L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vivere insieme: essere generativi

Gent.ma Chiara, potrebbe dirci una parola sull’esercizio della maternità (intendendo con questa espressione la maternità buona, il prendersi cura) da parte delle consacrate nei confronti degli altri membri della comunità? Penso, in particolare, alla realtà del monastero, che è quella in cui vivo, e che a volte mi sembra piuttosto rischiosa riguardo alla possibilità di ripiegarsi su di sé, a causa della solitudine nel lavoro e nella cella. Questi spazi personali, pensati come tali per favorire quel silenzio necessario all’ascolto della voce di Dio, danno occasioni per lasciarsi plasmare dallo Spirito e diventare sempre più capaci di comunione, ma rischiano di diventare luoghi nei quali appiattirsi sui propri ritmi, sulle proprie necessità ed esigenze, fino a rendere difficile l’uscita da sé nei momenti comunitari.

Dato per assunto il rispetto della coscienza dell’altro/a di cui ha parlato in «Rigidità e maturità umana» (e altrettanto quanto ha scritto nello stesso articolo a proposito dell’area cieca della finestra di Johari), come aiutare ad acquisire consapevolezza, nel momento in cui si riscontra nell’altra un ripiegamento? E anche (soprattutto) come vigilare su di sé? Grazie!Una Monaca

Una gran bella domanda per iniziare il 2021 nella nostra rubrica. Grazie anche per l’accuratezza e la fedeltà di lettura.

Mi colpisce la parola «maternità» perché è un’immagine, un’icona tanto bella quanto ambivalente.

Mi muoverò così: un cenno sulla parola da lei utilizzata, qualche spiegazione evolutiva, e infine alcune considerazioni sulla vita insieme.

Nelle realtà di vita in comune, soprattutto femminili (ma non solo), credo che il pericolo più diffuso sia la ripetizione più o meno consapevole del giocare a «mamma e figlia» di storica memoria: una impersona la genitrice che dà indicazioni, guida, decide per tutte, e le altre assumono il ruolo di figlie, ancora a 40, 50, 60 anni…così la comunità diventa la brutta copia di un quadro domestico. E la maternità scade rispetto al suo significato più profondo. Se si gioca, il gioco a un certo momento termina, e comunque nelle famiglie sane i figli crescono e i genitori si fanno da parte per permettere l’autonomia della prole e l’assunzione di responsabilità.

Uno degli 8 stadi dello sviluppo umano descritti da Joan Erikson, tra i maggiori psicoanalisti americani, è proprio la fase generativa, collocata tra le tappe evolute dell’età adulta. Questa viene contrapposta – ogni fase viene rappresentata per antitesi – alla stagnazione/preoccupazione esclusiva di sé. In questa tappa la sfida evolutiva è: si è produttivi e creativi, o stagnanti?

Cerco di chiarire.

Primo: attenzione, la dimensione «generativa» non ha nulla a che vedere con un gioco di ruoli, e non coincide con la genitalità, o la procreazione fisica. Quindi: non ci sono eccezioni, tutti siamo chiamati a diventare madri e padri nel senso dell’uscita da sé = della capacità di amare.

Secondo: dopo lo stadio in cui la persona apprende la vicinanza e l’intimità (vs. l’altra polarità dell’isolamento), quello successivo, appunto, è l’espansione di se stessi attraverso il prendersi cura dell’altro. Nessuna indicazione morale, l’attenzione fuori dai propri confini è un indice psicologico di evoluzione sana.

Qualche esempio molto concreto della non-espansione, di chi fa il nido e non vuole uscirne, rallentando così tutta la comunità e facendola ristagnare in una sorta di pensionato:

  • l’ossessione per la propria salute per cui, parafrasando S. Teresa d’Avila, ci si mette a riposare in anticipo, caso mai dopo arrivasse il mal di testa;
  • il rigido adempimento del proprio compito e basta, per cui non c’è verso di dare una mano oltre quello che «mi tocca fare»;
  • la mormorazione seriale, per cui diventa un’abitudine e uno stile di vita il pettegolezzo, lo sparlare in corridoio, il «chiacchiericcio» (temi molto cari a Papa Francesco), senza la capacità di affrontare le difficoltà col diretto interessato, o comunque negli spazi e nei tempi appropriati;
  • la diffidenza verso il diverso da sé, in termini culturali, etnici, di idee. Questo favorisce i clan interni e i gruppi chiusi che appesantiscono la comunità, la rendono asfittica e senza energia vitale.

