Che tempo che fa ha ricordato agli italiani che «è un momento difficile, ma siamo abituati a risorgere perché… ci vogliamo bene», ricordando la fraternità invocata dalle grandi rivoluzioni e la fiducia che dobbiamo avere verso gli altri, applicandola guarda caso alla base leghista.
 
La proposta di Maria Voce fa un passo in avanti ulteriore, perché invita a lasciar cadere l’imperante “cultura del sospetto” per imboccare decisamente la via di una “cultura della fiducia”. Non si tratta cioè di mettere in moto solo sentimenti personali nei confronti di altre persone, pur necessari, ma di costruire con impegno, giorno dopo giorno, un fondamento culturale di nuovo conio e di credere che con la fiducia si costruisce il convivere sociale pacifico e rispettoso delle diversità. Che è un atto di grande intelligenza scegliere di avere fiducia nell’altro, invece di giudicarlo con un aprioristico sospetto. Che alla fine, così facendo, tutti ci guadagnano, anche chi compie un atto di fiducia senza ricevere apparentemente risposta speculare da parte dell’altro, perché l’atto stesso di aver fiducia è una ricompensa sufficiente. Perché mi costruisce come persona adatta a questi tempi complessi, mi libera, mi rende più aperto e disponibile, perché dà spazio alla mia intelligenza.
Perché mi aiuta, e ci aiuta tutti, ad uscire dalla morsa di sconforto, smarrimento e sfiducia nella quale la crisi economica, politica e sociale vorrebbe relegarci.

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