L'esperto risponde / Educazione

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Scuola

Scuola: palestra di relazioni

Ricomincia la scuola in presenza, dopo la pandemia e la didattica a distanza. Mi piacerebbe un suo commento e un suo consiglio a studenti e insegnanti. Un lettore

(AP Photo/Daniel Cole, pool)

Da metà settembre in tutte le scuole d’Italia sono riprese le lezioni in presenza. Naturalmente è importante seguire tutte le indicazioni che permettono la convivenza sicura e protetta, affinché questo piccolissimo virus non si diffonda ulteriormente.

Era importantissimo, però, riprendere la scuola in presenza perché la relazione faccia a faccia è insostituibile e permette la convivenza fra le persone umane. È fondamentale ricordare quanto siano importanti i cardini basilari affinché la relazione sia efficace e utile per i nostri ragazzi, per aiutarli in questo delicato momento.

Ricordiamoci che la scuola non è solo un luogo d’istruzione, ma soprattutto di formazione ove la dimensione relazionale e umana contribuisce allo sviluppo psicofisico.

Affinché tutti possano riprendere con maggior serenità l’avventura scolastica, ricordiamo tre cardini educativi fondamentali:

L’ascolto

L’uomo è un essere sociale. Il paradosso della condizione umana è che l’individualità si realizza solo nella relazione e che il soggetto non esiste al di fuori del riconoscimento reciproco con l’altro da sé. L’ascolto è allora la capacità più importante per la convivenza, perché un ascolto vero e autentico permette all’altro di scoprire sé stesso e soprattutto di sentire che è importante per gli altri.

Ci sono tre modi di ascoltare, due delle quali sono difettose:

ASCOLTO DISTURBATO: avviene tutte le volte che, mentre qualcuno ci parla, noi ci mettiamo a fare qualcos’altro o pensiamo ad altro, cercando di mantenere contemporaneamente l’attenzione sull’interlocutore e su quello che stiamo facendo. Questo tipo di ascolto, mortifica chi ci sta parlando perché non si sente compreso e lascia una scia di tristezza e di vuoto.

ASCOLTO FRAMMENTARIO: avviene quando interrompiamo continuamente chi ci sta parlando per manifestare il nostro parere, impedendogli spesso di completare la frase. Quanto è antipatico questo modo di ascoltare! L’altro si sente umiliato e impedito nell’esprimere le proprie idee.

ASCOLTO VERO E PROFONDO consiste invece nell’essere pienamente disponibile per l’altro, nel “fare il vuoto dentro di sé per accogliere quanto ci sta dicendo“. Questo tipo di ascolto richiede due azioni particolari e cioè innanzitutto nel fare una “piccola violenza” su noi stessi per impedire al nostro pensiero di esprimersi mentre l’altro sta parlando, e poi soprattutto nel pazientare in modo che l’altro possa dire tutto quanto desidera.

Carl R.Rogers (1902-1987), nel suo libro La terapia centrata sul cliente, parla di una “forza di base” presente nel cliente, definita “tendenza attualizzante”, considerata come la forza essenziale che è all’origine della crescita e dello sviluppo di ogni persona.

L’ascolto profondo è quindi il presupposto per un rapporto empatico fra madre e bambino, fra partner, fra insegnanti e studenti, fra le persone in genere, per una comprensione profonda e reciproca, che accompagnerà per tutta la vita la relazione con gli altri simili.

Questo modo di ascoltare si rende concreto semplicemente nel lasciar dire all’altro tutto quanto vuole e soprattutto nel mantenere alta l’attenzione nei suoi confronti.

A questo proposito sono espressive le parole della grande filosofa francese Simone Weil quando diceva che “l’attenzione è la dimensione più bella fra gli esseri umani”. Sì, perché l’attenzione mi spinge verso l’altro, proteso nell’accoglienza piena: il risultato è che l’altro si sente accolto, amato e considerato.

La parola

Quanto è importante che il nostro parlare sia innanzitutto frutto dell’attenzione e dell’ascolto in modo tale che quanto si dice sia comprensivo del pensiero dell’altro, sia insomma un atto d’amore perché comprende il tempo che ho dedicato nell’ascolto.

Ricordiamoci che la parola nutre, da senso, può fare miracoli se è espressa in maniera rispettosa e autentica.