Si potrebbe andare avanti ancora parecchio con gli esempi, ma torniamo alla vita in comunità.

Ogni membro che è dentro un processo vocazionale (sacerdotale o di consacrazione) ha un mandato naturale di crescita – senza esoneri – verso la cura e la dedizione agli altri.

La domanda è: gli ambienti di vita in comune favoriscono questa evoluzione, stimolano il senso di appartenenza, che a sua volta permette di sviluppare il bisogno di dare se stessi? Allenano la capacità di amare, amare e amare sempre di più? O viceversa, tendono a rattrappire, a infantilizzare le persone? L’interrogativo vale per la vita monastica, ma vale anche per quelle realtà che, invece, prevedono cambi geografici e missioni esterne.

Credo sia un rischio enorme per i percorsi vocazionali (le coppie hanno altri rischi e certamente si può dire altrettanto) il favorire la stasi dei suoi membri – ha ragione la Sorella che scrive – in quanto tra comodità fisiologiche al gruppo (c’è chi fa la spesa, cucina, paga le bollette), regole e «obbedienza» si corre il pericolo di adagiarsi, non raggiungere mai una vera autonomia.

Il processo però è a due, come sempre nella vita umana: la comunità che crede di fare del bene dirimendo ogni questione, dirigendo i suoi membri, imponendo un pensiero unico, in realtà crea danni enormi per la crescita di chi ne fa parte.

D’altro canto la maturità individuale rimane essenziale. La persona matura – a rilevarlo è la comunità scientifica internazionale – mette in atto comportamenti propositivi, prende iniziative, propone idee e progetti, si fa carico della scelta assunta e non la delega ad altri. Perciò, se un giovane o meno giovane aspetta sempre indicazioni prima di mettersi in gioco, conteggia gli impegni, è lamentoso, chiacchierone, o ipercritico…qualche domanda sulla riuscita umana e vocazionale andrebbe posta, e senza mezzi termini. Non ci sono sempre e solo questioni sessuali a mettere in discussione una vocazione, ma direi ancora di più questioni evolutive.

Per cui ciascuno potrebbe interrogarsi: sono propositivo? Come contribuisco alla vita comunitaria? Se chiedessi agli altri come mi vedono, cosa direbbero? E forse potrebbe essere utile vivere, in contesti adeguati, quell’ammonimento reciproco che aiuta a migliorarsi.

Concludo con le parole di Papa Francesco nella magnifica Esortazione Apostolica Amoris Laetitia (162), precisando che ogni vocazione contribuisce all’altra e fa da specchio a risorse e debolezze rispetto al proprio stato di vita, per cui quanto segue è altrettanto vero nella direzione opposta, del bene che noi famiglie riceviamo dall’amicizia e dalla profezia della vita in comune:

«Il celibato corre il rischio di essere una comoda solitudine, che offre libertà per muoversi con autonomia, per cambiare posto, compiti e scelte, per disporre del proprio denaro, per frequentare persone diverse secondo l’attrattiva del momento. In tal caso, risplende la testimonianza delle persone sposate. Coloro che sono stati chiamati alla verginità possono trovare in alcune coppie di coniugi un segno chiaro della generosa e indistruttibile fedeltà di Dio alla sua Alleanza, che può stimolare i loro cuori a una disponibilità più concreta e oblativa».

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Vita in comune

Consacrate e consacrati

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Sono una formatrice, in passato responsabile del mio Istituto, non più giovanissima, anzi in “terza fascia”, ma credo di avere la mente piuttosto aperta, nonostante l’età. Con la mia comunità stiamo riconsiderando le consuetudini e l’organizzazione della giornata, perché è ora di rimettere mano a quanto c’è da cambiare. Mi rendo conto di quanto differente sia la vita dei nostri confratelli uomini…


