Felicità, spalanca le tue porte…

Esce l’annuale rapporto Onu su uno dei sentimenti più “volatili” che esistano. Si può discutere sulla classifica, ma in ogni caso il calcolo di un tale tasso stimola i neuroni e invita a pensare sul nostro vivere in società.

 

Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda, Olanda, Svizzera, Svezia, Nuova Zelanda, Canada, Austria. Ecco i dieci Paesi più felici al mondo, con un punteggio tra 7,2 e 7,7 su 10. Nell’elenco troviamo ancora tra i primi cinquanta posti altri sedici Paesi europei (Italia al 36°) con un punteggio tra 6 e 7,2. Cioè, tra Finlandia al primo posto ed Ecuador al posto 50 c’è solo una differenza di 1,74 punti, e la distanza con l’ultimo, Sudan del Sud, arriva ai 4,91 punti. Dei 156 Paesi inclusi nel rapporto, 58 dovremmo considerarli “infelici” perché non raggiungono il livello dei 5 punti. In questa fascia di “infelicità” troviamo pure qualche pezzo dell’Europa allargata: Albania, Armenia, Georgia, Ucraina.

Il Rapporto mondiale sulla felicità (World Happiness Report) è pubblicato ogni anno dall’Onu intorno al 20 marzo, proclamata “giornata mondiale della felicita”. Nell’elaborazione vi partecipano diverse fondazioni e centri di ricerca, e dal 2012, data della prima pubblicazione, i Paesi nordici gareggiano tra di loro per il primo posto. I fattori sui quali si basa il rapporto sono in parte oggettivi, come il Pil pro capite, la speranza di vita o gli aiuti sociali, e in parte soggettivi, come la percezione che gli intervistati hanno della generosità, la libertà e la corruzione. Nel caso della felicità finlandese, ha avuto un grande peso la qualità dell’educazione (la miglior educazione primaria secondo il Forum economico mondiale) e la speranza di vita di 82 anni. E poi è il terzo Paese al mondo con miglior qualità dell’aria e quello con più boschi in Europa.

Nonostante questa lodevole distinzione, ci sono voci critiche pure tra gli stessi finlandesi. Il professore Markku Ojanen, già titolare di una cattedra di Psicologia e specializzato in felicità e benessere, pur riconoscendo che i Paesi nordici «hanno livelli molto alti di democrazia, uguaglianza, ricchezza e educazione, credo che non siamo così felici come dice il rapporto». Aggiunge poi che in America Latina la gente è ad esempio molto più felice. Forse perché, come afferma lo psicologo colombiano Andrés Aljure, «la felicità non è uguale a un’emozione piacevole. Si può essere felici nell’assenza circostanziata di essa, e anche nella presenza di emozioni piacevoli si può essere infelici».

Ma si può misurare la felicità? Tanti studiosi sono impegnati in questi studi, da diversi punti di vista. In Italia, ad esempio, uno studioso come Vittorio Pelligra, dell’università di Cagliari, ha dimostrato la complessità dell’elaborazione di un tale indice. La Finlandia, ad esempio, è uno dei Paesi europei col più alto tasso di suicidi… Su un altro fronte, uno studio fatto dalla britannica Resolution fondation arriva alla conclusione che la felicità è più sentita nell’adolescenza, ai 17 anni, e nella vecchiaia, a partire dai 70 anni. Cioè, descrivendo un percorso a forma di U, il senso di felicità scende fino ai 50 anni per poi risalire di nuovo. La spiegazione a questo fenomeno, avanzata già nel 2014 da Hannes Schwandt, dell’Università di Princeton, sta nel fatto che ai 17 anni sopravvalutiamo la soddisfazione futura perché abbiamo aspettative molto alte e non realistiche sulla vita. Poi, col passare del tempo, ci accorgiamo che la vita non è il “letto di rose” che avevamo immaginato. Invece, l’aumento della soddisfazione verso la fine della vita avviene perché normalmente pensiamo che la vecchiaia sia peggiore di quanto è in realtà. D’altra parte, sembra che dopo aver vissuto tanti fallimenti, umiliazioni e frustrazioni finalmente s’impari a non aspettarsi molto della vita, e dunque non si sente tanta insoddisfazione.

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