L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

Ripensare la formazione

Mi è capitato di assistere con tristezza al caso di un giovane sacerdote straniero, studente a Roma, che nella parrocchia dove fa servizio la domenica viene trattato come un prete di serie B, utile solo per i servizi più umili… mentre il parroco pensa alla carriera. Come è possibile questa mancanza di amore reciproco e di “vita comunitaria” tra i sacerdoti? È un problema di formazione? Un seminarista

Giorni fa mio marito ed io abbiamo chiamato un religioso amico di famiglia che poi è stato trasferito altrove. Non abbiamo perso l’amicizia con lui, anche se il cambio di ambiente inevitabilmente riduce i contatti. Siamo stati colpiti dal senso di solitudine che abbiamo intuito in questo nostro amico. Non che lui si sia lamentato, anzi, i tanti impegni pastorali sono per lui molto gratificanti, i religiosi hanno sempre parecchio lavoro da portare avanti. È che certe volte penso che forse anche noi coppie, pur con tutte le fatiche e gli egoismi individuali, possiamo contaminare, contagiare la vita religiosa. Dico una cosa audace, ma lo dico con semplicità. Loro fanno un bene immenso a noi, per la scelta stessa di dono incondizionato di sé, ma forse anche noi coppie e famiglie possiamo ispirare le realtà comunitarie che tante volte sono assai poco “comunitarie”. Una coppia

 

(Delcia Lopez/The Monitor via AP)

Sul tema della solitudine e del senso comunitario ci troviamo spesso a riflettere, ma è interessante la prospettiva che offrono entrambi i lettori. Può essere l’occasione per allargare lo sguardo sulla formazione e su «quale modello» di prete o consacrato sia implicito nel cammino formativo che porta al ministero sacerdotale o ai voti religiosi, da parte di uomini e donne.

Lo spazio della rubrica non è certo adatto per una macro-riflessione come questa, ma qualche pensiero credo che possiamo condividerlo serenamente e senza pretesa di offrire soluzioni.

Le dinamiche di confronto, competizione, gelosia, dominazione, collaborazione, alleanza/conflitto… tra quanti si trovano ad operare insieme, ad esempio negli ambienti di “lavoro”, sono tipiche della persona umana. Emergono negli ambienti non strettamente religiosi, ma si rintracciano facilmente anche in quelli impegnati a livello spirituale, seminari, parrocchie e comunità. Quindi, innanzitutto sospenderei eventuali toni di scandalo o critica (che comunque non emergono nelle due domande).

L’umanità in vocazione è fatta di carne ed emozioni. Certo, quanto più si considerano centrali alcuni valori, come quelli di appartenenza ad un Ideale, di amore reciproco e di servizio, quanto più la vita diventa esigente e alto l’impegno a non lasciare solo come teoria questi valori.

Come mai, allora, possono accadere situazioni di non-fratellanza (il prete di serie «b») o di scarsa relazionalità? Un occhio potremmo buttarlo, come dicevo all’inizio, sul modello che finora ha prevalso negli ambienti di formazione, e non dico nulla di nuovo. Un modello soprattutto gerarchico ed efficientista.

Come dire che l’obbedienza in senso verticale – ai superiori – orientava la valutazione del candidato: «è docile», «è aperto con me», «non crea mai un problema, perché fa tutto quello che gli viene detto». Quello che però non emergeva – mi si perdoni la semplificazione eccessiva – era: come vive la persona i rapporti orizzontali?

Terminata la formazione canonica i preti tra loro si conoscono poco, non sono allenati a collaborare, a fare amicizia, in quanto non ne hanno avuto l’opportunità, e fino al recente passato le «amicizie particolari» erano un vero incubo per i formatori, assolutamente da combattere. Per inciso: particolari, o morbose e chiuse? E anche i religiosi, magari impegnati nella formazione accademica e nell’apostolato durante gli anni iniziali, possono rischiare di stare gomito a gomito in chiesa e a tavola, ma non essere accompagnati ad entrare in una relazione fraterna, più o meno per le stesse motivazioni della formazione sacerdotale.

Pensando alla formazione, mi sembra importante tener presente che tutti noi possiamo funzionare bene con chi ha un ruolo superiore (ad esempio un responsabile di lavoro), ma è un’altra faccenda funzionare bene con i nostri pari. Lì le cose si complicano, perché non c’è più il mordente della compiacenza o del timore di essere giudicati male (e magari estromessi dal cammino vocazionale) e allora servono altri stimoli, altre coordinate di riferimento per far andar bene il rapporto.

Il clericalismo che preoccupa Papa Francesco è anche questo: il modello fatto a scale che talvolta domina gli ambienti di fede. L’obbedienza, il rispetto dei ruoli, dell’anzianità di fratelli e sorelle, sia chiaro che sono molto apprezzabili, non sto assolutamente minimizzando aspetti che favoriscono (quando favoriscono) il buon vivere insieme. Però penso sia innegabile quanto è dura da sradicare la mentalità del passato di curare alcune dimensioni vocazionali a discapito di altre.

Un formatore decide di accettare la proposta di un vescovo di inviare alcuni giovani per la missione popolare in una città. Quando i ragazzi ritornano, praticamente lo «scenario umano» che lui aveva di Marco, Luca, Paolo… lo deve cambiare. Chi sembrava tranquillo e collaborativo con il formatore, ha tirato fuori aspetti di sé inattesi nel lavorare con il fratello che gli era stato assegnato: aggressività, dominanza, senso di superiorità. Diverse donne, responsabili di comunità raccontano lo stesso.

Può scattare, nel trovarci alla pari a portare avanti un servizio, la mentalità a scala che in qualche modo ciascuno di noi ha dentro di sé, anche se è vergognoso ammetterlo. Scala di età, di etnia geografica, di pregiudizi che si hanno dell’altro. È umano, solo che è faticoso riconoscerlo in se stessi.

Concludo: come sta cambiando il modello di coppia sponsale, con ruoli sempre più collaborativi e di dialogo rispetto ai figli, così sta cambiando o dovrebbe cambiare il modello vocazionale del prete o del consacrato/a. La formazione non può rinunciare a ripensare se stessa, seriamente e con coraggio.

La capacità di creare fraternità non si improvvisa, pertanto vanno individuati strumenti concreti per favorirla fin dai primissimi passi vocazionali, anzi fin dalla comprensione di fondo del ministro e del religioso. Nel prossimo numero proverò ad approfondire questo aspetto, in dialogo con chi si occupa direttamente di formazione.

Se è naturale obbedire ed impegnarsi con chi ha una posizione «maggiore», non lo è altrettanto imparare a voler bene – che non è né simpatia, né amicizia a tutti i costi con tutti – a rispettare, a collaborare, a perdonare per poter far funzionare le cose con un proprio pari.

Perciò l’ambiente di formazione dovrebbe offrire degli spazi sereni in cui, dentro e fuori casa, chi è in cammino possa crescere nel senso comunitario. Non in astratto: dietro il «comunitario» ci sono volti, persone, storie.

Però questo cambiamento è in atto. I giovani chiedono di essere aiutati a star bene con gli altri in seminario o comunità e vogliono scardinare eventuali distinzioni razziali; non pochi formatori e formatrici sentono l’urgenza di rinnovare l’ormai vecchio progetto formativo, e diversi Vescovi hanno chiaro il desiderio di un presbiterio rinnovato.

Qualcosa, seppur lentamente, si muove eccome.

