L'esperto risponde / Società

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Omosessualità: le parole pesano

Ho letto l’interessante numero precedente di questa rubrica, sul foro interno ed esterno. Sono un formatore all’interno di una Congregazione di sacerdoti-religiosi (noi arriviamo al ministero e professiamo i voti) e mi domandavo se l’orientamento omosessuale di un giovane o comunque di un membro di comunità, sia una di quelle dimensioni che andrebbero condivise con altri. Eventualmente con chi? Altrimenti, perché no? Oggi è sempre meno raro che un giovane si apra su questo aspetto e mi piacerebbe che lei dicesse qualcosa di più in merito al mio interrogativo che, posso dirle, è oggetto di confronto anche con altri sacerdoti che si occupano di accompagnare i cammini in seminario.

La domanda è acuta e insieme impegnativa. È un’occasione preziosa per riprendere la riflessione su questo argomento, che però necessita di un passo indietro.

Ripeto volentieri, peraltro, che quando ci accostiamo a temi sensibili che toccano la vita delle persone, dovremmo farlo pensando innanzitutto che non si fa (solo) della teoria, ma si avvicinano le storie, le esistenze, conquiste, sconfitte e lacerazioni di Mario, Francesco, Paola, Carla…

Lo dico – se posso condividere una parola personale – a partire dall’esperienza del mio lavoro clinico che ha ri-formato il mio modo di rapportarmi allo studio e a domande come quelle che il sacerdote pone, riducendo un po’ la superbia di pensare in modo disincarnato. Perciò, non posso iniziare la nostra rubrica su tematiche simili senza esplicitare, innanzitutto, che al centro c’è un uomo, una donna, giovane e meno giovane, che cerca di corrispondere ad una vocazione. E che la vocazione è autentica quando rende lui o lei persone migliori, più mature e compiute.

Altra precisazione: le risposte a interrogativi come quelli posti dal formatore non possono essere dicotomiche – “sì” o “no” –, perché ciò che riguarda l’essere umano deve poter rispettare la complessità che gli è propria, altrimenti riduciamo tutto a una “questioncina” da manuale.

L’orientamento omosessuale è un aspetto “nucleare” della persona. È una dimensione che coinvolge la percezione di sé, il voler bene, l’amare, il mettersi in relazione con gli altri, la sessualità. Quindi è qualcosa di profondo e intimo, che necessariamente diventa significativo in una scelta di vita sacerdotale e di vita fraterna. La persona, infatti, risponde alla vocazione – per usare un linguaggio comune – con tutta se stessa, mente, cuore e corpo.

L’orientamento sessuale, allora, è un tratto importante della persona, la quale «andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità» (intervista a don Stefano Guarinelli, in L. Moia, Chiesa e omosessualità, Ancora 2020). In due parole: l’orientamento omosessuale è una dimensione significativa, ma non totalizzante.

Inoltre, l’omosessualità non indica un qualche deficit specifico, non rimanda automaticamente e di diritto a qualcosa che “non va” nella persona. Pertanto un omosessuale (uomo o donna) non è identificabile come portatore sano di una patologia che prima o poi diventa evidente, creando scompensi nell’equilibrio personale e di comunità (per un approfondimento sul tema: C. D’Urbano, Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020).

Tutto quanto detto finora va integrato, ed è ciò che intendevo con la complessità dei processi umani: l’omosessualità non è irrilevante, ma non è neppure patologica in se stessa. E veniamo alle domande.

Quando una persona in formazione condivide questa dimensione di sé in sede di accompagnamento spirituale, come dicevamo nel precedente numero, il contenuto è di foro interno, per cui in alcun modo può essere portato fuori da quella sede. L’accompagnatore spirituale potrà, semmai, lavorare con la persona perché sia lei ad aprirsi con chi la affianca nella formazione.

Se è, invece, il formatore/la formatrice a ricevere questa confidenza (foro esterno), si aprono vari scenari. La domanda sul significato e sull’effetto del dire che “Francesco è omosessuale”, “Carla è omosessuale” potrebbe scoperchiare, piuttosto, nel formatore/formatrice che se la pone, dubbi, paure e forse ignoranza personale sull’argomento. È assolutamente necessario che gli incaricati della formazione siano competenti su questo tema, per non commettere imprudenze o per non sentirsi scomodi di fronte ad esso.