Inoltre il nostro parlare non deve mai essere volgare o sbrigativo, ma deve dare valore a quanto si dice. A questo proposito è importante, essere semplici, sintetici, chiari e soprattutto veri. Il nostro parlare sia sempre vero e autentico. Tutto ciò fa nascere la stima dell’altro nei nostri confronti e ricordiamoci che la stima è la forma più alta dell’amore.

Quindi, in sintesi, dire e ascoltare rappresentano due cardini basilari di un processo educativo condiviso. Ascoltare e dire sempre, a fronte di attese, speranze, aspirazioni, diventano allora gli elementi fondanti di un’educazione come comprensione/condivisione. È così che l’educazione è sempre un rapporto fra soggetti. Solo da una visione dell’altro, come “altro da sé” e come “importante per me” può nascere un’autentica comunicazione.

Il sostegno

Insieme all’ascolto e alla parola, il sostegno si caratterizza nell’esprimere fiducia con gesti, intenzioni, propositi e con la parola espressa in un certo modo. È importante sostenere sempre, anche quando l’altro ha sbagliato. Il sostegno rappresenta la base della relazione. Infatti, se l’ascolto e la parola sono le ali che fanno volare chiunque e che permettono di avanzare, il sostegno ne è la base, è come l’humus del terreno educativo.

Un’insegnante deve sostenere sempre, sempre, anche quando lo studente non ha studiato o si è comportato male. Infatti l’insegnante può dire «Guarda non hai studiato, ho dovuto darti una valutazione negativa», ma alla fine deve dire:”Sono però sicura che la prossima volta farai meglio!”.

Il sostegno però richiede alcuni presupposti importanti:

  • avere una visione positiva dell’altro;
  • vedere sempre l’altro nell’attimo presente, dimenticando i torti magari appena subiti;
  • credere che tutti possono ricominciare.

 

In conclusione

Se l’insegnante farà attenzione nell’esercitare questi cardini educativi, l’esperienza della pandemia e della sofferenza lentamente rientrerà nella dimensione umana e gli studenti assaporeranno la bellezza dello stare insieme e soprattutto comprenderanno di avere adulti educatori che si interessano di loro.

Perché, come diceva bene don Milani, l’educare è soprattutto il “prendersi cura”.

Allora “I Care”, tutti insieme!

 

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Società

Perché si uccidono i figli?

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Davanti a certi episodi di cronaca nera si rimane senza parole… il male è intorno a noi… ma perché si arriva a questi eccessi, addirittura a uccidere i propri figli?  


Mario, padre di Diego ed Elena, gemelli di 12 anni, consuma la più grande tragedia, uccide i figli e poi si toglie la vita. Sembra per vendicarsi della moglie che voleva lasciarlo, tanto che le lascia scritto: “non li rivedrai mai più”. Eppure con i figli pare avesse un buon rapporto, era conosciuto come un buon padre, attento ai loro bisogni. Ciò è straziante e angoscioso, pieno di tutto quanto di depressivo si possa immaginare. Alcuni psichiatri si sono cimentati nel cercare di interpretare il gesto folle. C’è chi vede la causa nella lucida malattia mentale del padre. Qualcun altro cerca causa nella profonda immaturità del padre, incapace di gestire la relazione con la moglie. Di fronte alla crisi emotiva e affettiva, si vendica commettendo l’insano gesto. Si fa fatica a commentare un episodio del genere. Sembra che il nostro cuore non abbia spazio per accogliere questa tragedia. Pare che l’unico vincitore sia il male, questo nemico accovacciato dentro di noi, che spesso ci aggredisce coi suoi pensieri nefasti, ai quali concediamo spazio. Certo, nessuna giustificazione al male. Ma chi è esente da questo? Ricordiamoci Pascal quando dice: “l’uomo a volte è una bestia, altre è un angelo”. Ecco perché occorre una giustizia, alla fine una giustizia ci deve essere, non tanto e non solo quella di noi esseri umani, ma quella di Dio, che conosce l’intimo di ciascuno. Come credenti, mentre ci uniamo al dolore della madre, e auspichiamo per i gemelli la vera vita che quaggiù è finita troppo presto, impegniamoci con tutte le nostre forze affinché ogni persona impari a gestire le proprie emozioni, anche le più negative. E impari a gestirle con una formazione umana e sociale costante, insieme alla confidenza semplice e umile in Dio, in grado di rendere giustizia di tutto. Di tutto.
Società