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Vita in comune

Omosessuale in comunità

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Gent.ma Chiara, ho inviato il suo articolo ad alcuni amici per avviare un dialogo sull’argomento che lei ha affrontato nella sua rubrica (Omossessualità: le parole pesano). Prima ancora di questo confronto, voglio farle arrivare la mia reazione personale. […] Credo che l’ingresso di una persona di “orientamento omosessuale” in una comunità che prevede una convivenza fra soggetti dello stesso sesso, possa essere considerato come mera eccezione, un caso d’accademia che serve a riaffermare che nessun prodigio è impossibile all'Amore. […] Secondo me, quanto ha scritto, non tiene in dovuta considerazione (almeno nella stessa considerazione) il bene della comunità quanto il bene della persona che ha un “orientamento omosessuale”. […] Io penso sinceramente che sarebbe un tradimento degli ideali comuni entrare in una comunità che prevede la convivenza fra persone dello stesso sesso, non rivelando la propria omosessualità almeno a tutte le persone con cui si convive, oltre che ai propri responsabili. Tenere nascosto l'orientamento sessuale significa non potere di fatto condividere gli occhi con cui si guarda il mondo, vivere nella falsità. Soffrire non potendo manifestare i propri gusti, la propria umanità. […] Rischiando, dico che non è per niente prudente accettare in una comunità che prevede la convivenza fra soggetti consacrati dello stesso sesso persone di “orientamento omosessuale”. ". (Non credo si tratti di una posizione discriminatoria. Personalmente non giudico il valore delle persone a seconda del loro orientamento sessuale). In tutti i casi che conosco in cui è avvenuta questa decisione ha generato dolore nella comunità e dolore nelle persone. […] Secondo me deve essere una regola (non giuridica ma di buon senso) che le persone vicine e conviventi debbano conoscere l'orientamento sessuale di chi sta accanto a loro. L'orientamento sessuale non è una caduta morale, un peccato da confessare, una cosa del foro interno. È una condizione dell'essere. Non si può entrare in una comunità senza condividere i tratti essenziali del proprio essere, sarebbe una contraddizione in termini, il tradimento di un patto: io rivelo a voi me stesso, voi rivelate a me voi stessi, perché vogliamo essere una cosa sola, una comunità, un corpo vivo. […] Il modo di procedere del suo ragionare sulla questione, a mio parere, agisce sotto l'influenza di una certa cultura che mette al centro l'individuo credendo di mettere al centro la persona. […] La concessione del proprio sé agli altri rimane indispensabile quando si decide di legarsi così strettamente ad altri. […] Quando mi unisco in un vincolo stretto, di famiglia, non rischio solo me stesso. Qualcuno rischia con me, almeno quanto me.


Gent.mo lettore, innanzitutto una parola di stupore grato e ammirato per l’accuratezza della sua lettura, e per aver raccolto il mio invito a portare avanti una riflessione onesta e critica, e non solo “adesiva”. Mi rammarico che il suo testo, ben più ampio, non possa essere riportato interamente per ragioni di spazio, ma cercherò di non perdere nessun contenuto di quanto lei condivide, nel caso qualcosa sfuggisse sarebbe solo per la vastità dell’argomento. In questo numero condivido uno spaccato del rapporto individuo-comunità, mentre nel prossimo numero approfondirò nello specifico la prospettiva comunitaria. Un po’ di teoria e un po’ di pratica, senza alcuna pretesa né di verità assoluta (ci mancherebbe), né che sia la prospettiva migliore. È la mia, frutto di studio, ricerca ed esperienza di tanti anni, anche accanto alle comunità di vita consacrata, che, da credente, stimo profondamente. La vita in comune è una realtà umano-trascendente di persone adulte che sono accomunate da un Ideale, via privilegiata per una compiutezza di sé, anch’essa umano-trascendente. Seminario e/o realtà comunitaria diventano l’intuizione di un percorso che la persona percepisce come significativo, come luogo di incontro con Dio e di espressione massima delle proprie risorse e talenti. Parliamo volentieri di famiglia, in quanto è la categoria antropologica più affine. Eppure la realtà carismatica non coincide esattamente con la famiglia umana: i membri si ritrovano inizialmente come “estranei”, entrando già adulti, almeno cronologicamente, con storie di vita diverse alle spalle. Insieme, essi compiono un cammino di fraternità da costruire e custodire quotidianamente. Quindi:
  1. il ritrovarsi accomunati da un carisma, da una “chiamata”, attiva una dinamica originalissima di rapporto personale con Dio e nello stesso tempo di apertura all’altro, mio fratello, mia sorella, in un ritmo dal sapore unico di io-noi, dove nessuno dei due poli può esaurirsi in se stesso. Sono «io» a vivere un rapporto con Dio, e siamo «noi» a camminare e a costruire una fraternità carismatica, a coltivare «un sogno comune», come lei scrive in un passaggio molto bello della sua lettera.
  2. La comunità non è un blocco già pronto in cui si entra, è qualcosa da far nascere e portare avanti, è un processo. Sì, la comunità è un processo di espansione di sé, un laboratorio di umanità, veramente riuscita quando i membri riescono ad aprirsi, a condividere dimensioni profonde, ad essere autentici. In questo sono pienamente d’accordo con lei.