Quale sarebbe il beneficio di condividere fuori dall’equipe formativa un’informazione sull’orientamento omosessuale del/la giovane, per esempio al parroco nella cui parrocchia andrà a fare apostolato, o della missione in cui la ragazza si immette? Attenzione, quindi, che come non si condivide tout court nessun aspetto intimo della persona, al di là delle sedi in cui questo possa rendersi utile alla persona stessa – è lei e il suo processo vocazionale al centro –, ogni parola di troppo diventa una “chiacchiera” o può diventare tale. Non solo non favorisce l’individuo, ma crea confusione su di lui.

Vediamo ora cosa accade una volta che la persona esca dalla formazione. In comunità (qui mi riferisco alle comunità di vita consacrata, possiamo approfondire in un altro numero la dimensione del sacerdote diocesano), sebbene non ci sia nulla di codificato dal punto di vista giuridico, la questione non è molto diversa. Immaginiamo che Paola, consacrata quarantenne, oppure Matteo, religioso trentenne, si aprano con i propri responsabili di comunità su questa dimensione di sé. Decidono di farlo perché si sentono liberi con lui o lei e vogliono essere autentici al massimo. Questa è una posizione molto bella, di verità su di sé, come molte altre condivisioni significative rivolte a chi accompagna. Ebbene, il resto della comunità non ha un “diritto” di conoscenza di dimensioni così personali, in quanto – mi si passi l’espressione forte – non deve attrezzarsi in un modo speciale se un suo membro ha un orientamento omosessuale.

Come scrive p. Giuseppe Piva, gesuita che da anni nella pastorale accompagna «le nostre sorelle lesbiche» e i «nostri fratelli gay, bisessuali e transessuali» (in L. Moia, op. cit.), «capiamo bene la differenza tra una persona omosessuale, un tossicodipendente e un malato psichiatrico».

I tanti “sì, ma…” – se poi ci si trova insieme? Se poi si fanno viaggi apostolici insieme? Se si dorme nella stessa camera? – rimandano alle premesse iniziali: l’orientamento omosessuale, è parte “nucleare” e profonda della persona e del suo modo unico di essere lei e lei-in-vocazione. Diventa problematico solo se – come nel caso dell’orientamento eterosessuale – non è integrato nel tutto armonioso della persona che è in cammino per corrispondere alla chiamata, anche col proprio corpo, con la propria sessualità.

All’interno della comunità, che come ripeto non è un consesso di amici, ma una fraternità adulta di fede, le relazioni e il modo di viverle hanno già (o dovrebbero avere) un loro “codice” (non scritto) a tutela della privacy, della adultità dei rapporti e dell’essere, appunto, una realtà carismatica e non goliardica. Occorre aggiungere altre cautele?

Semmai, se l’ambiente comunitario lo consente perché il clima fraterno è sereno, è autentico, è accogliente – noi psicologi parleremmo di un sistema di attaccamento “sicuro” – allora, forse, sarà naturale per il membro che ne è parte, decidere di parlare di sé agli altri, alle altre. Quante volte questo effettivamente si realizzi non so! Ma la decisione appartiene alla libertà personale.

In comunità ci sono maturità, sensibilità, esperienze ed età diverse per cui non tutto può essere messo a conoscenza di tutti. Come in famiglia, tuttavia, quando le condizioni domestiche lo consentono è più probabile che i figli saranno aperti e schietti con i genitori e magari con gli altri fratelli e sorelle.

Non ritengo giusto, invece, che ci sia una regola valida sempre e comunque per cui le informazioni personali debbano essere esplicitate apertamente.

Di fronte all’obiezione (valida) che però l’occasione fa l’uomo ladro, per cui meglio sapere se un fratello o una sorella ha un orientamento omosessuale, credo si possa dire – pur distinguendo tra il tempo della formazione iniziale e quello successivo – che ciascun membro cammina e va aiutato a conoscere se stesso e tutto ciò che potrebbe rappresentare un impedimento o un inciampo alla propria vocazione. Quindi, la tutela iniziale della prima formazione, poi dovrebbe lasciare il posto all’autonomia dell’adulto che si presume abbia maturato il senso di appartenenza alla realtà vocazionale e il senso di responsabilità. Questo comprende il voler – egli/ella in prima persona – essere fedele a ciò che ha scelto, essere fedele all’Amore che la/lo motiva.

In sintesi: a mio parere troverei davvero poco rispettoso dell’altezza e della grandezza della vocazione non tener conto che è la chiamata di Dio, che poi la Chiesa vaglia, all’origine dei processi di risposta di ministri e consacrati. Inzeppare di prescrizioni – in nome della prudenza – il vivere insieme abbassa la fraternità al livello di uno studentato.

Concludo dicendo che la rubrica è uno spazio di scambio e confronto, oltre che di approfondimento di aspetti specifici. È sempre arricchente, quindi, se arrivano opinioni diverse che nutrono il dialogo e lo rendono vivo e non uniforme.