Lei tocca un tasto dolente. Non mi considero una paladina dei diritti femminili, soprattutto perché mi pare che spesso questo tema sia stato, e sia ancora talvolta, strumentalizzato. Credo che rispettare le innegabili differenti predisposizioni naturali significhi valorizzare sia la donna che l’uomo nelle loro particolarità. Però condivido le sue considerazioni: le comunità di consacrate sono, oggi, in una posizione differente, e a volte svantaggiata, rispetto a quelle maschili. Tempo fa un frate notava quanto sul bilancio generale della loro comunità maschile gravino le spese per l’acquisto di sigarette da parte dei religiosi. I consacrati possono fare sport, utilizzare abiti opportuni per uscire, fare escursioni, andare al mare, bere una birra, senza che questo crei “scandalo” per nessuno. Gli scandali sono ben altri. È un dato di realtà. Nel rispetto di una scelta di sobrietà, per cui l’attenzione economica alle decisioni piccole e grandi di ogni giorno diventa un criterio di discernimento significativo, la disparità di condizioni di vita tra realtà maschili e femminili è innegabile. Credo che questo sia frutto di una tradizione che considera le donne – mi dispiace ammetterlo – quasi incapaci di gestire in autonomia la propria vita, che quindi va normata in tutti gli aspetti. L’espressione “suorine” la dice lunga. Più che protettivo, direi che suona un po’ svalutante. Chi conosce da vicino la vita in comune femminile sa quanto questo sia vero. Molti aspetti stanno certo cambiando: le donne oggi sono apprezzate e richieste in ruoli di responsabilità all’interno della Chiesa, insegnano con competenza negli Atenei, promuovono spazi di riflessione e aggiornamento delle proprie realtà di vita. Ma il percorso è ancora lungo. Mi permetto una considerazione ulteriore, che riguarda la “sanità mentale” di consacrati e consacrate, quindi i necessari spazi di benessere personale e attenzione psico-fisica. Essere attenti alla scelta di povertà, non significa annullare la propria umanità. I momenti dedicati a camminare, condividere momenti ricreativi, curare il proprio corpo non sono una deriva narcisista se servono a vivere meglio le relazioni quotidiane, in coppia e in comunità. Questi momenti riducono il rischio di depressione, noia, sfogo attraverso l’alcol, ore trascorse davanti a computer e televisione. L’essere umano ha bisogno di varietà, di svago, di rimodulare il proprio equilibrio, su cui la grazia di Dio opera. Per cui quando mi viene chiesto se approvo il desiderio di un giovane o una giovane di intraprendere un particolare percorso di studio, approfondimento, specializzazione, rispondo sempre di , basta che in quel giovane sia ben radicato il senso di appartenenza alla propria vocazione. In questo modo, tutto quello che vive per sé, lo vive anche per i fratelli e le sorelle, per potersi donare con maggiore libertà ed energia. È chiaro, i frutti devono essere tangibili. L’ultimo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) – mi dispiace che il titolo sia piuttosto inquietante – richiama i criteri di maturità del Sé: il «perseguimento di obiettivi esistenziali coerenti e significativi, sia nel breve sia nel lungo periodo» e «standard interni di comportamento costruttivi e pro sociali». Come dire che l’appartenenza alla propria vocazione dovrebbe rappresentare il criterio quotidiano per valutare cosa fare e cosa non fare. Non solo: mettere in atto comportamenti unicamente finalizzati a se stessi non è indice di maturità, perché nel funzionamento psicologico sano la pro-socialità e gli standard costruttivi (non demolitori) sono criteri importanti. Questo vale per le donne e per gli uomini adulti, trasversalmente all’età e alle culture. A parità di obiettivi di vita, quindi, non c’è ragione per valutare con sguardo diverso la condotta maschile e quella femminile. Quando questo accade, purtroppo, significa che le pre-concezioni storiche e culturali gravano ancora troppo.
Vita in comune

L’eccellenza della vocazione (alla vita consacrata)

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…ma la tendenza ad affidare tutto agli psicologi non rischia di insidiare l’unità e la credibilità della Chiesa? Un formatore