  Però occorre arrivarci. Devono esserci condizioni, anche umane, che consentano l’apertura di sé. Occorre un clima accogliente, sereno, non giudicante (e non solo di facciata) – che coinvolge i responsabili e i fratelli e le sorelle – dove questa consegna di se stessi sia libera e desiderata dalla persona stessa, anzi un’esigenza profonda, quasi un’urgenza personale e non certo una regola né giuridica, ma neppure di buon senso. Quando questo non accade – la persona non rivela in toto «chi è» – siamo onesti, è responsabilità solo della persona? E la comunità che parte ha? Quando un figlio omosessuale non riesce a parlare liberamente dentro casa e rivela se stesso fuori delle mura domestiche piuttosto che dentro la famiglia, siamo certi che sia una negligenza tutta sua? Credo doverosa la domanda e ineludibile. Sarebbe bello e auspicabile, direbbe p. Giuseppe Piva – gesuita che da anni si occupa di Esercizi spirituali e di accompagnamento «di frontiera» –, se fosse «una cosa normale» che la persona omosessuale potesse comunicare se stessa ed il proprio orientamento ai suoi confratelli/consorelle fin dall’inizio, ma di fatto questo non accade e non può accadere (aggiungo io). Gli ambienti formativi e comunitari, infatti, non sempre sono pronti, disponibili e preparati a questo. C’è ancora paura, sospetto, imbarazzo di fronte all’omosessuale, uomo o donna, che creano reticenza, diffidenza, e scissione in chi entra tra ciò che può dire e ciò che non può dire. È giusto riconoscerlo e dirselo in comunità. Se ne parla mai di questo? Come accoglieremmo un fratello o sorella omosessuale? Siamo pronti a farlo? Quando il clima domestico lo consentisse, allora certamente dovrebbe essere desiderio e bisogno della persona parlare di se stessa, anche perché è un’esperienza stupenda potersi aprire in casa propria e sentire un’accoglienza serena e benevola. Domandiamoci se davvero ci siano le condizioni comunitarie di fiducia per farlo, e quale violenza sarebbe il forzare con un obbligo la propria intimità. Riflettiamo su come rendere i nostri ambienti, famiglia, seminario, comunità, spazi dove sul serio ciascuno è se stesso e viene accompagnato – a partire da quello che è, orientamento incluso – a crescere nella verità e nel dono di sé, senza ingenuità o menzogna. I nostri ambienti sono ancora troppo impacciati su questo. Un altro aspetto che mi sta a cuore riprendere, e chiedo scusa se sarò diretta e purtroppo rapida: l’omosessualità non coincide con una difficoltà di «identità di genere», il sentirsi maschio o femmina. E neppure con una difficoltà di continenza affettiva e/o sessuale. La invito – con semplicità, dato che a mia volta cito un altro studioso – a dare un’occhiata alla tabella proposta da Dettore su eterosessuali ed omosessuali «tipici e soddisfatti» (Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020, pp. 30-31), coloro, cioè, che non presentano difficoltà di accettazione del ruolo di genere, né di corporeità. In altre parole: stanno bene con se stessi e non sono «riconoscibili» come omosessuali. Dare, quindi, per inteso che l’omosessualità in qualche modo falsi le dinamiche relazionali, mi pare presupponga un qualche scompenso di genere, quanto meno. Le dinamiche relazionali sono falsate anche da quelle competitive, di gelosie e pettegolezzi, non certo legate alla dimensione omosessuale (cito ancora, a braccio, le parole di p. Piva sj). L’orientamento omosessuale è un aspetto importante della persona, eccome, dice qualcosa di lei, del suo desiderare, essere attratta, amare, ma ciò non equivale a falsare le dinamiche interne ad un ambiente. Esiste, del resto, a monte, un codice non scritto di rispetto, prudenza, discrezione nel vivere insieme, proprio dell’essere adulti-consacrati-chiamati da Dio. Non ci si prende per mano, non si dorme nello stesso letto e possibilmente nella stessa camera, non si gira nudi per casa. Tanto per essere chiari. C’è (o ci dovrebbe essere) un decoro nel vestire, nel parlare, nel mangiare, nel vivere un apostolato. Credo che la stessa dignità sia doverosa anche in famiglia: è bene che un padre o una madre conservino il pudore del proprio corpo davanti ai figli. Allora, e nuovamente, per concludere: magari si potesse raggiungere una trasparenza di apertura di sé, in modo che gli scambi, le interazioni, la crescita del gruppo fossero fondati su una base di franchezza e autenticità, ma questo non si può supporre in partenza, né obbligare. Se nel tempo dovessi scoprire che un fratello con cui ho vissuto è omosessuale e me lo rivela solo dopo anni di amicizia, una domanda su cosa di me non gli abbia permesso questa condivisione me la porrei. A livello individuale e comunitario. Come dire: peccato non aver messo Mario nelle condizioni di essere quello che è. Quando Mario o Francesca riescono, invece, a parlare in casa della propria omosessualità, quale ricchezza emergerà per tutti. Che opportunità preziosissima di lavorare insieme come comunità, di crescere nella comprensione reciproca e nella verità dei figli di Dio chiamati alla pienezza dell’amore celibe e casto. Quale forza avrà quel gruppo che saprà costruire e offrire un clima di fiducia e stima reciproca, condizioni essenziali per il self-disclosure (l’apertura totale di sé) e poi l’integrare la specialità e la peculiarità di ciascuno come un tesoro irrinunciabile per essere una fraternità vera che cammina verso il sogno comune.    
Vita in comune

