Famiglie arricchite? Gli ostacoli nella lotta alla povertà in Italia

Quanto dichiarato dal premier Renzi cozza con le condizioni di povertà assoluta che riguardano ormai il 10 per cento della popolazione italiana. Era il 4 per cento nel 2007. Da cosa nasce la carenza della risposta politica? Il perché di un confronto promosso da Città Nuova e Istituto Sturzo 
periferia

Sono sei milioni le persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta in Italia.  Di fronte a un tale fallimento sociale e politico, non esiste altro commento che il silenzio, come ha detto il sociologo Mauro Magatti lo scorso 14 ottobre al Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), quando le associazioni aderenti all’Alleanza contro la povertà hanno presentato pubblicamente il lavoro finale sulla proposta di introduzione del Reddito di inclusione sociale (Reis).

In quella specie di terza Camera, mai decollata veramente anche se prevista dalla Costituzione, il presidente del consiglio Renzi ha inviato a rappresentarlo la sottosegretario al ministero delle politiche sociali, Franca Bioldelli per ribadire la tesi di sempre e cioè che l’intenzione di combattere contro la povertà è nobile e condivisa ma incombono “limiti di bilancio con cui fare i conti”

Eppure la proposta tecnica di introduzione graduale del Reis, elaborata da un gruppo qualificato di esperti, poggia proprio sulla dimostrazione che le risorse non mancano.   Il problema non è certo la Bioldelli, che proviene dal sindacato cislino ed è molto attiva nelle misure di sostegno ai disabili gravi, ma la priorità effettiva dei governi italiani di diverso colore. Per fare un esempio, quello stesso giorno, 14 ottobre 2014, bastava passare nelle vicinanze di una blindatissima piazza santi Apostoli per rendersi conto dell’importanza riservata, invece, al meeting organizzato dal viceministro all’economia Carlo Calenda per facilitare l’incontro tra i ministri del commercio estero dell’Unione europea, i  rappresentanti del mondo dell’imprenditoria e degli affari con i negoziatori del Ttip, il decisivo trattato di libero scambio transatlantico, tra Usa e Ue, sconosciuto alla stragrande maggioranza della popolazione. Il giovane premier italiano vede nel Ttip la misura strategica fondamentale per la crescita dell’economia mentre una notevole parte dei movimenti sociali, sulla base di giudizi come quelli del premio Nobel Stiglitz, lo considera uno strumento destinato ad incrementare diseguaglianze e iniquità.

Finora non vi è traccia di un vero dibattito, pubblico e democratico, su questo Trattato affidato a trattative blindate, ma neanche il problema “povertà” compare nell’agenda politica che conta anche perché l’esercito di coloro che vivono il disagio sociale è frammentato: non è una massa elettorale compatta e reagisce in modo non prevedibile, spesso esplodendo in manifestazioni rabbiose dove si consuma una lotta tra poveri. Le sommosse del novembre 2014 nel quartiere Tor Sapienza a Roma ne sono una dimostrazione.

L’Italia ha affrontato la più grande crisi economica del dopoguerra tagliando i fondi sociali. Lo afferma il rapporto Caritas 2014 sulle politiche contro la povertà nel nostro Paese. Dal 2007 al 2012 il numero dei residenti che sperimentano condizioni di povertà assoluta è raddoppiato passando da 2,4 a 4,8 milioni. Nel 2013, secondo l’Istat, siamo arrivati a 6 milioni e 20 mila residenti. Il 9,9 per cento dell’intera popolazione che ingloba anche i “lavoratori poveri” e le “famiglie non numerose”. Insomma non è sufficiente avere un lavoro e decidere di non procreare per scongiurare il rischio di cadere nell’abisso.

Non sarà la lobby benefica di alcune associazioni virtuose a rovesciare il tavolo delle priorità dei governi. Anche perché non potrebbe mai competere con altri centri di pressione. Senza una politica capace di incidere sulle leve economiche, come diceva Giorgio La Pira, «non rimane altro che la magra potestà delle prediche». Non è stato amato da tutti in vita il sindaco La Pira. L’appellativo di “santo” nascondeva quello di “pazzo”, ma senza questa follia non si potrebbe “dirottare il corso della storia”.

Come ci ha lasciato scritto nell’attualissimo testo del 1950 sull’”Attesa della povera gente”, La Pira proponeva di adottare scelte concrete per rispondere alla “fame di pane e lavoro” immaginandosi di porsi davanti al bilancio della propria vita con la pochezza di aver lasciato troppe persone nella miseria per «pigrizia mentale» con la scusa di «non turbare il libero gioco delle forze di cui consta il sistema economico».  Si poneva quindi una domanda che non appartiene solo ai credenti: «E se anche in quel giorno unico (del giudizio finale, ndr) mi venisse fatto cenno di altre tecniche economiche e finanziarie, di altri strumenti politici, a me noti, mediante l’uso dei quali si sarebbe forse potuto dar risposta positiva a tante domande angosciose?».

Considerare, come avviene di recente, la lotta contro le diseguaglianza un costo invece del nocciolo della politica è il frutto di decenni di afasia culturale, di carenza di formazione insorta, probabilmente, per la disillusione di progetti rivoluzionari falliti. Con il rischio di smarrire il “compito” della Repubblica, definito nell’articolo 3 della Costituzione, di rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Esisterà nel 2015, in Italia, una realtà diffusa capace di esprimere questa urgenza costituzionale? Il forum promosso da Città Nuova e Istituto Sturzo il 19 gennaio, cioè senza aspettative illusorie per una legge di stabilità già definita, è uno spazio di dialogo per facilitare la composizione di una risposta ad una domanda difficile.

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