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Lasciamoci sorprendere da nuove vie di comunione

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Nella sua rubrica lei mette spesso giustamente in evidenza problematiche riguardanti la vita in comune dei consacrati. Ma per favore non dimentichiamo di sottolineare la bellezza e la profezia di questa vita. Grazie. Una giovane consacrata


Ci sono esperienze che, nella loro semplicità ed ordinarietà, diventano come punti di luce. E noi ne abbiamo estremo bisogno, tra notizie cupe e dolorose che inondano le nostre giornate e che troppo spesso abbattono la speranza. La speranza è una «virtù teologale», un’espressione che sembra molto lontana dal linguaggio attuale e che perciò proverò a rendere con altre parole… chissà se i teologi me le fanno passare. Sperare è voler dare il meglio di sé partecipando a qualcosa di più grande della propria storia e del proprio limite, riponendo fiducia nel bene che ci può essere e che si può realizzare (cf. www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a7_it.htm). Per il credente questo è il regno dei cieli e la vita eterna, ma anche per chi non condivide il senso di fede credo che abbia un enorme valore la fiducia che il bene sia possibile. Non solo, la speranza è legata al desiderio di felicità: l’essere umano, oltre qualunque confessione di fede, aspira al bene (ib.) e, aggiungo, al bello, a cose armoniose e positive. Se rimanesse nella condizione in cui si trova, senza “sperare” null’altro, se non andasse in cerca di punti di luce oltre se stesso, non sperimenterebbe almeno assaggi di felicità. Speranza e felicità sono strettamente intrecciate. Condivido, perciò, un’esperienza recente col desiderio di immetterla in questo circolo di bene, di fiducia e di speranza. Alcuni giovani di realtà carismatiche e nazionalità diverse si sono trovati insieme a collaborare per un impegno che era stato loro chiesto. Tutto qui, ma c’è stato molto altro. Ho potuto osservare la freschezza di chi si mette in gioco senza quelle diffidenze che talvolta caratterizzano gli adulti, specie se provengono da comunità geografiche o vocazionali diverse dalle proprie. I giovani no. Si danno una mano, si organizzano cercando di ascoltarsi, di trovare delle strade comuni di dialogo e di soluzione al compito da svolgere, si vengono incontro con immediatezza anche nelle cose pratiche come raggiungere il luogo di “lavoro”. Creativi e privi di formalismi – talvolta forse fin troppo! –, sono proprio gli aspetti che li rendono capaci di superare le barriere mentali che noi “grandi” ci siamo costruiti a difesa della diversità, fosse anche di appartenenza carismatica. Si scambiano tra di loro, con entusiasmo disarmante, inviti agli incontri comunitari, o a conoscere la propria famiglia religiosa, come fratelli e sorelle che non badano a null’altro che non sia il rapporto stesso. Questo microcosmo di umanità in comunione, tra Messico, Uganda, Giordania, Colombia, e Italia, tra uomini e donne, seminaristi e consacrate, in formazione o già più avanti nel cammino, è uno dei segni che non deve cadere nel nulla, solo perché di vita ordinaria. Anzi, è questo, credo, un grande segno di speranza per la vita consacrata, che forse per i numeri sempre più esigui, vive una stagione di forte solitudine: è possibile aprire nuove strade di fraternità. Senza timori sospettosi, oltre le specificità dei singoli carismi, non solo per realizzare progetti esterni, che è già un’esperienza dal respiro universale, ma anche per confrontarsi sulle problematiche comuni, sulla formazione o sull’apostolato, o ancora più semplicemente per festeggiare momenti di famiglia, mangiare e pregare insieme. I giovani – bersaglio facile delle critiche attuali per le loro indubbie complessità – indicano, senza neppure volerlo, nuove vie di comunione e questa è una grande speranza per il nostro essere uomini e donne, spaventati dal rimanere soli e affamati di rapporti veri e buoni.
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Il delicato compito della formatrice