Omosessualità: le parole pesano

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Ho letto l’interessante numero precedente di questa rubrica, sul foro interno ed esterno. Sono un formatore all’interno di una Congregazione di sacerdoti-religiosi (noi arriviamo al ministero e professiamo i voti) e mi domandavo se l’orientamento omosessuale di un giovane o comunque di un membro di comunità, sia una di quelle dimensioni che andrebbero condivise con altri. Eventualmente con chi? Altrimenti, perché no? Oggi è sempre meno raro che un giovane si apra su questo aspetto e mi piacerebbe che lei dicesse qualcosa di più in merito al mio interrogativo che, posso dirle, è oggetto di confronto anche con altri sacerdoti che si occupano di accompagnare i cammini in seminario.


La domanda è acuta e insieme impegnativa. È un’occasione preziosa per riprendere la riflessione su questo argomento, che però necessita di un passo indietro. Ripeto volentieri, peraltro, che quando ci accostiamo a temi sensibili che toccano la vita delle persone, dovremmo farlo pensando innanzitutto che non si fa (solo) della teoria, ma si avvicinano le storie, le esistenze, conquiste, sconfitte e lacerazioni di Mario, Francesco, Paola, Carla… Lo dico – se posso condividere una parola personale – a partire dall’esperienza del mio lavoro clinico che ha ri-formato il mio modo di rapportarmi allo studio e a domande come quelle che il sacerdote pone, riducendo un po’ la superbia di pensare in modo disincarnato. Perciò, non posso iniziare la nostra rubrica su tematiche simili senza esplicitare, innanzitutto, che al centro c’è un uomo, una donna, giovane e meno giovane, che cerca di corrispondere ad una vocazione. E che la vocazione è autentica quando rende lui o lei persone migliori, più mature e compiute. Altra precisazione: le risposte a interrogativi come quelli posti dal formatore non possono essere dicotomiche – “sì” o “no” –, perché ciò che riguarda l’essere umano deve poter rispettare la complessità che gli è propria, altrimenti riduciamo tutto a una “questioncina” da manuale. L’orientamento omosessuale è un aspetto “nucleare” della persona. È una dimensione che coinvolge la percezione di sé, il voler bene, l’amare, il mettersi in relazione con gli altri, la sessualità. Quindi è qualcosa di profondo e intimo, che necessariamente diventa significativo in una scelta di vita sacerdotale e di vita fraterna. La persona, infatti, risponde alla vocazione – per usare un linguaggio comune – con tutta se stessa, mente, cuore e corpo. L’orientamento sessuale, allora, è un tratto importante della persona, la quale «andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità» (intervista a don Stefano Guarinelli, in L. Moia, Chiesa e omosessualità, Ancora 2020). In due parole: l’orientamento omosessuale è una dimensione significativa, ma non totalizzante. Inoltre, l’omosessualità non indica un qualche deficit specifico, non rimanda automaticamente e di diritto a qualcosa che “non va” nella persona. Pertanto un omosessuale (uomo o donna) non è identificabile come portatore sano di una patologia che prima o poi diventa evidente, creando scompensi nell’equilibrio personale e di comunità (per un approfondimento sul tema: C. D’Urbano, Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020). Tutto quanto detto finora va integrato, ed è ciò che intendevo con la complessità dei processi umani: l’omosessualità non è irrilevante, ma non è neppure patologica in se stessa. E veniamo alle domande. Quando una persona in formazione condivide questa dimensione di sé in sede di accompagnamento spirituale, come dicevamo nel precedente numero, il contenuto è di foro interno, per cui in alcun modo può essere portato fuori da quella sede. L’accompagnatore spirituale potrà, semmai, lavorare con la persona perché sia lei ad aprirsi con chi la affianca nella formazione. Se è, invece, il formatore/la formatrice a ricevere questa confidenza (foro esterno), si aprono vari scenari. La domanda sul significato e sull’effetto del dire che “Francesco è omosessuale”, “Carla è omosessuale” potrebbe scoperchiare, piuttosto, nel formatore/formatrice che se la pone, dubbi, paure e forse ignoranza personale sull’argomento. È assolutamente necessario che gli incaricati della formazione siano competenti su questo tema, per non commettere imprudenze o per non sentirsi scomodi di fronte ad esso. Quale sarebbe il beneficio di condividere fuori dall’equipe formativa un’informazione sull’orientamento omosessuale del/la giovane, per esempio al parroco nella cui parrocchia andrà a fare apostolato, o della missione in cui la ragazza si immette? Attenzione, quindi, che come non si condivide tout court nessun aspetto intimo della persona, al di là delle sedi in cui questo possa rendersi utile alla persona stessa – è lei e il suo processo vocazionale al centro –, ogni parola di troppo diventa una “chiacchiera” o può diventare tale. Non solo non favorisce l’individuo, ma crea confusione su di lui. Vediamo ora cosa accade una volta che la persona esca dalla formazione. In comunità (qui mi riferisco alle comunità di vita consacrata, possiamo approfondire in un altro numero la dimensione del sacerdote diocesano), sebbene non ci sia nulla di codificato dal punto di vista giuridico, la questione non è molto diversa. Immaginiamo che Paola, consacrata quarantenne, oppure Matteo, religioso trentenne, si aprano con i propri responsabili di comunità su questa dimensione di sé. Decidono di farlo perché si sentono liberi con lui o lei e vogliono essere autentici al massimo. Questa è una posizione molto bella, di verità su di sé, come molte altre condivisioni significative rivolte a chi accompagna. Ebbene, il resto della comunità non ha un “diritto” di conoscenza di dimensioni così personali, in quanto – mi si passi l’espressione forte – non deve attrezzarsi in un modo speciale se un suo membro ha un orientamento omosessuale. Come scrive p. Giuseppe Piva, gesuita che da anni nella pastorale accompagna «le nostre sorelle lesbiche» e i «nostri fratelli gay, bisessuali e transessuali» (in L. Moia, op. cit.), «capiamo bene la differenza tra una persona omosessuale, un tossicodipendente e un malato psichiatrico». I tanti “sì, ma…” – se poi ci si trova insieme? Se poi si fanno viaggi apostolici insieme? Se si dorme nella stessa camera? – rimandano alle premesse iniziali: l’orientamento omosessuale, è parte “nucleare” e profonda della persona e del suo modo unico di essere lei e lei-in-vocazione. Diventa problematico solo se – come nel caso dell’orientamento eterosessuale – non è integrato nel tutto armonioso della persona che è in cammino per corrispondere alla chiamata, anche col proprio corpo, con la propria sessualità. All’interno della comunità, che come ripeto non è un consesso di amici, ma una fraternità adulta di fede, le relazioni e il modo di viverle hanno già (o dovrebbero avere) un loro “codice” (non scritto) a tutela della privacy, della adultità dei rapporti e dell’essere, appunto, una realtà carismatica e non goliardica. Occorre aggiungere altre cautele? Semmai, se l’ambiente comunitario lo consente perché il clima fraterno è sereno, è autentico, è accogliente – noi psicologi parleremmo di un sistema di attaccamento “sicuro” – allora, forse, sarà naturale per il membro che ne è parte, decidere di parlare di sé agli altri, alle altre. Quante volte questo effettivamente si realizzi non so! Ma la decisione appartiene alla libertà personale. In comunità ci sono maturità, sensibilità, esperienze ed età diverse per cui non tutto può essere messo a conoscenza di tutti. Come in famiglia, tuttavia, quando le condizioni domestiche lo consentono è più probabile che i figli saranno aperti e schietti con i genitori e magari con gli altri fratelli e sorelle. Non ritengo giusto, invece, che ci sia una regola valida sempre e comunque per cui le informazioni personali debbano essere esplicitate apertamente. Di fronte all’obiezione (valida) che però l’occasione fa l’uomo ladro, per cui meglio sapere se un fratello o una sorella ha un orientamento omosessuale, credo si possa dire – pur distinguendo tra il tempo della formazione iniziale e quello successivo – che ciascun membro cammina e va aiutato a conoscere se stesso e tutto ciò che potrebbe rappresentare un impedimento o un inciampo alla propria vocazione. Quindi, la tutela iniziale della prima formazione, poi dovrebbe lasciare il posto all’autonomia dell’adulto che si presume abbia maturato il senso di appartenenza alla realtà vocazionale e il senso di responsabilità. Questo comprende il voler – egli/ella in prima persona – essere fedele a ciò che ha scelto, essere fedele all’Amore che la/lo motiva. In sintesi: a mio parere troverei davvero poco rispettoso dell’altezza e della grandezza della vocazione non tener conto che è la chiamata di Dio, che poi la Chiesa vaglia, all’origine dei processi di risposta di ministri e consacrati. Inzeppare di prescrizioni – in nome della prudenza – il vivere insieme abbassa la fraternità al livello di uno studentato. Concludo dicendo che la rubrica è uno spazio di scambio e confronto, oltre che di approfondimento di aspetti specifici. È sempre arricchente, quindi, se arrivano opinioni diverse che nutrono il dialogo e lo rendono vivo e non uniforme.
Vita in comune

Comunità: a proposito di foro interno ed esterno

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Leggo con profondo interesse la vostra rubrica da cui traggo spunti per il mio quotidiano! In uno degli articoli, riguardo alla formazione nella vita religiosa e in seminario, lei accenna alla differenza tra foro esterno e foro interno. Potrebbe approfondire l’argomento? Una consacrata  