Grazie alle donne

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Queste settimane, costretti in casa, sono state un po' faticose, tra bambini, scuola telematica, genitori. Come funzionerebbe la società se non ci fossero le mamme? (una mamma)


In questo periodo, molti si sono occupati della fatica dei bambini e ragazzi dovuta al ritiro sociale e alla vita intra-familiare, segregata all’interno delle mura domestiche Forse è un po’ retorico, antimoderno, antiquato, dato per scontato, ma ritengo importante esprimere ancora un grande grazie a tutte le donne, le madri, le nonne, le zie, che ancora una volta si sono sobbarcate l’enorme peso educativo dovuto alla cura di figli, nipoti e anziani. Inutile fare l’elenco delle disparità sui luoghi di lavoro, nei posti di governo e di comando, nella Chiesa stessa, fra l’uomo e la donna, dove chi subisce e viene spesso discriminata è proprio la donna. Molte donne, oltre al lavoro, si sono trovate ad essere insegnanti, maestre, baby sitter, oltre che mamme e mogli, in una società che, anche se a parole si professa democratica e egualitaria, nei fatti non lo è. Questa disuguaglianza nei fatti si è mostrata più acuta in questi momenti ove era necessario darsi da fare concretamente per i figli, ma soprattutto gestire psicologicamente l’ansia dovuta all’inevitabile chiusura sociale che ha comportato maggior contatto e dialoghi obbligati. Sappiamo che sin da piccolo il bambino proietta sulla madre l’ansia della crescita e dello sviluppo, alla ricerca di sostegno e conferme. La madre dunque come luogo e spazio psicologico di accoglienza e sostegno. Questo meccanismo di proiettare l’ansia, secondo gli studi della grande psicoterapeuta dell’educazione Francoise Dolto (1908-1988), permane tutta la vita e, se non supportato, genera fatica, stanchezza e depressione. E chi se lo è sobbarcato? Soprattutto le madri, le donne! Più il tempo passa, più si rende necessario comprendere che la nostra società è ancora misogina e maschilista. Ed in questo periodo lo si comprende ancora di più. Forse, oltre alle quote rosa e a tutti i discorsi sulla parità uomo-donna, è necessaria una riflessione che metta al centro l’educare come promozione della coppia e della famiglia insieme. Non si tratta di ruoli, ma di presa di coscienza che l’uomo deve entrare subito in relazione con i figli e soprattutto co- gestire e co - partecipare dell’essenza e della cura dell’educare. Anche la Chiesa, nelle sue strutture, nella sua pastorale, forse dovrebbe rivedere molte cose al proprio interno, affinché risplenda sempre più l’approccio inter-relazionale fra l’uomo e la donna. Il movimento femminista, in alcune sue manifestazioni, ha cercato di porre in modo radicale la questione della parità, senza tener conto di alcuni passi che allora si stavano facendo. Ma ora, a distanza di anni, occorre constatare che molte loro battaglie erano giuste, in quanto le conseguenze sono ancora evidenti. L’augurio è che si continui a portare avanti in ogni luogo la determinazione di rendere la giustizia di genere sempre più equa, perché il governare e vivere insieme è la strada da percorrere, sapendo che solo così l’umanità può manifestare tutta la sua bellezza.
Società

I bambini e la morte nel tempo del Coronavirus

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Cosa dire ai bambini in questo scenario di morte quotidiana a causa del Covid-19? Una mamma molto preoccupata  