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Ho riflettuto su uno dei suoi recenti articoli di questa rubrica: Giovani consacrate: speranze e delusioni. Qualche considerazione: si parla tanto di giovani nella vita consacrata […], ma è mai possibile che siano le nostre sorelle più grandi a sentire la necessità di mettere a tema qualcosa di grosso per le giovani e non loro stesse a “dare fastidio” con richieste, proposte, fosse anche con proteste? Guardo alle nostre giovani e ho in mente nomi e cognomi, nazionalità ed età. Non vedo tutta questa proposta di rivoluzione, questa grinta, questa passione! Vedo gente molto allineata, molto paurosa, rassegnata, molto ripiegata su se stessa, sui propri mali, sui propri studi, sui propri interessi, sulle proprie amicizie, sul lamento per non vedere adulti di riferimento, sul «lei non mi guarda, lei ce l’ha con me», sul «mi sento sola, vorrei un’amica», con pochi interessi veri, sempre aggiornate sui gossip, ma con poco pensiero creativo e costruttivo, che non sanno dire “no” alle grandi ingiustizie sociali perché credono che tanto nulla possa cambiare… Cosa possiamo fare per favorire nelle più giovani cammini che nascano dal di dentro, senza sostituirci a loro? Cosa possiamo fare per essere un riferimento senza la pretesa da nessuna delle due parti di essere/trovare le sostitute delle mamme? Una Vicaria Generale


I suoi interrogativi sono impegnativi e anche molto concreti, grazie. Il suo scritto, ben più ampio, approfondisce anche l’aspetto dell’incontentabilità dei giovani, nonostante le nuove opportunità. Immagino che ormai possiamo concordare sulla fragilità emotiva e relazionale dell’umanità del nostro tempo, perché tutti risentiamo di un clima sociale e culturale veramente complesso. Se, però, questo si declina nello specifico della vita consacrata, i risvolti sono enormi. Credo che i giovani, nonostante facciano loro stessi la scelta di intraprendere un percorso vocazionale (magari in passato erano le famiglie, o la cultura del tempo a spingerli verso strade simili), abbiano innanzitutto bisogno di maturare, perché, come ricorda il Papa nell’Amoris Letitia, «a volte le persone hanno bisogno di realizzare a quarant’anni una maturazione arretrata che avrebbero dovuto raggiungere alla fine dell’adolescenza» (n. 239). Non bisogna scandalizzarsi, perciò, se, nonostante l’età cronologica non più giovanissima, chi entra nella vita consacrata, o si avvicina al matrimonio, affettivamente viva ancora «un amore egocentrico proprio del bambino, fissato in una fase in cui la realtà si distorce e si vive il capriccio che tutto debba girare intorno al proprio io» (ib.). È indispensabile, allora, un accompagnamento che non si limiti all’ingresso in comunità, perché i processi di maturazione sono lunghi e articolati, e non bastano uno o due anni. La Chiesa deve necessariamente dare indicazioni canoniche minime per le diverse tappe formative, ma nel concreto della vita spesso i tempi di maturazione sono più ampi. Come lei saprà per esperienza, occorre tempo, pazienza, e attesa che la persona entri in contatto con se stessa e prenda coscienza di ciò che c’è da migliorare. Un altro aspetto che mi sembra molto importante è che oggi le persone giovani (soprattutto), ma spesso anche le meno giovani, hanno bisogno di essere continuamente motivate. Il concetto di obbedienza, ad esempio, che un tempo rendeva indiscutibili tutta una serie di regole e comportamenti, oggi manca proprio come categoria interiore. E questo, penso, abbia una ragione: i giovani sono su un’altra lunghezza d’onda rispetto alle generazioni precedenti, si portano dentro una complessità che viene sia da un ambiente familiare (e sociale) molte volte frammentato, conflittuale e diviso, sia dalla loro personale vulnerabilità emotiva ed affettiva. Questo non li rende peggiori, semplicemente sono diversi, più emotivi, più bisognosi di riscontri e di incoraggiamento. Come ha spiegato un autorevole rappresentante della Congregazione per la Vita Consacrata in un recente incontro, oggi chi abbandona la vita in comune non lo fa perché la sente troppo impegnativa, né perché ha problemi comunitari, ma perché non ha trovato lì la propria felicità. È un aspetto estremamente serio. So che il concetto di felicità andrebbe declinato meglio e mi ripropongo di farlo in un altro numero. Può apparire pesante e fastidioso per un formatore sentirsi addosso l’onere di dover sostenere le motivazioni altrui, eppure oggi è indispensabile. I giovani hanno bisogno di potersi esprimere, come lei giustamente dice nel corso del suo scritto, di avere la possibilità di parlare, di confrontarsi, di dialogare, di incontrare degli “attivatori di senso”, dei testimoni appassionati. Non c’è nulla di scontato per loro e con loro. Lei ha anche ragione ad evidenziare che spesso appaiono indolenti rispetto alle responsabilità. Anche questo purtroppo è parte della generazione attuale, poco fiduciosa in se stessa, poco allenata all’impegno in prima persona. È importante, quindi, che fin dai primi passi i giovani abbiano la possibilità di sperimentare dei compiti dentro e fuori la comunità, che possano però portare avanti con un margine di autonomia. Essi spesso lamentano che la fiducia è solo apparente perché non appena provano a mettere in gioco un po’ di creatività personale vengono “richiamati all’ordine”. Certo, non ogni iniziativa originale è giusta, ma osiamo un po’ più di fiducia. Perciò, a conclusione, comprendo bene le sue preoccupazioni. E siccome il carico è gravoso, non rimanga da sola a portarlo: se possibile formi un’équipe di formatori/educatori. Confrontarsi in uno scambio continuo di esperienze, anche tra realtà carismatiche diverse, potrà aiutarla a sviluppare nuove proposte, a confrontare e trovare insieme nuove strategie di accompagnamento e motivazione.  
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Lui, lei e il cuore