La ringrazio per la domanda, molto attuale, in quanto oggi negli ambienti formativi si riflette sul diritto alla privacy dei candidati/o membri di comunità e la necessità di accedere ed eventualmente condividere le informazioni su di lui/lei, con un’equipe. Premetto che per foro interno si intende in senso stretto solo ciò che viene condiviso nella confessione o nella direzione spirituale. Ci sono eccezioni solo in situazioni estreme. Tecnicamente non sono di foro interno, invece, gli scambi e i confronti con formatori/formatrici o responsabili di comunità. Non accada che queste dimensioni interne ed esterne siano gestite da un’unica persona! Come il caso di un padre spirituale che diventi rettore nello stesso sessennio di formazione di un gruppo di seminaristi; cioè rispetto agli stessi ragazzi prima direttore spirituale e poi rettore. Questo a grandi linee. A me, però, sta a cuore non la dimensione giuridico-canonica, diritti e doveri, che non è di mia competenza, quanto quella esperienziale. La prospettiva è quella psicologica caratterizzata da una deontologia che tutela la privacy (in senso lato di “foro interno”), anche nell’accompagnare i processi vocazionali. E qui la questione si fa complessa. Proprio in seguito all’articolo scritto con don Marco Vitale su questa rubrica, più di qualche sacerdote o consacrato/a ha reagito dicendo che i suoi ricordi degli anni di formazione sono abbastanza negativi riguardo alla riservatezza. Un sacerdote, in particolare, ricordava la scarsa fiducia verso il suo accompagnatore spirituale in seminario, in quanto alcune informazioni che avrebbero dovuto essere strettamente riservate a quell’ambito, “finivano”, invece, tra quelle condivise anche col Rettore. Superfluo dire che questo è gravemente scorretto. I confini devono essere chiari. Però si parla di percorsi, di storie e di accompagnamento concreto, non di teoria, perciò il tema si complica. Partirei da un presupposto, non nuovo, per chi segue la rubrica. La formazione vocazionale è a beneficio della persona e non valuta se quell’uomo o quella donna siano abbastanza intelligenti o di buona volontà. Non si tratta neppure di un concorso per meriti, ma di un’indagine, negli anni, se quello specifico percorso, con le sue caratteristiche, è la strada che renderà la persona realizzata spiritualmente e umanamente. In altre parole, secondo un linguaggio comune (che mi piace meno, lo confesso): se la vita sacerdotale o di consacrazione corrispondono alla volontà di Dio su quella persona. Questo significa in senso positivo che, se la persona è realizzata, la comunità circostante e la Chiesa tutta ne beneficerà. Viceversa, se la persona è sempre in conflitto, si sente stretta in quel contesto, sperimenta continua angoscia, difficile credere che quella strada sia la “croce che Dio le assegna” (e dunque sia volontà di Dio). Peraltro a lungo andare l’infelice potrebbe fare danni all’interno della comunità o nell’apostolato. Non mi soffermo su questo punto. La premessa mi sembra importante per dire che se l’orientamento dei formatori/formatrici è il benessere di chi arriva, e non un reclutamento di forze per tenere in vita la congregazione o l’istituzione, allora è la persona al centro. Con questa attenzione essenziale: parliamo di persone adulte (a parte i seminari minori), che quindi vanno trattate come tali. Provo a spiegarmi: in ambito spirituale e psicologico non ci sono dubbi che la tutela dei contenuti è massima. Tuttavia, proprio perché si tratta di aiutare le persone a scegliere la cosa migliore per loro, quando si intercetta un aspetto significativo, che può essere rilevante ai fini del discernimento e dell’accompagnamento, chi accompagna può far comprendere alla persona l’importanza di essere autentica anche col suo formatore, formatrice. È la persona – non altri – che poi condividerà se stessa, se comprende il valore della franchezza. Non si può manipolare questo passaggio: la persona va aiutata ad aprirsi con i soggetti deputati alla formazione, senza sostituirsi a lei. E fin qui mi sembra che l’argomento sia lineare. Cosa accade, però, di fronte ad un formatore/formatrice che ha competenza in quanto foro esterno? Mi pare verta qui la domanda. Come gestirà le informazioni riservate che la persona condivide con lui o lei? In tal senso è vitale costruire relazioni di fiducia reciproca: il soggetto, sia nella fase iniziale che in quella successiva, deve poter contare su un ascolto prudente e cauto, che non faccia di quelle condivisioni una materia comune. Sarebbe grave. Del resto i soggetti deputati alla formazione e all’accompagnamento sono individuati già in partenza dall’istituzione, per cui solo loro, e nelle modalità più opportune, potranno essere coinvolti qualora ci fossero aspetti rilevanti di cui dovrebbero venire a conoscenza. Non altri. In alcun modo. D’altra parte la persona che sta in un ambiente di vita comunitaria dovrebbe aver maturato fiducia verso chi la affianca, in quanto è “in famiglia”, pur con tutte le dovute differenze da una famiglia naturale. Se si crede che chi è stato scelto nel ruolo formativo (ruolo che nessuno si auto-attribuisce), ne abbia la grazia e le capacità, allora diventa più facile confidare che l’altro mi abbia a cuore, farà scelte per il mio bene, non vorrà di certo ledermi. Qui non mi sembra ci siano regole scritte. A chi è incaricato della formazione è richiesta prudenza (tanta) e anche la giusta competenza per non commettere delle ingenuità che paga poi la persona interessata. Un ultimo aspetto, questa volta relativo ai rapporti alla pari. La persona in comunità è tenuta a condividere con gli altri/le altre aspetti importanti di se stessa? In questo caso ritengo fondamentale richiamare l’unicità e l’anomalia della vita religiosa e fraterna secondo un carisma. Non essendo un gruppo di amici, l’apertura dei membri varia in base a tanti fattori: composizione della comunità, maturità dei membri, contenuti della condivisione (un ricordo della propria storia, un evento accaduto di recente, una condizione interiore…). Per essere comunità non è che tutti debbano sapere tutto! Rischio che forse gli ambienti femminili corrono maggiormente. Occorre rispetto e delicatezza verso ciascuno/a, e non può esserci un obbligo a tutti i costi di apertura agli altri (o self-disclosure). È chiaro che quanto più un ambiente ha costruito relazioni sane, autentiche, non morbose né fredde – un contesto di “attaccamento sicuro”, si potrebbe dire – tanto più è probabile che l’apertura di sé sarà spontanea, anzi desiderata. Tuttavia, ripeto, ci vuole prudenza: ogni storia è a sé, come lo è ogni ambiente comunitario, fatto di persone adulte, con maturità e sensibilità diverse.
Vita in comune

Se il Covid entra in comunità

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Sono un giovane religioso da molti anni in comunità. In questo tempo di pandemia stiamo vivendo un’esperienza particolare: la possibilità di essere contagiati e di contagiare. Infatti un nostro confratello sacerdote si è effettivamente ammalato. Da qui nasce l’esperienza di colpa e di diffidenza verso l’altro. Vorrei concentrare la mia attenzione sulla colpa. Come non colpevolizzare, incolpando i nostri fratelli o sorelle di comunità? E come non sentirsi in colpa quando accade che qualcuno di noi risulti contagiato? Siamo una comunità femminile di “governo”, per cui piccola e circoscritta. Accanto a noi, però, abbiamo sorelle che sono impegnate nell’apostolato, per cui stanno necessariamente a contatto col pubblico. Viviamo un clima veramente strano e direi unico fino ad oggi: ci sentiamo come “in punta di piedi” l’una con l’altra non sapendo se l’una potrà essere untrice per l’altra. Le nostre età e condizioni di salute sono diversificate, per cui immagini che la paura che qualcuna si ammali seriamente è realistica e non solo lontana. Parlando con altre comunità ci siamo rese conto che non è così rara questa situazione interna.