Nella precedente risposta, era rimasta in sospeso questa parte di riflessione che mi sta molto a cuore. Il timore che Lei esprime è lecito. Quando il Concilio Vaticano II ha riconosciuto l’importanza della formazione umana, molte comunità religiose si sono ingenuamente affidate a specialisti, psicologi e psichiatri, senza valutarne alcune caratteristiche essenziali. Innanzitutto, che questi condividano l’antropologia cristiana come cornice e sfondo del loro agire terapeutico, che vuol dire riconoscere e accogliere i principi essenziali che riguardano l’essere umano, capace di superarsi, anzi bisognoso di andare oltre se stesso, verso una Trascendenza. Ma insieme limitato, nel corrispondere a questo desiderio, da una fragilità insita nel suo essere “umano”, appunto. Il gesuita p. Rulla la chiamava dialettica di base: l’uomo è aperto alla Grazia, ma è anche peccatore, c’è un Io ideale e un Io reale. Pilastri necessari per chi sia chiamato a collaborare con le realtà vocazionali. Faccio un esempio pratico, tra i tanti che si potrebbero citare: se il terapeuta non credesse nel valore positivo che può avere il sacrificio di sé e il considerare l’altro un fratello o una sorella, è chiaro che gli sarebbe impossibile affiancare la persona che vive le sfide della vita fraterna, con persone a lei “estranee”. Il suo retro-pensiero sarebbe: «chi te lo fa fare? Se non ti piacciono gli altri membri cambia comunità», e il lavoro terapeutico né risentirebbe radicalmente. È assodato, infatti, che la neutralità non esiste! Naturalmente ogni psicologo, nella pratica clinica, si rifà a un modello teorico e metodologico di riferimento, ma se condivide l’antropologia cristiana non potrà mai minare i valori fondanti della fede e della Chiesa: l’unità, la comunione, il perdono… E comunque ricordiamo che il discernimento finale sulla vocazione non lo fa lo psicologo, ma il formatore. Una seconda caratteristica importante che devono avere gli psicologi coinvolti in questo delicato compito è che conoscano veramente, e non “per sentito dire”, i processi umani e spirituali della vocazione religiosa, la quale è corrispondere a un’intuizione, la “chiamata”, che ha fondamento Altrove, oltre se stessi, sebbene converga al benessere della persona, come ho detto più volte. Ciò non vuol dire che bisogna cercare qualcuno che la pensa come noi. Vuol dire piuttosto che è necessario un accompagnamento specialistico competente e rispettoso di dinamiche assolutamente originali. I processi vocazionali, infatti, non possono essere compresi secondo una logica puramente umana. Anche qui faccio un esempio tra molti: gli psicologi che hanno utilizzato metodologie di gruppo all’interno delle comunità – e purtroppo ne ho sentite diverse di esperienze così – hanno creato disastri, perché i rapporti che intervengono tra i membri di un gruppo vocazionale che vive insieme non sono paragonabili a nessun’altra realtà umana! Non costituiscono, strettamente parlando, una famiglia, né un gruppo terapeutico, e neppure un team aziendale… È fondamentale tenerne conto, altrimenti, il formatore ha ragione, vengono trascurati aspetti importantissimi della vita in comune, e il rischio è frantumare le comunità, invece di aiutarle. Ancora un’ultima decisiva precisazione: l’accompagnamento psicologico non dovrebbe essere considerato un lusso, per cui chi manifesta il bisogno di un confronto esterno debba sentirsi in colpa per questo. Ma neppure l’ultima spiaggia, quando ormai non si può fare più nulla. Lo studio clinico non è lo spazio della buona morte. Piuttosto, proprio per la bellezza e la grandezza di questa vocazione straordinaria alla vita in comune, che non è per tutti – anche chi vuole diventare pilota di aereo si sottopone volentieri a test attitudinali di vario tipo –, la psicologia può costituire uno strumento prezioso per realizzarla sempre meglio. Un pilota, per diventare tale, deve seguire un lungo iter di valutazione, e poi, finché rimane in servizio, fa controlli periodici per la salute fisica e psichica. A maggior ragione ciò è valido per i processi vocazionali: è la sublimità della scelta, la particolarità delle sue caratteristiche, di altissimo valore ed impegno – povertà, castità, obbedienza, celibato, vita insieme/solitudine, missione – a motivare l’utilità dell’affiancamento della formazione umana.
Vita in comune

La moda dello psicologo

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Seguo le sue interessanti rubriche, ma ho un dubbio di fondo, spero non offensivo: da duemila anni la formazione vocazionale viene fatta attraverso “educatori e padri spirituali”, formati a loro volta in modo univoco sul vangelo e la tradizione della chiesa. Ora la tendenza ad affidare tutto agli psicologi (ognuno che fa riferimento a una diversa teoria, di questo o quel “maestro”) non rischia di insidiare l’unità e la credibilità della Chiesa? Un formatore