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A volte subentra il timore che nei rapporti interpersonali tra uomo e donna prevalga la componente “più umana” a scapito di quella soprannaturale. Come mantenere la propria specificità di genere e sviluppare quel “capolavoro” che è ciascuno personalmente nel Dono di sé all’altro, per il Bene della Comunità stessa? Un consacrato


Senza dubbio ha toccato un tema molto caldo. Le scelte celibatarie e quelle matrimoniali, infatti, devono fare i conti con l’alterità dell’altro sesso, non solo negli anni giovanili, quando il cuore e il corpo sono particolarmente sensibili al bisogno di contatto fisico e affettivo, ma anche durante tutto il corso della vita. Pare che il grande teologo canadese, Bernard Lonergan, religioso, si fosse innamorato durante gli anni dell’anzianità, forse quando non si aspettava più che, dopo un lungo e fedele percorso vocazionale, il suo cuore potesse coinvolgersi ancora. Non c’è un’età in cui si è immuni dal vivere l’esperienza del sentirsi profondamente attratti da un altro. Qualche consacrato, a volte, tenta di escludere il contatto con l’altro sesso, circoscrivendolo allo stretto indispensabile, per paura di eventuali coinvolgimenti. Eppure durezza e rigidità non possono essere considerate le vie ottimali di “prevenzione” di cadute. La paura non è mai una buona consigliera. Credo, piuttosto, che debbano entrare in campo innanzitutto le motivazioni di fondo, che vanno rinegoziate continuamente nel corso della vita. Questo vale per i consacrati, come per gli sposi, che durante tutta la vita possono trovarsi nell’occasione di “perdere la testa” e innamorarsi. Purtroppo non ci sono strategie sicure per evitarlo! Però vale la pena rendersi sempre consapevoli – è un impegno costante e non sempre scontato – che se sono una donna sposata e vivo un’unione stabile con mio marito, quando esco e incontro un’altra persona esterna alla coppia siamo sempre in due (mio marito ed io). Anche quando sono di fatto da sola, lavoro, prego, mi ritrovo con gli amici non solo in quanto “io”, ma in quanto “noi”. E questo noi passa sia attraverso le scelte quotidiane, per cui organizzo la mia giornata tenendo conto che ho un partner, sia attraverso il linguaggio, il corpo e perfino l’abbigliamento. Il mio modo di vestire, di parlare, di mettere in gioco il mio corpo rivela chi sono e com’è la mia vita sentimentale di coppia. Oggi queste attenzioni sembrano superate, ma non lo sono affatto. Ugualmente, come persona consacrata mi rapporto con l’altro essendo cosciente che appartengo a una vocazione che mi rende fratello, sorella, amico, amica universale, perché ho scelto Cristo in una fedeltà a lui anche fisica, che comprende la dimensione relazionale-sessuale. Non escludo gli altri, ma ho un “ordine” di amore. Anche questa relazione con Cristo, così profonda e vera sebbene impalpabile ai sensi umani (la fede è spesso una gran fatica), si esprime e passa attraverso la gestualità, il modo di scrivere messaggi – perché non aprano lo spazio ad ambiguità e doppiezze –, il modo di stare insieme all’altro, uomo o donna. Tutto questo dice moltissimo di me e della mia vocazione. Vorrei aggiungere una convinzione: la crisi, quella che ci fa mettere fortemente in dubbio la nostra scelta vocazionale, non arriva all’improvviso. Si “prepara” attraverso micro-fratture, percepite dalla coscienza – come diceva qualcuno l’inconscio non è del tutto muto, anzi ha le sue strade per esprimere che qualcosa in fondo non va come dovrebbe –, ma che tendiamo a rimuovere perché troppo scomode. E spesso, quando decidiamo di prestare attenzione a quei segnali labili, ma allo stesso tempo forti, qualcosa è già successo dentro di noi, il varco interiore è già molto profondo, e il cuore è entrato in confusione. Voglio dire, e non ha nulla di moralistico, che è essenziale formare, curare e consolidare la propria vocazione, in coppia come in comunità, non chiudendosi all’alterità di genere, per cui tutto diventa un tabù o una fonte di tentazione, non lasciandosi sommergere dagli scrupoli e rendendo innaturale la vita, che si nutre e si alimenta di rapporti e di amicizie. Anzi, dobbiamo stare dentro a tutto ciò che ci circonda, saper stare sul serio dentro le relazioni, ma sapendo che tutto di noi dice chi siamo e a chi apparteniamo. Siamo onesti: questo passa anche all’esterno. Perciò, per concludere: quando il rapporto tra due persone rischia di coinvolgere la dimensione affettiva ed erotica, la relazione diventa meravigliosamente piena e insieme meravigliosamente libera solo tenendo conto che dietro ciascuno dei due c’è un marito, una moglie, una comunità, una realtà carismatica, altrimenti è fortemente probabile che l’intimità che nasce tra i due porti fuori strada.
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Giovani consacrate: speranze e delusioni