Grazie per queste condivisioni che esprimono sul versante maschile e femminile gli stessi interrogativi. Purtroppo è il tema attuale dominante: vicinanza e distanza da reinventare perfino in comunità. In due incontri Zoom durante il tempo del lockdown, ideati da Aurora Nicosia direttrice di Città Nuova, si era data voce a diverse esperienze comunitarie dall’Italia al Cile, dall’Argentina al Messico, dal Brasile all’Uruguay, sul tema della pandemia. Molto interessante. Sono stati espressi e messi in comune timori, angosce, speranze, sguardi positivi, sguardi sconfortati. Oggi lo scenario è in parte diverso: mentre prima si era quasi tutti accomunati da uno stare “dentro”, ora quantità e tipologia di impegni, spesso fuori comunità, mettono le persone più vulnerabili effettivamente a rischio di essere contagiate da questo virus insidioso. Dunque le due riflessioni centrano proprio la fase che stiamo attraversando. Credo che dobbiamo partire dal nome che in quell’occasione di scambio intercontinentale avevamo dato all’evento Covid: un trauma. Qualcosa, cioè, che irrompe nella vita ordinaria in modo del tutto imprevedibile e ingestibile e la travolge, anzi la stravolge. Scombina le certezze, cambia i parametri ordinari dei rapporti, della modalità di lavoro, della possibilità stessa di lavoro, della percezione degli spazi. Nessuno può farci nulla. Non si può chiamare direttamente in causa nessuno. Qualcuno ha provato ad attribuire la dolorosa pandemia alla volontà punitiva di Dio del tipo «ve lo avevo detto che stavate sbagliando». Saremmo fuori strada. Allora escluso Dio, ed essendo impossibile andare in cerca della fonte primaria di tutto questo sconvolgimento – che poi noi cittadini comuni non abbiamo competenze e strumenti – sorge la necessità di scaricare la tensione su qualche “colpevole”. Direi che questo è un meccanismo umano atavico: l’attribuzione di colpa ad un capro espiatorio. In tal modo si identifica “l’oggetto” su cui scaricare rabbia e frustrazione, incertezza del presente e angoscia del futuro, per poi rimproverarlo di imprudenza e incuria. E se diamo la colpa a noi stessi (ma è più raro!) paradossalmente ci mettiamo in pace: di tutto questo caos “sono io a dover essere punito”. Come se questo risolvesse la questione. Accade di frequente nella società di ridurre la lettura dei problemi ad un’unica causa, e accade anche negli ambienti comunitari. In ciò non c’è nulla di anomalo. Tendiamo tutti a cercare “lo straniero” di turno e lo guardiamo come il colpevole dei conflitti comunitari, della mancanza di dialogo, dell’apostolato che non funziona, della carenza di vocazioni. Il che, appunto, ci rasserena. Tuttavia, è ovvio, questo sistema non aiuta per niente il vivere insieme. Convogliare su uno o più confratelli/consorelle il demerito di aver portato il virus dentro casa non ha senso e finisce per aumentare il livello di paura, di diffidenza reciproca, perfino di astio: «se tu non fossi uscito», «ti avevo detto che dovevi essere più attenta». Questo vale anche in qualsiasi famiglia umana. Si potrebbero fare molte riflessioni su questi aspetti, io mi muovo sul mio terreno, che è quello psicologico, e condivido alcune considerazioni. Di fronte a un evento traumatico – dalle Torri gemelle al Covid che ha portato via molte persone care e tuttora circola – ciascuno di noi reagisce diversamente. Il tipo di reazione è il frutto di una serie di fattori che vanno dalla famiglia di origine, alle risorse personali, alle esperienze vissute, fino alla condizione attuale. Perciò nessuno deve sentirsi in colpa se non sente dentro di sé le energie per vivere bene, con pace e speranza questo tempo. Anzi, lo dica, chieda aiuto. Non si è migliori o peggiori di altri se di fronte a contingenze irruenti si risponde con più o meno grinta e ottimismo. D’altro canto, non si risolvono o leniscono queste stesse esperienze pensando che è la negligenza altrui a determinarla. È chiaro che, come ci viene ogni giorno richiamato, è richiesta attenzione reciproca, prudenza, cura verso i soggetti più deboli (anziani e immunodepressi in particolare). Il ben noto Manuale diagnostico di ultima generazione – noto, intendo, per chi segue questa rubrica – mette un segnale rosso quando qualcuno è: «confuso e inconsapevole dell’impatto delle proprie azioni sugli altri». Avere cura è essere presenti a se stessi e a quello che possono attivare i propri comportamenti. E questo vale su molti fronti. Tuttavia, lo stesso testo ci ricorda che la vita vissuta «come […] pericolosa», per cui tutto e tutti sono una minaccia, è indicativo di una difficoltà propria (e non dell’altro). Precisamente della capacità progettuale che, forse, si è inceppata in qualche frangente di vita. Inoltre: la paura dell’altro, del diverso da sé, che mi disorienta e a cui attribuisco «spesso ed erroneamente intenti distruttivi» è un campanello d’allarme di una mia difficoltà relazionale, e qui, più precisamente, nell’area dell’empatia. Il fratello o la sorella, in tal caso, mi mette in crisi, i suoi pensieri e le sue azioni mi spaventano, penso che lui o lei possa farmi del male, per cui sto alla larga, lo temo, diventa il mio possibile untore. Voglio dire che la tendenza umana di fronte alle paure che portiamo nel cuore – e Dio sa quante ne abbiamo passate nella vita per essere così timorosi – per poterle guardare e gestire, è di personificarle in un volto sui cui dirigere il nostro scontento. Ma non aiuta buttarle né su noi stessi sotto forma di colpa, né sugli altri. Non ho “consigli” da offrire. Credo, piuttosto, che se intercettiamo in chi ci sta accanto una particolare difficoltà ad attraversare questi mesi di rinnovata tensione, dovremmo inventarci strategie di soccorso. Da quella più semplice e a portata di mano: dare e inventare spazi per mettere in comune tutte queste esperienze interiori, al suggerire un aiuto professionale se l’ascolto non è sufficiente. Le tensioni naturali di questo tempo vanno disinnescate in tutti i modi possibili, perché (almeno) l’ambiente domestico sia uno spazio senza filo spinato.
Vita in comune

Donna e consacrata

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Ho letto con interesse le puntate della sua rubrica sui problemi dei seminari e della vita sacerdotale. Potrebbe spendere qualche parola anche sulla non sempre bella situazione femminile nei conventi? Faccio riferimento in particolare all’intervista al card. Joao uscita qualche mese fa nell’inserto Donne Chiesa Mondo dell’Osservatore Romano. Grazie. Una religiosa