Premessa L’esperienza che stiamo vivendo in questi giorni di pandemia da Coronavirus è faticosa, difficile, a volte drammatica. Per la prima volta dopo tanti anni, ci troviamo a che fare con la realtà più assurda e drammatica della storia: la morte quasi improvvisa, quotidiana. Molti adulti trovano difficile parlare ai bambini della morte di un animale e fanno fatica a trovare le parole immaginando la sofferenza del bambino. Figuriamoci poi parlare della morte di una persona cara e conosciuta dal bambino. Come parlare ai bambini della morte? Cosa dire loro quando questa realtà riguarda il nonno, la nonna, la zia, lo zio o, in rari casi, la mamma o il papà? Per rispondere, permettetemi di fare un po’ di storia. Nel Medioevo Nei dipinti del medioevo è frequente trovare raffigurazioni ove monaci, religiosi e santi portano un teschio nella mano o lo stesso teschio appare depositato sopra un comodino, per ricordare che la morte è sempre nostra compagna. La morte era uno degli argomenti più usuali durante le predicazioni e questo non tanto per incutere paura e riluttanza, ma per ammonire circa il comportamento della vita. Insomma la morte, nel suo dramma, incitava a vivere bene, con responsabilità e attenzione. In questo modo il ricordo della morte e del dolore aveva un significato terapeutico: aiutava non solo a sopportare le avversità, ma anche a cercare di dare il meglio in ogni circostanza avversa. Occorre poi ricordare che la morte era di casa, in seguito alle malattie, alle epidemie e alle guerre. I bambini assistevano alla morte in modo diretto e non solo vedevano morire molte persone, ma partecipavano al lutto con tutta la famiglia e i parenti anche per vari giorni. Nessuno quindi, nel Medioevo, si scandalizzava della morte e i bambini la consideravano come la realtà più naturale, della quale era ovvio parlare e discutere. Epoca moderna Con la rivoluzione scientifica e la modernità, il benessere e lo sviluppo della tecnica hanno permesso non solo la cura e la guarigione di molte malattie, ma soprattutto la paura della morte si è allontanata sempre più dalla vita. Si è cominciato a non parlare quasi più di questa esperienza ai bambini perché ritenuti incapaci di comprendere o per preservali dalla sofferenza. Sappiamo che la media di vita nei paesi sviluppati è passata dai 50 anni del secolo scorso agli 80 di questo secolo e le proiezioni ci dicono che non è più un miraggio arrivare preso ai 100 anni. Se tutto ciò è un bene e occorre sempre incoraggiare la ricerca scientifica per debellare le malattie più invalidanti e permettere una vecchiaia salutare, è importante però ricordarsi sempre che la morte non è scomparsa. In questo mondo non scomparirà mai. Insomma morire fa parte dell’esistenza ed è bene considerarla con tutto ciò che questo comporta. E poi la morte non riguarda solo la vecchiaia, ma tutte le età. Da ciò si deduce il diritto inequivocabile di ogni persona a sapere e conoscere le verità della vita. Così è per la morte. Il grande poeta libanese KhalilGibran (Bsarre 1833 – New York 1931) scrisse: «Vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come trovarlo se non cercandolo nel cuore della vita?». E poi, se la morte rappresenta il dolore più grande, specchio di tutti i dolori, il trovare parole, emozioni, sentimenti appropriati può essere di enorme aiuto per tutti, soprattutto per i bambini. Oggi, adesso In questo giorni la morte è quotidiana. Ci è stata sbattuta in faccia. Tante famiglie l’hanno subita, vissuta. Soprattutto, non hanno il tempo di piangere i loro cari… neanche il funerale è permesso… sembra quasi impossibile il ricordo! Si ha paura a descriverla. Si ha l’impressione che sia ingiusto morire. Morire in questo modo! La morte sembra dare uno schiaffo all’onnipotenza della tecnica e della ricerca. Eppure è importante parlarne… Parlarne ai bambini. I bambini I bambini hanno diritto alla sincerità. Se qualcuno è malato o sta morendo è meglio essere sinceri. Occorre considerare che i bambini amano i grandi che gli vogliono bene. Se chi ci ama è silenzioso e cerca di nascondere le cose, i piccoli si sentono smarriti e fanno fatica a comprendere ciò che sta succedendo. Fingere che vada tutto bene e nascondere la verità è molto più triste per i bambini che dire loro cosa sta succedendo. Allora occorre introdurre nel percorso educativo il concetto della morte e parlarne con i bambini. Questo è importante, sia da parte dei genitori che successivamente, durante le attività scolastiche, a partire dall’infanzia. Parlare della morte delle persone care, anche se è doloroso e faticoso, può aiutare i bambini a evocare i ricordi e dà a noi l’occasione di valorizzare il bene che quel parente ha lasciato. È importante utilizzare parole vere, che danno un senso compiuto a quanto sta succedendo. Parole e gesti Tutto quello che diciamo ai bambini deve essere vero e rispettoso dello sviluppo evolutivo. Quando sono piccoli è sufficiente una frase. Dai sette anni si possono utilizzare parole e azioni. L’importante che quello che diciamo sia sempre accompagnato dal sostegno o da un rito che in qualche modo aiuti a ricordare. Anche in situazioni tragiche, come la morte della mamma o del papà, si può dire: «Di solito si muore da grandi… la mamma è morta giovane… possiamo pregare… andrà tutto bene». Certo le reazioni dei bambini potranno essere le più diverse: rabbia, impotenza, nostalgia, tristezza, pianto, senso di colpa. È fondamentale che i bambini possano manifestare quello che provano e trovino adulti che possano empatizzare con loro e comprendano il loro vissuto. È poi importante proporre un rito regolare, come la preghiera o il pensiero quotidiano, per mantenere vivo il ricordo che ci dà la possibilità di parlare delle cose belle e importanti della vita. Gesù e la morte Nonostante tutto quanto abbiamo detto, occorre ricordare che la morte è comunque assurda e nemica dell’uomo. Non ha senso morire. Nessun senso. A meno che la morte, nella sua tragicità, rappresenti un passaggio per una dimensione più grande. E papa Francesco, solo di fronte al mondo, ha manifestato il cuore di tanti chiedendo a Dio di proteggerci. È questo quello che Gesù è venuto a fare. È venuto a sconfiggere il pungiglione della morte che, anche se ci colpisce, non ha più il veleno della fine ma, con Cristo, può essere foriera di una vita più grande. Una vita che, se circondata dall’amore verso gli altri, dalle parole di senso verso le sofferenze, e dall’aiuto verso tutti i bambini nella sincerità, verrà raccolta da Cristo per portarla nel seno del Padre. Questo è quello che occorre dire ai bambini! Permettetemi di chiudere con un grazie a tutti quanti si stano prodigando per la cura e l’assistenza… insieme ad una particolare vicinanza e preghiera per chi ha perso i cari. Che Dio li tenga tutti stretti a sé... e li abbracci da parte nostra.
Salute

