Faremo di tutto per colpire i responsabili

Il segretario generale si esprime sulle  “Linee guida” della Cei sugli atti di pedofilia compiuti da chierici. Un documento più prudente rispetto a quelli di altre conferenze episcopali
preti pedofilia

La Cei si adegua alla richiesta della Santa Sede, affinché ogni episcopato mondiale pubblicasse un documento in cui mettere nero su bianco linee di comportamento e di azione nel caso di un abuso sessuale su minori commesso da un sacerdote o un religioso in una determinata diocesi. Una richiesta avanzata dal Vaticano dopo lo scoppio dello scandalo nel 2010 e il “giro di vite” della normativa canonica voluta dal papa.

Rispetto a quanto hanno già scritto le Conferenze episcopali di Francia, Belgio, Irlanda e Inghilterra, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minore da parte di chierici”, discusse e approvate nei giorni scorsi dai vescovi italiani, appaiono più prudenti. Ad un’attenta lettura del documento, si può capire perché qualcuno si sarebbe aspettato di più.

Il documento della Cei esordisce definendo il fenomeno «triste e grave» e sollecitando la comunità ecclesiale ad affrontare la questione «con spirito di giustizia»: vengono incoraggiate la protezione dei minori, la premura verso le vittime degli abusi e la formazione dei futuri sacerdoti e religiosi.

E si afferma: «Il vescovo che riceve la denuncia di un abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari, assicurando ogni cura nel trattare il caso secondo giustizia e impegnandosi a offrire sostegno spirituale e psicologico, nel rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune».
Detto questo, il documento riserva grande spazio a come procedere con «accurata ponderazione» e «prudente discernimento» a verificare la «verosimiglianza di tali notizie». E nel paragrafo riservato alla «cooperazione con l’autorità civile», si legge effettivamente la frase apparsa in questi giorni su tutti i giornali: «Nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti “Linee guida”».

Nel resto d’ Europa, su questo triste e assurdo fenomeno le Chiese hanno dato prova di grande, sofferta, trasparente e totale collaborazione con le autorità giudiziarie. Lo hanno fatto anche a costo di perderci la faccia, acconsentendo a sottoporsi ad interrogatori come nel caso irlandese, a favorire il procedimento delle perquisizioni come nel caso del Belgio, a mettere in atto procedure di monitoraggio e protezione come in Inghilterra. Un comportamento che ha messo a dura prova la vita delle comunità cattoliche in quei Paesi, ma che sicuramente porterà i suoi frutti nel lungo periodo. In questo senso il Congresso eucaristico internazionale che si svolgerà quest’anno a giugno a Dublino è visto come un appuntamento di speranza e di rinascita per la Chiesa di quel Paese.

E in Italia? Forse il fenomeno degli abusi sessuali è ancora un fenomeno sommerso. Che non ha cioè ancora raggiunto i livelli di denuncia e di scandalo sociale che si sono registrati in altri Paesi d’Europa. È quindi un fenomeno col quale la Chiesa italiana deve imparare a prendere le misure. Sono allora importanti le parole pronunciate ieri dal segretario generale della Cei mons. Mariano Crociata,  perché al di là del testo scritto nelle “Linee Guida”, chiariscono le “intenzioni” reali dei nostri vescovi: «Faremo di tutto per colpire i responsabili e metterli in condizione di non reiterare il loro comportamento delittuoso».

Dai dati forniti da Crociata sui casi di pedofilia nella Chiesa  negli anni dal 2000 al 2011 si sono verificati 135 casi, con 52 condanne, 4 assoluzioni, 77 denunce, 22 condanne in primo grado, 17 in secondo grado e 12 archiviazioni. «I responsabili di questi crimini – ha assicurato Crociata – saranno allontanati dal servizio pastorale diretto, sottoposti a trattamento terapeutico, custoditi in comunità e, se pentiti, potranno assumere servizi pastorali che però escludano totalmente il contatto con minori». Quanto alle “vittime”, ha detto, «c’è l’impegno dei vescovi a essere vicini per contribuire al recupero della fiducia nell’umanità e del rapporto con Dio». Parole essenziali che fanno la differenza.

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