In parte mi ritrovo nelle osservazioni sulla realtà comunitaria femminile, tuttavia credo che oggi siamo a una svolta epocale. Quando incontro consacrate italiane, africane, brasiliane, polacche, argentine, messicane… – e non parlo solo delle giovani – rimango sorpresa dalla libertà che hanno di individuare le vulnerabilità di un sistema che talvolta mostra segni di stanchezza eccessiva. Sr. Fulvia Sieni, Abbadessa delle Monache Agostinane dei Santi Quattro Coronati a Roma, col suo sguardo lucido e onesto mi pare concordi su questo aspetto di franchezza. Sr. Fulvia: «La vita religiosa femminile ha più consapevolezza delle proprie vulnerabilità di quanto si creda; non rimango mai sorpresa dalla lucidità che emerge sempre nelle conversazioni con donne consacrate (ma potrei dire lo stesso di dialoghi con donne sposate, madri o comunque con donne…) nel mettere a fuoco il problema o i nodi principali che, intrecciando diverse problematiche, rendono a volte complessa la realtà comunitaria (familiare o lavorativa). La vera e deludente sorpresa mi raggiunge quando, con la medesima lucidità, mi viene confidato il malessere di avere segnalato a chi di dovere (a volte fino al Vescovo) le difficoltà e di non aver trovato interesse, ascolto, sostegno, cura e solitamente è qui che sta la sorgente di ogni stanchezza nella vita religiosa». Ha ragione, posso immaginare situazioni come quelle che lei descrive di non ascolto, tuttavia mi permetto di insistere che a chi inizia un percorso vocazionale è comunque importante offrire strumenti per stare in piedi, per acquisire una coscienza adulta di sé e delle proprie capacità di amare. Le parole faticano ad esprimere quanto vorrei sottolineare: se non si favorisce “l’adultità” dei consacrati, qui stiamo parlando del mondo femminile in particolare, la vita religiosa rischia di scendere di livello. La realtà comunitaria è per adulti, e questo richiede una serie di caratteristiche da acquisire e mantenere, perché, altrimenti, lo stadio dei membri rimane quello infantile/adolescenziale e sarebbe uno spreco. Inoltre, credo che la parte maschile abbia la sua porzione di responsabilità: non di rado, infatti, ho sentito accompagnatori spirituali chiedere a una comunità di consacrate di prendere quella giovane, che ha serie difficoltà, perché "altrimenti dove andrebbe?". Sr. Fulvia: «Infatti. È necessario avviare processi di conversione e di cambiamento, ma questi devono essere accompagnati e devono coinvolgere tutta la mentalità della Chiesa, in particolare riguardo alle suore. Le abbiamo volute per anni nelle lavanderie dei Seminari, nelle sacrestie dei santuari, nelle cucine dei monsignori e, purtroppo, molte sono ancora là. Quando papa Francesco parla di «tratta» a me vengono in mente anche questo tipo di servizi: le chiamiamo “suorine”, “sposine di Cristo”, “monachelle”… ora improvvisamente le vogliamo formatrici e psicologhe, superiore e canoniste, econome e commercialiste. Ciò che oggi viene denunciato, per anni è stato avallato. Non è questo l’aiuto di cui c’è bisogno. Conosco molte consacrate che dopo aver lavorato duramente e molto tutto il giorno, pregato con impegno e partecipato alle attività della comunità cui appartengono, trascorrono ore della notte a studiare per poi riprendere il lavoro il giorno dopo. Conosco molti sacerdoti, invece, che risiedono in collegi che sono quasi alberghi di lusso, la cui retta è pagata dalla diocesi di appartenenza, le cui stanze sono spesso tenute in ordine da quelle sorelle che poi studieranno la notte, che dedicano il loro tempo a studiare, allo sport, alle mostre o al cinema. Sacerdoti che, se invitati a celebrare l’Eucarestia in qualche comunità religiosa, sperano di non dover fare l’omelia. Non ho mai sentito nessuno chiamare uno di loro “pretino”, “sacerdotello”, “amichetto di Cristo”… ed è ben giusto, sarebbe un’aberrazione, come di fatto lo è per le consacrate». Sono d’accordo. Riferirsi alle donne con espressioni puerili non rende ragione, né merito a un’identità, quella femminile, che ha un suo specifico anche in ambito vocazionale. Forse, allora, va ripensata la comprensione del vivere insieme in un ambiente femminile, sia perché rimane uno scarto innegabile rispetto agli spazi di libertà di cui godono quelle maschili, sia perché – almeno dal mio punto di osservazione – ho talvolta la percezione che manchi proprio una chiarezza in merito a cosa voglia dire essere comunità. Con sguardo femminile esterno, direi che le comunità di donne a volte vivono ancora errori di comprensione per cui “insieme” vuol dire “tutti uguali”, un pensiero unico con scarsi spazi di autonomia e un’unica mente pensante. Mentre, invece, è sano e direi vitale quel margine per essere se stessi perché un ambiente non diventi un contesto regressivo, che rende simbiotici. È chiaro che in questi casi c’è un rischio altissimo di alimentare il narcisismo. Perciò la riflessione deve contemplare: crescita adulta e senso di fraternità, una diade inscindibile. Sr. Fulvia: «Pur non volendo rinnegare secoli e secoli di tradizione nella vita religiosa, mi trovo semplicemente ad osservare che l’aver importato il modello gerarchico maschile nella vita religiosa femminile non ha fatto bene a quest’ultima. Perché le donne hanno in loro un’indole più collaborativa rispetto agli uomini che, mi permetto di dire, hanno bisogno di un leader, quanto meno dal punto di vista organizzativo, che assegni loro ruoli e compiti. Certamente anche nelle comunità religiose femminili serve un’organizzazione, delle responsabilità chiare e gestite, ma la famosa sinodalità, così proclamata nella Chiesa, la vedo già molto praticata tra le donne consacrate in modo concreto, semplice e senza troppo clamore. Sento di poter dire, vivendo con molte donne, che la corresponsabilità ci è con-naturale, va certamente educata ma nasce con l’appartenenza, il sentirsi a casa, il sapersi parte di un corpo del quale ci si vuole prendere cura proprio perché nostro. Mentre gli uomini mi sembrano, potrei sbagliare, più attenti a ruoli, compiti e posizioni. Comunque, l’inevitabile sta finalmente accadendo: l’uomo senza la donna non si comprende, né nel corpo nelle sue meravigliose caratteristiche creaturali, né nel modo di pensare e di agire, né nella sua vocazione». Da parte mia, come psicologa che vuol molto bene alla vita consacrata, la stima, e da essa ha ricevuto e riceve tanto bene, rimane doloroso constatare che gli abusi in ambito femminile sono molto reali. Talvolta se ne parla in toni esasperati, ma non si può fare a meno di osservare che in alcuni contesti (maschili e femminili) il potere non sia un servizio, ma un privilegio. È umano. Nulla di cui scandalizzarsi, però tra donne le dinamiche possono rimanere silenti e diverse sorelle possono soffrirne senza essere in grado di poterlo esprimere. Perciò senza drammatizzare o fare la parte delle vittime (anche perché qui la violenza è da donna a donna), ritengo che se ne debba parlare cercando di accostare con affetto, delicatezza, ma anche fermezza quelle situazioni che ad oggi rimangono inique, anche in ambito vocazionale. Sr. Fulvia: «Il tema degli abusi è molto delicato e parlarne in modo sbagliato o approssimativo può amplificare il dolore. Generalizzare, si sa, non è mai un buon approccio per affrontare i problemi; mi amareggiano alcune considerazioni che vorrebbero essere di denuncia, ma che di fatto producono solo sospetto e discredito verso la vita religiosa femminile che è invece molto preziosa, ma purtroppo vittima di sciocchi pregiudizi soprattutto qui, nel mondo occidentale. Forse quell’attaccamento al ruolo e alla posizione di quelle superiore maggiori burbere che non cedono il passo, di quelle econome che diventano padrone e perdono il senso del servizio dovrebbe interpellarci tutti. È innaturale che una donna, una madre, si comporti da matrigna (nell’accezione negativa): una madre sempre preferisce la vita dei figli; se così non è bisogna aver cura di lei, sta soffrendo, c’è qualcosa che non va ed è qualcosa di profondo e doloroso. Qualunque sia la forma della sua vocazione, ogni donna porta in sé una chiamata originaria alla fecondità e alla cura della vita; quando questo non accade dobbiamo domandarci cosa abbia mortificato e mortifichi la sua maternità. Cosa le impedisce di far crescere le sue figlie amandole?».
Vita in comune

Testimoniare la fraternità sacerdotale

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È facile parlare di fraternità sacerdotale in via teorica, ma in pratica come si fa? La vedo molto difficile...