I bambini cinesi: nostri fratelli feriti

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Sono spaventata per il virus. Mio figlio viene a contatto con bambini cinesi... Una mamma


Siamo giustamente tutti preoccupati per il “coronavirus”, che purtroppo ha già procurato moltissime vittime soprattutto fra i nostri cari fratelli cinesi. E, se da una parte è encomiabile come tutta la comunità scientifica cerchi in tutti i modi di contrastare e fermare il contagio, dall’altra è importante non perdere mai di vista la solidarietà e la vicinanza a tutto il popolo cinese. Quindi massima e decisa difesa di fronte al virus, mediante tutte le azioni anche di isolamento necessarie, dall’altra però altrettanta determinazione nel evitare ogni discriminazione. Alla televisione assistiamo ogni giorno a discussioni sui colpevoli e, mediante quel processo di generalizzazione che è presente nelle nostre categorie di pensiero, tendiamo a ghettizzare tutto un popolo, che, come noi e più, sta lottando e soffrendo. I più ignari di tutto questo sono i bambini, che necessitano di essere tutelati e protetti in tutti i modi possibili. La vera protezione però non consiste soltanto nella prevenzione igienico sanitaria (che è sicuramente importantissima), ma nella prevenzione umana, legata a quei valori che come comunità vogliamo trasmettere. Campagne di denigrazione del popolo cinese, o di ghettizzazione dei bambini stranieri, sono deleterie e violano i principi essenziali di umanità. Infondere nei bambini idee di disvalore o di minaccia nei confronti di altri bambini è un’azione disumana e foriera di sventura. Invece, se siamo veramente intelligenti, dobbiamo incoraggiare i nostri bambini alla solidarietà verso gli altri bambini cinesi più sfortunati. Questa tragedia che ha colpito l’umanità necessita, insieme a tutte le difese (compreso anche l’isolamento), un surplus di solidarietà e di volontà di apertura verso chi è colpito dal virus. Allora aiutiamo in nostri bambini ad aprire la loro solidarietà e il loro cuore ad altri bambini, mediante campagne di sensibilizzazione basate non sulla paura, ma sull’amicizia e sull’impegno verso quanti sono nella sofferenza.
Società

Buon anno!

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Quale augurio farebbe per il 2020 che inizia?    