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Oggi la parola GIOVANI è una di quelle più pronunciate. Io sono giovane in comunità e lavoro nel mondo giovanile. Tanti giovani si sentono giudicati, criticati, svalutati dagli adulti. Abbiamo bisogno di figure di riferimento che ci ispirano sicurezza, sulle cui spalle possiamo piangere, figure che si abbassano al nostro livello per insegnarci qualcosa e aiutarci a diventare qualcuno. Abbiamo bisogno di NO ben motivati, di persone che riescano ad aprirci gli occhi. Abbiamo bisogno di alternative, di nuove proposte ed esperienze da vivere di fronte a certi divieti... Tante volte ci manca questo. Il mondo adulto chiede ai giovani ciò che non è capace di donare. Allora sorge la domanda: se gli adulti hanno ricevuto tanto, perché non sono capaci di trasmettere altrettanto? Perché non ci danno la possibilità di una crescita sana come l’hanno avuta loro? In cosa hanno sbagliato nel corso degli anni? Grazie della disponibilità. Una giovane suora


Innanzitutto grazie per questa accorata riflessione di grande spessore antropologico, che qui potrebbe bastare da sola. Però lei, da giovane consacrata, pone domande alle quali volentieri cerco di rispondere. Certamente la società attuale è segnata da «un’adultescenza» senza precedenti: gli adulti non vogliono crescere (una volta si chiamava Sindrome di Peter Pan), mentre i bambini sono costretti, anche grazie alla Rete, a prendere presto contatto con aspetti della vita non ancora alla loro portata, come la sessualità. Questo accade perché lo stile di vita dei nostri giorni rende difficile ai genitori essere presenti e ascoltare i figli, rinunciando così al ruolo adulto che dovrebbe mediare fra innocenza infantile e mondo «dei grandi»; i figli, perciò, si aggiustano per conto proprio. Tempo ridotto, folli corse quotidiane (che riguardano anche la vita consacrata!), rinuncia a trasmettere valori: il genitore/formatore non cresciuto abbastanza vorrebbe recuperare la giovinezza perduta (sic!), oppure si sente impreparato a paternità e maternità, per cui abdica al suo compito naturale di introdurre alla vita, di accogliere e affiancare la crescita dei giovani, oggi davvero complessa. La vita consacrata mi pare viva in parte le stesse dinamiche, ma con un dinamismo proprio. Nelle realtà comunitarie c’è un grosso scarto tra «decani» e nuove generazioni. I primi talvolta hanno conosciuto il fondatore, la fondatrice, o comunque hanno vissuto anni diversi da quelli odierni, e dunque si sentono smarriti dai cambiamenti in corso, per cui cercano di difendere con i denti quello che invece può e deve evolvere. Le nuove generazioni, invece, arrivano piene di entusiasmo, ma anche fragili emotivamente; da una parte vorrebbero vedere le loro idee prese in considerazione nelle riflessioni comunitarie, dall’altra sono carichi di angosce, paure e ricerca di senso. Non è facile il dialogo tra le generazioni, anche perché i grandi non sempre hanno strumenti adeguati per affiancare il mondo giovanile. Nessuna delle due «metà», anziani e giovani, ha la verità globale o le risposte giuste. Da entrambe le parti ci sono paure, timore di inadeguatezza e del giudizio altrui. La paura, però, crea solo «nemici». In questo gli adulti hanno la responsabilità maggiore: sia genitori che formatori devono prendere coscienza del proprio ruolo, per essere non autoritari, ma autorevoli. Quindi presenti, portatori di una parola significativa, capaci di affiancare senza schiacciare e senza imporsi con la forza, senza sostituirsi a chi è in formazione lasciandolo in una condizione perennemente infantile. Infine portatori di speranza, oggi debolissima anche negli adulti. Posso dirle, però, che oggi in genere ci sono una consapevolezza e un’apertura nuova verso l’accompagnamento attento, qualificato e personalizzato, in famiglia come in comunità. Rimane vero che, purtroppo, nella vita consacrata (soprattutto femminile) si tende a dar voce e responsabilità solo agli over 50, come se i giovani non crescessero mai. Ma anche qui qualcosa sta cambiando, c’è voglia di dialogo e confronto inter-generazionale. Il Sinodo dei giovani è stato un esempio in questo senso. Vorrei concludere chiedendole di avere pazienza, perché i processi comunitari richiedono più tempo di quelli personali, ma portano frutti assai più grandi.
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Regole soffocanti o necessarie?

