Femminicidio, un’emergenza del nostro tempo

Le morti, in pochi giorni, di Sara, bruciata dall'ex fidanzato a Roma; di Michela, uccisa a colpi di pistola dall'ex compagno a Pordenone, di Federica e del suo bambino a Taranto e di Alessandra nel veronese, ci interpellano e ci coinvolgono in tragedie terribili, che lasciano una sofferenza enorme in tutta la società. Il commento dello psicologo
Manifesto contro il femminicidio foto Ansa

Il vocabolo femminicidio è sempre esistito, ma nel passato veniva utilizzato in modo sporadico. Oggi non è più così. Non c’è giorno che non si senta questa parola pronunciata in un telegiornale o in un talk show.

 

Ciò significa che il fenomeno è urgente, che la sofferenza che lascia è enorme, e le emozioni e i sentimenti che contiene danno fastidio agli esseri umani.

 

Da una parte non si vorrebbe più parlarne perché il fastidio è talmente grande da lasciar spazio solo alla rassegnazione e alla disperazione ma, così facendo, non si va da nessuna parte.

 

Occorre parlarne invece, soffrirne, cercare in qualche modo di accompagnare questa sofferenza e indignazione per trovare non tanto un senso – perché un senso non c’è – ma un’opportunità di risposta e risoluzione all’interno delle pieghe tremende della paura e della brutalità.

 

Il fenomeno sembra un film visto più volte: una coppia di fidanzati, sposati, conviventi, si lascia. Lui non accetta e in preda a una gelosia accecante, compie il delitto, a volte in modo efferato, altre no. Delitto al quale si aggiunge il suicidio e spesso purtroppo coinvolge anche i figli minori.

Il risultato è un carico di sofferenza immane e brutale che coinvolge tutti i parenti delle vittime e dell’aggressore, in sostanza: il male.

Il male non si spiega. Però le responsabilità sono sotto gli occhi di tutti.

·         Il maschio che, con ottusità, onnipotenza, immaturità compie il gesto. Soprattutto per maschio intendo anche il frutto della mentalità sociale ove è cresciuto, retaggio di ingiustizie del passato che hanno fatto soffrire (e purtroppo continuano ancora) la donna. Questa mentalità maschilista, anche se il progresso e la civiltà hanno contribuito in parte a superare, persiste ancora in molte persone che si considerano superiori alle donne o agli altri.

 

·         Il maschio forte che si sente autorizzato a infliggere la sua autorità stupida verso il più debole (debole fisicamente) solo perché deve modificare la sua identità, il suo modo di vivere in seguito alla libertà dell’altro.

 

·         L’uomo immaturo che, di fronte all’ansia di abbandono o alla gelosia o alla paura di perdere ciò che non era suo, ma che era sempre tenuto a rispettare, si comporta come un bambino di fronte al giocattolo che non c’è più quando si dispera e non accetta, magari aggredendo la mamma o la sorellina.

 

·         E forse, anzi ne sono sicuro, probabilmente anche una entità brutale che annebbia l’uomo e la sua coscienza, il diavolo, il male personificato (ricordiamoci che non vorremmo mai parlare del Male personificato, ma c’è, anche se non può fare nulla senza il nostro consenso).

 

Allora cosa fare?

Innanzitutto direi cosa non fare: reagire istintivamente e creare steccati, divisioni, aggressioni nei confronti del genere maschile o femminile, come anche arrivare a soluzioni drastiche come l’incremento di stereotipi isolazionisti che escludono ogni possibilità di dialogo.

Invece, penso a cosa si sta già facendo, anche se le iniziative messe in campo, pur essendo molte, sono ancora insufficienti.

Innanzitutto citerei tutte quelle che tendono ad arginare il fenomeno:

·         le iniziative di difesa, come i centri antistalking, i consultori antiviolenza, i centri di ascolto specializzati per le donne, le leggi più severe contro la violenze di genere e soprattutto verso i più deboli.

·         Le iniziative culturali, come i dibattiti, i film, gli articoli e le riflessioni che tendono a promuovere la pari dignità, la tutela dei deboli e la diffusione dei valori fondanti come il rispetto delle scelte e delle libertà personali.

·         Le iniziative di recupero, come i supporti psicoterapici per chi ha subito (mi riferisco ai famigliari o ai minori viventi) e anche per chi ha aggredito (naturalmente insieme alla pena).

 

Ma vorrei concludere con una serie di iniziative che riguardano la prevenzione al fenomeno: le iniziative educative.

Ritengo necessaria un’alfabetizzazione genitoriale per aiutare i genitori a conoscere lo sviluppo dei bambini, per aiutare le scuole a insegnare ai bambini la gestione delle emozioni, a tollerare gli sbagli propri e quelli degli altri, in una vera e propria educazione alla reciprocità. Coinvolgerei maggiormente i padri, che oggi sono spesso assenti in quasi tutti gli ambiti educativi.

Infine, occorre che i maschi prendano in mano il loro ambito educativo sociale. Perché ad esempio non facciamo una legge, una piccola, semplice, efficace legge, che imponga a tutte le scuole che nei prossimi anni almeno il 20% degli insegnanti della scuola dell’infanzia, della primaria di primo e secondo grado siano maschi?

E poi, lasciatemi un piccolo pensiero e una preghiera a tutte le vittime donne, maschi, bambini, ma soprattutto donne, per ringraziarle di quanto continuano a fare e del loro esserci.

Perché, in fondo, carissime donne, noi siamo voi.

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