Il mondo è ateo perché non adora. Questa frase, pronunciata dal grande teologo Von Balthasar, che sembra destinata ai credenti, in realtà contiene un messaggio profondo, unico ed evidente: la verità delle cose sta nell’intimo, nell’interiorità. Infatti già il grande filosofo Kant nei suoi studi arrivò a definire la legge morale dentro l’uomo la fonte della vera gioia. Questo messaggio quindi non è destinato solo a chi crede, ma a ciascuna persona vivente, in quanto basta un imperativo dentro l’essere umano che lo spinge verso il bene o verso il male, per determinare gioia o tristezza. E per fortuna che è così, in quanto il fatto di avere una direzione, un orientamento verso il bene, è decisamente l’origine della speranza. Certo quando e come ci si approssima al bene dipende dalla libertà di ciascuno, che volontariamente vi può aderire o no. Quindi la nostra libertà non è cieca, non siamo gettati sulla Terra e destinati alla morte, come scriveva Heidegger, ma donati a noi stessi, con la possibilità del bene, del bello e del buono. Nel 2020 allora è necessario riprendere con coraggio ad essere uomini autentici, che dotati dell’amore libero verso il bene possono, se vogliono, determinare il bene verso tutto e tutti. E allora chiediamoci: come fare tutto questo? La nascita del bambino, di ogni bambino, che col suo amore passivo testimonia il totale abbandono verso il padre, è il prototipo di ogni essere umano. Infatti obbedendo fiduciosi alla legge umana iscritta in ciascuno, e lasciandoci guidare da essa, noi realizziamo il nostro essere uomini. Adorare il bambino allora significa coraggiosamente rispettare questa legge, imparare da questa legge. Ma per fare questo occorre essere umili, intelligenti, intuitivi, come lo è il bambino. Questo è l’augurio: diventiamo bambini. Buon anno a tutti
Società

I diritti dei bambini

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Si parla tanto di essere sempre dalla parte dei piccoli, di fare l’interesse dei minori. Ma poi concretamente questo cosa significa?  


I “diritti” di una persona prendono luce da una constatazione: la vita umana! La vita, che ciascuno di noi non si è data, è sicuramente un dono prezioso. L’abbiamo ricevuta senza alcun merito. Per cui il primo diritto esclusivo di ciascuna persona e quindi di ciascun bambino è quello di nascere. Ogni persona ha il diritto di nascere. Il secondo diritto fondamentale di ciascun bambino è quello di crescere. E dato che la crescita avviene secondo le leggi evolutive inscritte in ciascuno di noi, il diritto fondamentale è quello di rispettare queste leggi, che prevedono che ogni bambino evolva gradualmente, con il tempo. Così il suo sviluppo cognitivo affettivo, spirituale si evolve gradualmente con acquisizione di capacità e abilità che diventano sempre più complesse e articolate. I genitori e gli educatori possono rispettare questo diritto alla crescita in due modi:
  • Conoscendo il bambino: è importante conoscere le varie tappe evolutive dei bambini, per evitare di interpretare in modo arbitrario i loro comportamenti. Non esistono bambini che non vogliono crescere, ma ciascuno con la sua indole e col suo carattere, presenta caratteristiche comuni a tutti. I problemi nascono perché gli adulti non conoscono questa gradualità evolutiva e attribuiscono ai piccoli intenzioni che loro non hanno. Infatti gran parte dei problemi educativi sono frutto della “ignoranza”.
  • Sostenendolo sempre: come una pianta per crescere ha bisogno di acqua e luce costantemente, così i bambini hanno assoluto bisogno di sostegno. Il sostegno è la linfa vitale, il diritto fondamentale di ogni bambino che sta crescendo. Il sostegno poi si rende necessario di fronte ad ogni caduta che la crescita comporta. I bambini, proprio perché crescono, spesso sbagliano, inciampano nelle dinamiche della vita. E spesso questi fallimenti avvengono non per colpa, ma per inesperienza.
Quindi il bambino ha il diritto di ricominciare dopo ogni sbaglio e fallimento. È un diritto che possiamo facilitare e dobbiamo a tutti i costi promuovere. Come? Innanzitutto chiedendogli scusa quando ci accorgiamo di sbagliare noi. Poi sdrammatizzando i suoi piccoli errori. E infine, ricominciando quando sbagliamo, per essere testimoni credibili ai suoi occhi. Vedendo sempre in lui il bello, il positivo, incoraggiandolo, gli faremo sentire che ne è valsa la pena che lui sia nato. Questo testo uscirà nel numero di gennaio 2020 della rivista Big
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