Accolgo volentieri questa interessante provocazione, per nulla offensiva. Lei ha ragione, la storia è come un pendolo per cui si assiste, spesso, a mode che oscillano ora in una direzione, ora in quella opposta. Qui, però, si tratta di ben altro: la psicologia, in quanto scienza, non fa riferimento a un maestro”, né al trend del momento. Il suo intento, infatti, non è quello di condurre a sé, né di proporre il pensiero di un singolo, ma di aiutare l’essere umano a raggiungere un miglior grado di benessere, a fare ordine nella propria storia, a guardare il futuro con speranza e realismo, a rafforzare le proprie potenzialità e ridurre le fragilità, ad affrontare in maniera costruttiva le situazioni difficili, a comprendere il perché di alcune condizioni emotive… Nell’ambito dei processi vocazionali la collaborazione con gli psicologi deve, però, necessariamente rispettare alcune condizioni. Toccherò due grandi temi, strettamente legati, il primo lo affronto subito, il secondo nel prossimo numero: a) serve la psicologia? b) “quale” psicologo? (a proposito della tradizione della Chiesa). L’eccesso di intervento psicologico, come può immaginare, non mi trova d’accordo. Gli argomenti sono vasti, per cui cercherò di essere sintetica. La prima considerazione, molto empirica, viene dal constatare che le comunità religiose del passato non sono “migliori” di quelle attuali, anzi diversi anziani hanno uno sguardo assai lucido sulle gravi carenze che hanno caratterizzato la loro formazione, dove non sono mai state affrontate (o molto poco) alcune questioni nodali, nell’uomo come nella donna: affettività, relazioni, amicizia, sessualità. Le conseguenze di questo silenzio – tenendo conto che non c’è mai un rapporto diretto causa-effetto nei processi umani –, riguardano lo stile di vita fraterno non sempre ottimale, la scarsità di dialogo tra fratelli e sorelle e con i responsabili, la difficoltà a riconoscere in tempo una difficoltà affettiva, che a volte giunge sconcertando tutti. Aggiungo un’altra considerazione, frutto di lunghi e autorevoli studi commissionati dalla Conferenza Episcopale Americana sugli abusi da parte dei sacerdoti cattolici (Nature and Scope e Cause and Context), in un arco temporale che va dal 1950 al 2010: la generazione (sexual offenders) maggiormente coinvolta in atti di abuso ha ricevuto la sua formazione prima degli anni ’70. Cosa vuol dire? Non certo che il celibato sia all’origine delle devianze affettive, come i media hanno provato a far credere. Il picco maggiore di abusi, tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, non ha visto, infatti, alcuna variazione in merito alla scelta celibataria. Intendo dire che se il celibato è una costante rimasta invariata nella tradizione della Chiesa, certo non può essere questo aspetto “la causa” dell’aumento di abusi in un preciso arco temporale, e poi della sua ridiscesa (diminuzioni di abusi) a partire dal 1985 (vedi grafico). Bisogna evidentemente considerare altro. pedofilia Molto in sintesi si può concludere così: gli abusi sono diminuiti quando i programmi formativi (per i candidati al sacerdozio diocesano e di vita in comune) sono stati rinnovati con l’introduzione della formazione umana e non solo spirituale. La formazione spirituale da sola non è sufficiente. Se si offre l’una senza l’altra l’accompagnamento risulta parziale e inefficace. Si tratta di strumenti entrambi necessari, che si integrano pur mantenendo una propria autonomia. È chiaro che un’adeguata formazione umana è solo una pre-condizione per la riuscita vocazionale, tuttavia, essa ha un notevole peso nell’andamento equilibrato del processo “specifico” di adesione a Cristo. Concludendo: la scelta vocazionale non è una scelta privata e intimista, quindi la solidità affettiva è indispensabile: c’è una responsabilità sociale di cui occorre tener conto. Talvolta le comunità e i seminari rischiano di dimenticare questo aspetto. Oggi, però, chi accompagna spiritualmente i processi maturativi sa che la persona ha bisogno di entrambi gli strumenti: formazione umana e spirituale. In una società complessa come la nostra, dove i ragazzi iniziano un percorso vocazionale avendo già fatto innumerevoli esperienze, anche in Rete, è quanto mai necessario che siano affiancati da persone competenti, che possano aiutarli a rileggere o integrare le vicende vissute. Più in generale, ho potuto constatare come in alcune fasce di età, quando l’uomo e la donna vanno incontro a cambiamenti psicofisici – ad esempio intorno ai 45/50 anni, e successivamente dopo i 60 –, sia particolarmente utile rivolgersi a una persona esterna al proprio ambito di vita, per affrontare il periodo che si sta attraversando.  
Vita in comune