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La ringrazio molto per la rubrica «L’identità di un carisma». Vorrei aggiungere alcune considerazioni. Penso che dobbiamo avere cura di non fare delle norme e delle regole «il nemico». Ritengo che le norme servano a far più bella la nostra consacrazione al Signore e mi sembra che oggi ci sia una facile tentazione di buttare via qualcosa che sicuramente è esigente e che richiede molta libertà interiore di vivere il nostro carisma nella sua totalità, senza paura. Un Rettore


Grazie Padre per questo suo commento, il senso della rubrica vuole essere proprio il confronto tra prospettive diverse e Lei avrebbe molto da dire per il servizio che svolge. Le propongo alcune risonanze alle sue considerazioni sul valore delle norme. Una prima, più generica, riguarda la crisi dell’autorevolezza, della capacità di offrire orizzonti di senso e di saper dire, soprattutto alle nuove generazioni, che l’essere umano non è onnipotente. Non avere alcun limite non è indice di forza, piuttosto è la strada verso una fragilità che può degenerare in confusione e depressione. In un mondo dove tutto è possibile, e non c’è percezione di confini, non c’è posto neppure per la speranza. Se l’uomo è onnipotente non ha più niente da attendere e migliorare. Durante la due giorni di Loppianolab, un laboratorio di economia, cultura, comunicazione e formazione (www.loppianolab.it), una ragazza che ha partecipato al pre-sinodo raccontava del grido disperato che i giovani rivolgono agli adulti perché si facciano sentire nelle loro vite come punti di riferimento e non come presenze-fantasma (lo dico con parole mie). Perciò Lei ha ragione nel dire che la crisi attuale investe “le norme” in senso ampio. In poche parole: le norme sono necessarie per la salute mentale e spirituale. Tuttavia, come Papa Francesco ci ricorda nell’Amoris Laetitia al numero 304 «È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano». E prega caldamente, nello stesso numero, di ricordare l’insegnamento di San Tommaso: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari». E viceversa, il particolare non può essere elevato a livello di norma. Mi sembra un passaggio molto importante dell’Esortazione apostolica che può essere applicata in diversi campi. L’equilibrio tra la persona singola e le regole generali è sempre molto difficile, ma non si può rinunciare a cercarlo, di volta in volta, per ogni singola vocazione. Per questo l’accompagnamento ed il discernimento sono arti che richiedono competenza, una sufficiente maturità psicologica, e certamente una solida vita interiore e di preghiera. Senza questi fattori, tutti indispensabili, i rischi sono molteplici: chi accompagna, spaventato di fronte alle richieste o comunque alla varietà delle persone in vocazione, potrebbe livellare le diversità per non avere troppi grattacapi. Oppure potrebbe utilizzare se stesso come criterio per valutare quello che è giusto o sbagliato, o ancora applicare rigidamente «quello che è scritto», senza riuscire a tener conto della storia e dell’identità singola. È chiaro che in questi casi la ricchezza dei diversi talenti si perde e la comunità tende ad appiattirsi, perde la sua forza vitale, e diventa un pensionato non attraente. O anche, e purtroppo non è infrequente, diventa un ambiente dove le persone non hanno mai acquisito quel minimo di autonomia che la persona adulta sana dovrebbe avere, anche in vista dei futuri impegni pastorali e apostolici. Oggi più che mai, anche per la complessità delle nuove generazioni, è proprio necessaria un’attenzione nuova, che era mancata in passato. Credo, allora, che la norma dovrebbe essere come la propria casa, che offre un tetto che ripara dal freddo, dalla pioggia, dal sole cocente, e mura che custodiscono l’intimità del proprio nucleo familiare. Se, però, le pareti diventano troppo blindate, allora non ci si sente più a casa, si diventa, anzi, perfino estranei in quell’ambiente, lo si abita malvolentieri e non se ne ha più cura. Magari sarebbe bello se le persone più anziane raccontassero a quelle più giovani come alcune regole sono nate, ne spiegassero il valore ed il senso, narrando le loro esperienze di vita. Qualora, però, nell’oggi, queste non fossero più così utili, si dovrebbe avere il coraggio di guardare avanti.
Vita in comune