Negli ultimi due numeri di questa rubrica abbiamo riflettuto con don Marco Vitale sul rinnovamento della formazione sacerdotale, insistendo sull’aspetto di fraternità che sarebbe auspicabile anche per i sacerdoti diocesani, aspetto da imparare a costruire fin dagli anni di seminario. Ora, invece, entriamo in un’esperienza viva di fraternità sacerdotale con don Emilio Rocchi, il quale può intanto dirci due parole su “chi è”. «Dall’ordinazione presbiterale in poi ho svolto diversi incarichi, uno più bello e sfidante dell’altro: viceparroco, insegnante di religione cattolica nella scuola (media e classico paritario) e di teologia dogmatica nell’Istituto Teologico Marchigiano, aiutante di studio della Segreteria generale della CEI, rettore del seminario diocesano, parroco, segretario della Commissione presbiterale Italiana… e, pur variando incarichi e luoghi di servizio pastorale, ho scelto di vivere sempre con altri preti, secondo la spiritualità focolarina».   È possibile, quindi, non è utopico che ci siano fraternità di sacerdoti, ciascuno con i propri impegni, senza, per questo, «snaturare» la vocazione sacerdotale? «A mio avviso sarebbe auspicabile, per tutta una serie di motivi, uno più importante dell’altro. Infatti, la vita comune offre tante possibilità di superare la cultura individualista, la quale apparentemente rende più liberi, ma in pratica più autoreferenziali e questo pone seri rischi a coloro che sarebbero chiamati a camminare in una Chiesa sinodale. Purtroppo il vivere insieme tra sacerdoti non è una realtà diffusa, mentre invece offre la possibilità (quando funziona) di accorgersi dei disagi altrui e propri e cercarne una soluzione. Ti costringe a farti carico di qualcuno e di fare il primo passo, rischiando anche la correzione fraterna.   Ha detto una cosa molto interessante: come sempre nelle esperienze umane, non è detto che l’esperienza – in questo caso il vivere insieme – “di per sé” sia garanzia di un atteggiamento di maggiore autoconsapevolezza, né di maggiore attenzione e cura all’altro. «Però la vita comune dà almeno la possibilità di maturare nella capacità di sapersi relazionare con tutti e di rapportarsi in modo adeguato con chi la pensa diversamente da noi. Infatti, siccome ciascuno è unico e irripetibile, quando si vive insieme si ha l’occasione di allenarsi in modo concreto a camminare e a fermarsi (quando necessario) insieme. Offre l’opportunità di vivere il “rinnegarsi” evangelico (senza fuggirne la fatica) e di sperimentare la fecondità apostolica del vivere il Comandamento nuovo di Gesù, rivolto prima di tutto agli apostoli, che è la legge fondamentale della Chiesa (cf. Lumen gentium 9)».   Mi permetto di insistere perché è preziosa l’esperienza che lei sta narrando: concretamente cosa condividete e come avete pensato l’organizzazione della giornata? Per gli uomini mi pare meno scontato il mettersi insieme per realizzare una vita in comune, non solo concentrata sugli impegni pastorali o lavorativi. Provocatoriamente potrei immaginare un luogo abitativo tutto al maschile, dove in effetti ciascuno va avanti secondo le proprie attività e rientra solo per mangiare e dormire. «La vita comune si differenzia molto a seconda del numero e dell’età dei preti. Nell’esperienza più recente in ordine di tempo, ero con altri 3 preti anziani, due dei quali parroci emeriti (il più anziano, malato di Parkinson, l’altro che avevo sostituito al compimento dei 75 anni, malato di Alzheimer). In questo caso non mancavano tensioni, giunte al culmine quando il prete più anziano mi disse con grande chiarezza: “Ciò che è importante per te, non lo è per me. E ciò che è importante per me, non lo è per te”. Grazie a ciò, ho scelto di vedere situazioni e persone non accontentandomi più solo della mia prospettiva. Ho visto che il cercare di avere come prioritario il vivere l’amore evangelico, tendendo a praticare per quanto possibile il Comandamento Nuovo di Gesù, è decisivo per la pastorale. La vita fraterna, con le stesse difficoltà che sperimentano – e capiscono – tante famiglie, rende credibile l’omelia, come le riflessioni proposte ai diversi incontri con gli adulti e i genitori. L’azione pastorale staccata da questa testimonianza, o non maturata dall’amore al fratello (che è gioia e penitenza), mi sembra poco incisiva e rispondente alle sfide di molti battezzati. In questa comunità presbiterale si condivideva la celebrazione eucaristica in genere e, in qualche caso, la Liturgia delle Ore con alcuni. In altre comunità invece c’era un ritmo di preghiera condiviso: Liturgia delle Ore, Meditazione, un incontro settimanale per raccontarsi come ci si impegnava a vivere la Parola di Dio, una condivisione anche di beni materiali così da crescere nell’autentica fraternità, che si vedeva anche nel condividere i pasti e nel sistemare la casa e la cucina… Qualche gita secondo esigenze e possibilità di ciascuno. Festeggiare compleanni e anniversari di ordinazione»   Grazie, mi sembra importante quello che ha detto e cioè che i ritmi di ogni realtà fraterna si possono modulare a seconda delle esigenze, e non devono essere pensati in modo rigido, come talvolta accade. Venendo, invece, alle questioni spinose: quali sono le difficoltà maggiori in un’esperienza tra persone che non hanno scelto “per vocazione” la vita fraterna? «Ci sono diverse fatiche che si sperimentano sia dentro le persone – la fatica a relazionarsi superando e integrando i normali e necessari conflitti della prossimità – che tra le persone: “leggere” e interpretare in modo diverso le situazioni, le differenti priorità e i modi di organizzare la giornata. Uno dei motivi, a mio avviso, che rende faticosa la vita fraterna tra preti è che oltre alla famiglia naturale l’unico modello che molti preti hanno avuto è quello del Seminario. Lì però, in genere, c’è una certa “gerarchia”, esiste chi dà indicazioni e chi le ascolta e le attua, più o meno volentieri. Una volta divenuti preti, non pochi rifiutano questo “modello”, ma mancando di una formazione specifica non riescono a vivere da uguali e distinti. Si corre il rischio di non essere sufficientemente impegnati a edificare una “vita interna” attenta alle diverse sfaccettature di una vita fraterna che va dalla condivisione alla comunicazione, che tocca la pastorale e la cura della salute, per sé e per chi vive accanto a noi… Un ulteriore elemento è la difficoltà che sorge quando qualcuno lascia intendere che il proprio modo di fare è il migliore e non accetta come positiva la diversità. E questa mentalità non può non avere conseguenze (gravi) nel modo di proporre e accompagnare le iniziative pastorali. Si fa fatica a valorizzare i carismi e ministeri altrui e si tende a privilegiare (se non imporre) i propri modi di vedere e di fare!»   Mi pare un’enorme sfida anti-narcisistica: non vedere se stessi come «i modelli». A questo punto secondo Lei, avendo in mente la situazione delle diocesi italiane, dove i sacerdoti sono pochi e oberati di impegni pastorali e spesso molto distanti l’uno dall’altro, si possono realisticamente pensare esperienze simili a quella che Lei vive, o sono molto specifiche e legate al carisma di appartenenza? Riprendendo la riflessione di don Marco Vitale sulla preparazione remota dei giovani seminaristi ad un pensare comune, cosa servirebbe per poterle realizzare, poi, da preti? «Mi sembrerebbe una scelta strategica importante di formazione permanente e di concreta testimonianza del presbiterio diocesano, attorno e in comunione con il Vescovo. Esistono tanti casi in cui la difficoltà di spostarsi da un paese all’altro, per una precaria viabilità e per il crescere degli anni e le condizioni di salute, rendono difficile il vivere insieme dei preti. È una situazione che chiede un serio discernimento negli organismi di partecipazione. Ogni scelta è rinunciare ad altro, ma si tratta di valutare qual è il Bene nella situazione attuale? … A mio avviso è essenziale testimoniare come preti la fraternità sacerdotale e da lì far scaturire l’azione pastorale, come Gesù faceva con i discepoli: affinché stessero con lui e per andare a predicare!   Un ulteriore e decisivo aspetto, anche per il crescere dell’età, è il vivere insieme di preti giovani e anziani. E vale anche per noi presbiteri quanto papa Francesco scrive sull’importanza di giovani e anziani, che sono la speranza della Chiesa (cf. Evangelii gaudium, 108)? Eccetto condizioni di malattia di una certa gravità che chiedono quindi cure specifiche che non si possono assicurare in una casa parrocchiale, mi sembrerebbe alquanto significativo far rimanere i preti anziani dove hanno esercitato il ministero. Eppure, si fa fatica a viverlo. Avremmo bisogno, sin dagli anni del Seminario, di essere formati alla concretezza della fraternità sacerdotale. Si chiedono infatti (a tutti) virtù non comuni. La mia esperienza in questo senso, pur impegnativa, è stata preziosa perché ha trasmesso un importante insegnamento. Capisco bene che non si può assolutizzare la propria esperienza! Ritengo fondamentale però esplicitare come prima dell’efficienza (anche pastorale) esiste il criterio della testimonianza e il far vedere concretamente cosa significhi il presbiterio diocesano e cosa sia la fraternità sacerdotale. E, non da ultimo, «Le sfide esistono per essere superate» (Evangelii gaudium, 109)».
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