La vocazione: un viaggio

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Mi è piaciuta l’immagine del progetto di Dio come di un progetto plastico, ma vorrei che si spiegasse meglio, in quanto questo potrebbe essere frainteso nel senso di “liquido”, come è proprio del nostro tempo. Mi piacerebbe che lei approfondisse il significato di plasticità. Un formatore


In effetti, come Lei, in diversi mi hanno chiesto un approfondimento. Parlare oggi di liquidità, lo sappiamo bene, significa riferirsi alla mutevolezza incondizionata per cui tutto sembra soggetto a cambiamento, anche da un giorno all’altro. La plasticità invece ha tutt’altra valenza. Parlare del progetto di Dio come di un progetto plastico significa che esso è come un kit da viaggio che contiene gli strumenti necessari per affrontarlo, ma senza istruzioni dettagliate su come sarà il viaggio stesso, fatto di strade, percorsi in salita, in discesa, di giornate soleggiate e piovose. Credo che la vocazione sia la scoperta graduale della strada che porta al raggiungimento della meta: in termini di fede è l’incontro con Dio, in termini psicologici è la condizione di benessere pieno, cioè la felicità. Sarebbe schiacciante per l’essere umano, che nel tempo cambia, evolve, scopre aspetti nuovi di sé, si lascia toccare da incontri significativi, pensare alla vocazione come qualcosa di definito, che si abbraccia in modo chiaro e irreversibile fin dall’inizio. So di camminare su un crinale rischioso con questo discorso, per i possibili fraintendimenti. Un mio docente era solito ripetere che l’individuo nasce con organi sessuali “precoci” cioè già attivi e operativi a partire dalla pubertà, ma con un “ritardo” rispetto alla maturità psicologica. La maturità umana non va di pari passo con lo sviluppo sessuale e la capacità generativa. Aggiungeva che le scelte di vita, idealmente, avrebbero una migliore garanzia di tenuta addirittura dopo i 30-35 anni. Il che, però, è incompatibile con la durata complessiva dell’esistenza media dell’essere umano. In altre parole: la sola età cronologica non è sinonimo di capacità di compiere scelte esistenziali. D’altro canto, le scelte fatte con l’entusiasmo giovanile hanno comunque la possibilità di essere riconfermate e consolidate negli anni. È solo attraverso il tempo (attraverso tutti gli anni della nostra vita) che il progetto di Dio, cioè la nostra felicità, si va rivelando. Il discernimento è proprio l’essere aiutati, attraverso il confronto con un terzo (un accompagnatore spirituale e/o uno psicologo), a rileggere e interpretare gli avvenimenti quotidiani per comprenderne il significato. La Chiesa stessa riconosce che il percorso vocazionale che conduce a una scelta definitiva si snoda o si dovrebbe snodare per oltre un decennio – peccato che lo stesso non avvenga per le coppie che si preparano al matrimonio! –, proprio perché non sempre gli anni canonici, ad esempio il noviziato, pur con tutta la buona volontà, sono sufficienti perché la persona comprenda se quella è effettivamente la strada per lei. Quante scoperte fa chi intraprende un cammino vocazionale, riguardo a se stesso, alla propria storia familiare, al modo di stare in relazione, stupendosi della progressiva conoscenza personale! Nella vita possono sempre intervenire eventi importanti, un lutto, una nascita, un nuovo lavoro, la perdita del lavoro… per cui è chiaro che il progetto abbozzato deve essere rimodellato, il che è ben diverso dal far saltare ogni coordinata inventando giorno per giorno cosa si vuol essere e diventare. Senza un’autentica capacità di lettura giornaliera di quanto ci succede, si rimane bloccati in un’idea astratta, teorica che, non essendo capace di adattarsi alle circostanze di vita, rende la persona infelice. Punti di riferimento ce ne vogliono, i valori evangelici, ad esempio, lo sono. Ma è bello (non inquietante, né liquido), camminare e lasciarsi aiutare a scoprire in quale strada si può essere felici.
Vita in comune

Meglio aprirsi o proteggersi dal giudizio dei fratelli?