Vita in comune è contaminarsi

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In una settimana dove le buone pratiche sono al centro dell’attenzione, mi piacerebbe avere un esempio concreto di cosa questo voglia dire nella vita in comune.


La richiesta mi piace molto. Un numero questo di oggi un po’ diverso dallo stile consueto. In estrema sintesi direi: “contaminarsi” è la sfida dei nostri tempi: mantenere un’identità solida e chiara, ma saperla confrontare, senza timore di perdersi. Detto così può sembrare vago e teorico. Perciò riporto fresca fresca un’esperienza recente. Nella cornice di S. Croce in Gerusalemme, in un sabato pomeriggio qualunque, un gruppo di giovani che fanno esperienza di vita comunitaria, uomini e donne, in formazione o già con una scelta “per sempre”, si sono aperti a dire qualcosa della loro vocazione. Si sono resi disponibili – di fronte a un pubblico di un centinaio di persone, composto di altri giovani, consacrati e laici, famiglie, formatori e superiori –, a dialogare con tutta l’emozione che si può immaginare. Questo per dire cosa? Siamo nel tempo dove solo insieme si può “lasciare un segno” convincente e pieno di significato in un millennio affamato di relazioni, e insieme fragilissimo proprio nel costruirle e mantenerle. Nessuno di questi 6 giovani era lì a titolo personale, ma come comunità di fratelli e sorelle che condividono un carisma: Legionari di Cristo, Pie Discepole, Focolarine, Cistercensi della carità. Nomi e volti concreti, che raccontano di una famiglia di appartenenza e si dispongono a riflettere con altri: che stiamo facendo? Dove stiamo andando? Cosa possiamo migliorare? E il pubblico ha partecipato, intervenendo direttamente, più e più volte con tante voci diverse. Da quella, solo per citarne qualcuna, di Simonetta, psichiatra, direttrice dell’Opera don Guanella, a chi conosce anche per missione e impegno la vita consacrata, come p. Donato e p. Ignazio, a Maria, che vive e accompagna la realtà formativa, a Francesco, seminarista in cammino. In una parola, il pomeriggio è stata un’esperienza di comunione. L’unica testimonianza che rimane oltre i contenuti, come più di qualcuno ha notato. Nessun eroe, nessuna esperienza “perfetta” o già compiuta, persone “ordinarie”, ma con la voglia di realizzare un Grande Ideale di vita in un’esperienza di vita in comune. Messaggio di fondo: la felicità nella vita consacrata, è possibile, ma va costruita giorno per giorno. La parola “felicità” di solito suscita sguardi perplessi, perché troppo corrosa. Va bene, allora e proviamo a dirlo in un altro modo: disegno di Dio, pienezza e realizzazione umana coincidono. Dicono la stessa cosa! Dio vuole un’umanità piena. L’umano pieno è chi sa donare se stesso e sa far felici gli altri, come accade tra gli sposi. Penso anche alla squadra dietro e oltre il momento finale di un pomeriggio così. Nomi concreti e insieme discreti, anche in questo caso, Luca, Aurora, Giulio, Elena, Sara, che fanno squadra per rendere possibile un momento simile. Dietro le quinte, o sul campo. Insieme. Nuovamente. Il segno, l’unico credibile del nostro tempo. Un happy end? Perché no? La profezia del terzo millennio è la voce dei giovani che tra tante possibili strade scelgono di cercare Cristo con altri, in comunità. Si lasciano aiutare perché questo sia possibile. Si raccontano perché chi accompagna legga con loro i segni della vocazione, qui o altrove. Ci sono aspetti da ripensare, è vero, i giovani di oggi ormai hanno complessità nuove rispetto a qualche anno fa. Alcune categorie di ieri, non sono più efficaci. Ma le nuove generazioni hanno sete di autenticità. Di Ideali solidi. Di coerenza delle realtà nelle quali entrano. Sono portatori di speranza. Una bella provocazione che tocca tutti noi. E questa ricerca mette in gioco, per un aiuto reciproco, insieme, laici e consacrati, celibi e coppie.
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