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Siamo una piccola fraternità sacerdotale. Mi piacerebbe riuscire a condividere di più tra di noi, ma ritengo che il tema della “fiducia” sia ancora molto critico. Questo è uno dei motivi che mi blocca nel chiedere un percorso di accompagnamento: temerei un giudizio ridicolizzante. Può dirmi qualcosa su questo argomento?


Mi stimola molto la sua domanda. Ha ragione: in famiglia, nei seminari e nelle realtà comunitarie quello della fiducia è un argomento particolarmente sentito e discusso, proprio perché non è per nulla scontato riuscire a fidarsi gli uni degli altri. Il timore è quello che quanto più ci si apra tanto più si diventi vulnerabili e questo è senza dubbio vero. C.S. Lewis, autore de Le Cronache di Narnia, scriveva che «qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno ad un animale. […] Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi, […] diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile» (da: I quattro amori). Voler bene agli altri, scommettere sulla vita insieme, è in un certo senso un rischio, perché si può rimanere feriti dalla sensibilità diversa dell’altro, dalla sua imprudenza, dalla possibilità che non riesca a cogliere esattamente il nostro mondo interiore e ci faccia del male. E viceversa. Credo che sull’aspetto della fiducia abbia pesato parecchio uno stile gerarchico e di impronta militaresca che ha caratterizzato in passato le realtà vocazionali, dove, lo dico in modo semplicistico, c’era una sola mente pensante e tanti “sottoposti” all’autorità. Si è dato poco spazio alle relazioni tra pari, che sono andate avanti per anni senza mai sperimentare il dialogo, il confronto, l’amicizia, tutti aspetti guardati con sospetto, quasi al limite di inevitabili derive immorali. L’obbedienza verticale, certamente un valore apprezzabile con un profondo significato di fede, è stata la dimensione prevalente, quando non esclusiva, della formazione alla vita sacerdotale e in comune. Oggi si sta scoprendo la necessità vitale che gli ambienti vocazionali siano ambienti adulti, dove innanzitutto ci sia la giusta prudenza da parte di superiori e formatori: infatti una condivisione globale e incondizionata dell’esperienza di ognuno con tutti, non è necessaria e neppure sana per vivere insieme. Servono invece rapporti fraterni, non solo funzionali al lavoro, frettolosi, e formali, ma di conoscenza reciproca, di amicizia dove sia possibile, di condivisione degli obiettivi apostolici, come anche di momenti di svago. In ambienti simili la fiducia interpersonale cresce spontaneamente. Le racconto un’esperienza recente: mi sono accorta che giovani provenienti dalla stessa comunità si raccontavano l’un l’altro l’esperienza durante un percorso terapeutico (con lo psicologo). Io stessa sono rimasta positivamente stupita dalla semplicità e freschezza del loro raccontarsi, un bel modo per sostenersi e non sentirsi soli. Un ambiente attento, che cerca di curare la familiarità del vivere insieme, favorisce in modo naturale la fiducia reciproca. Questi giovani dimostrano che fidarsi è possibile. E i più adulti, meno abituati a una simile apertura, possono apprendere da loro la bellezza di avere fratelli/sorelle, piuttosto che “nemici” (mi passi l’espressione forte). Aggiungo, anzi, che è un’esperienza vitale nell’essere umano, senza la quale si diventa sospettosi, freddi, ostili, insomma si vive male. Sono importanti però le condizioni ambientali alle quali ho fatto cenno prima, altrimenti raccontarsi e condividere diventa un’esaltazione emotiva superficiale e perfino dannosa per il vivere insieme. Se avesse voglia di approfondirli, ho ripreso questi argomenti in un libro di recente uscita Per sempre o finché dura. Processi psicologici del cammino sacerdotale e di vita in comune.
Vita in comune

Il progetto di Dio e la nostra storia

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Le scrivo di getto dopo avere letto la sua risposta Quando la comunità delude, che mi ha molto toccata per l’argomento dell’autenticità vocazionale. Premetto che non sono una consacrata, solo una persona ancora in cammino, alla ricerca della mia vera “vocazione”, nonostante sia sposata da 15 anni e mamma di due bambine. Ho sempre pensato che la vocazione fosse il luogo dove incontriamo Dio con la parte più profonda di noi stessi, dove c’è “assonanza" tra chi sono io veramente e ciò che Lui vuole fare di me […]. Da qualche anno però, la nostra situazione familiare è cambiata. Mio marito ha accettato un posto di lavoro all’estero, anche se io non ero d’accordo; dopo poco, per tenere insieme la famiglia, mi sono trasferita anche io con le figlie, pensando che questa fosse una soluzione temporanea […] Però la sola vita “familiare” non mi basta… sono quindi una mamma disinteressata? Una moglie poco dedita a mio marito? […] poiché metto sempre in discussione me stessa e non mi fido di ciò che provo o desidero, mi chiedo se non ho completamente sbagliato strada, e se non ho ancora capito niente di me stessa e del progetto di Dio su di me. Quindi ogni giorno, come credente tuttora “in cammino”, prego chiedendo: […] “Quale è il Tuo disegno sulla mia vita, qual è il mio posto nel mondo?”. Qual è la mia vocazione, dov’è il luogo intimo dove posso incontrare Dio e sentirmi pienamente realizzata? Una moglie e mamma


Grazie di cuore per la profondità e il calore con cui condivide i suoi interrogativi, ai quali mi accosto con grande rispetto; solo per ragioni di spazio ho dovuto abbreviarli. Più che una risposta esaustiva le mie sono riflessioni. Bella l’immagine della vocazione come assonanza: sì, la chiamata di Dio coincide con ciò che io sono e che mi rende migliore, più felice, pienamente me stessa. Talvolta si usano strane immagini per rappresentare la vocazione, come fosse un progetto esterno che “devo accettare”, scollato da ciò che desidero, e al quale mi affanno a corrispondere. Non credo sia così. Dio parla attraverso il desiderio. Arriva però la parte più impegnativa: come tradurre questo desiderio nel concreto della vita, soprattutto quando, come nel suo caso, ci si trova di fronte a dei bivi, oppure, dopo aver fatto una scelta (sposarsi e avere figli), cambiano alcune coordinate importanti, ad esempio il partner affronta un cambio di lavoro stravolgente per la famiglia? Che fare? Rimpiangere il tempo in cui le scelte erano ancora aperte? No. Questo non aiuta per niente. Cancellare la storia scritta fino a questo momento come fosse tutta un grande errore? Impossibile. Nel suo caso i figli sono il segno tangibile che Dio è passato attraverso la sua vita e l’ha benedetta. È possibile, però, che la sua esistenza, così come si presenta ora, non sia più soddisfacente e la faccia sentire “allo stretto”. Con sano realismo, che vuol dire dare ascolto anche a queste emozioni “meno brillanti” di malessere – lei usa l’espressione fidarsi di – si possono cercare, all’interno della vocazione primaria (moglie e mamma), nuove modalità che restituiscano senso di pienezza, di appartenenza, di essere utile (lei fa cenno a queste dimensioni). Direi quasi che è un dovere prendere sul serio questi bisogni, tutt’altro che “colpevoli”. Reinventarsi. Il progetto di Dio è plastico, non rigido (non sia mai), si va rimodellando attraverso il tempo e i cambiamenti della nostra vita. C’è infatti una storia della salvezza, non un momento singolo. Una storia a due, dove Dio non si limita a “tollerare” i nostri sbagli, ma modifica il suo progetto su di noi, tenendo conto delle nostre vicende a volte contorte. Credo, quindi, che la vocazione personale vada riscoperta proprio attraverso le nuove variabili che sopraggiungono e le emozioni che suscitano, segnali di come muovere il prossimo passo. Incontro ogni giorno uomini e donne di diverse età che credono di essere intrappolati in una vita che non sentono propria e, incapaci di reagire, si lasciano sommergere dalla tristezza e dal rimpianto, rimanendo immobili. Bloccati dalla paura di non avere altre chance. Mi creda, c’è sempre un’altra possibilità. È vitale, però, confrontarsi, non restare da soli in questi punti di guado. Le suggerisco di trovare qualcuno che condivida i suoi valori, con cui avere un confronto serio, coraggioso, personale e autentico, senza fretta. Lei, comunque, mi sembra già in questa positiva disponibilità.
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