L'esperto risponde / Società

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Omosessualità: le parole pesano

Ho letto l’interessante numero precedente di questa rubrica, sul foro interno ed esterno. Sono un formatore all’interno di una Congregazione di sacerdoti-religiosi (noi arriviamo al ministero e professiamo i voti) e mi domandavo se l’orientamento omosessuale di un giovane o comunque di un membro di comunità, sia una di quelle dimensioni che andrebbero condivise con altri. Eventualmente con chi? Altrimenti, perché no? Oggi è sempre meno raro che un giovane si apra su questo aspetto e mi piacerebbe che lei dicesse qualcosa di più in merito al mio interrogativo che, posso dirle, è oggetto di confronto anche con altri sacerdoti che si occupano di accompagnare i cammini in seminario.

La domanda è acuta e insieme impegnativa. È un’occasione preziosa per riprendere la riflessione su questo argomento, che però necessita di un passo indietro.

Ripeto volentieri, peraltro, che quando ci accostiamo a temi sensibili che toccano la vita delle persone, dovremmo farlo pensando innanzitutto che non si fa (solo) della teoria, ma si avvicinano le storie, le esistenze, conquiste, sconfitte e lacerazioni di Mario, Francesco, Paola, Carla…

Lo dico – se posso condividere una parola personale – a partire dall’esperienza del mio lavoro clinico che ha ri-formato il mio modo di rapportarmi allo studio e a domande come quelle che il sacerdote pone, riducendo un po’ la superbia di pensare in modo disincarnato. Perciò, non posso iniziare la nostra rubrica su tematiche simili senza esplicitare, innanzitutto, che al centro c’è un uomo, una donna, giovane e meno giovane, che cerca di corrispondere ad una vocazione. E che la vocazione è autentica quando rende lui o lei persone migliori, più mature e compiute.

Altra precisazione: le risposte a interrogativi come quelli posti dal formatore non possono essere dicotomiche – “sì” o “no” –, perché ciò che riguarda l’essere umano deve poter rispettare la complessità che gli è propria, altrimenti riduciamo tutto a una “questioncina” da manuale.

L’orientamento omosessuale è un aspetto “nucleare” della persona. È una dimensione che coinvolge la percezione di sé, il voler bene, l’amare, il mettersi in relazione con gli altri, la sessualità. Quindi è qualcosa di profondo e intimo, che necessariamente diventa significativo in una scelta di vita sacerdotale e di vita fraterna. La persona, infatti, risponde alla vocazione – per usare un linguaggio comune – con tutta se stessa, mente, cuore e corpo.

L’orientamento sessuale, allora, è un tratto importante della persona, la quale «andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità» (intervista a don Stefano Guarinelli, in L. Moia, Chiesa e omosessualità, Ancora 2020). In due parole: l’orientamento omosessuale è una dimensione significativa, ma non totalizzante.

Inoltre, l’omosessualità non indica un qualche deficit specifico, non rimanda automaticamente e di diritto a qualcosa che “non va” nella persona. Pertanto un omosessuale (uomo o donna) non è identificabile come portatore sano di una patologia che prima o poi diventa evidente, creando scompensi nell’equilibrio personale e di comunità (per un approfondimento sul tema: C. D’Urbano, Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020).

Tutto quanto detto finora va integrato, ed è ciò che intendevo con la complessità dei processi umani: l’omosessualità non è irrilevante, ma non è neppure patologica in se stessa. E veniamo alle domande.

Quando una persona in formazione condivide questa dimensione di sé in sede di accompagnamento spirituale, come dicevamo nel precedente numero, il contenuto è di foro interno, per cui in alcun modo può essere portato fuori da quella sede. L’accompagnatore spirituale potrà, semmai, lavorare con la persona perché sia lei ad aprirsi con chi la affianca nella formazione.

Se è, invece, il formatore/la formatrice a ricevere questa confidenza (foro esterno), si aprono vari scenari. La domanda sul significato e sull’effetto del dire che “Francesco è omosessuale”, “Carla è omosessuale” potrebbe scoperchiare, piuttosto, nel formatore/formatrice che se la pone, dubbi, paure e forse ignoranza personale sull’argomento. È assolutamente necessario che gli incaricati della formazione siano competenti su questo tema, per non commettere imprudenze o per non sentirsi scomodi di fronte ad esso.

Quale sarebbe il beneficio di condividere fuori dall’equipe formativa un’informazione sull’orientamento omosessuale del/la giovane, per esempio al parroco nella cui parrocchia andrà a fare apostolato, o della missione in cui la ragazza si immette? Attenzione, quindi, che come non si condivide tout court nessun aspetto intimo della persona, al di là delle sedi in cui questo possa rendersi utile alla persona stessa – è lei e il suo processo vocazionale al centro –, ogni parola di troppo diventa una “chiacchiera” o può diventare tale. Non solo non favorisce l’individuo, ma crea confusione su di lui.

Vediamo ora cosa accade una volta che la persona esca dalla formazione. In comunità (qui mi riferisco alle comunità di vita consacrata, possiamo approfondire in un altro numero la dimensione del sacerdote diocesano), sebbene non ci sia nulla di codificato dal punto di vista giuridico, la questione non è molto diversa. Immaginiamo che Paola, consacrata quarantenne, oppure Matteo, religioso trentenne, si aprano con i propri responsabili di comunità su questa dimensione di sé. Decidono di farlo perché si sentono liberi con lui o lei e vogliono essere autentici al massimo. Questa è una posizione molto bella, di verità su di sé, come molte altre condivisioni significative rivolte a chi accompagna. Ebbene, il resto della comunità non ha un “diritto” di conoscenza di dimensioni così personali, in quanto – mi si passi l’espressione forte – non deve attrezzarsi in un modo speciale se un suo membro ha un orientamento omosessuale.

Come scrive p. Giuseppe Piva, gesuita che da anni nella pastorale accompagna «le nostre sorelle lesbiche» e i «nostri fratelli gay, bisessuali e transessuali» (in L. Moia, op. cit.), «capiamo bene la differenza tra una persona omosessuale, un tossicodipendente e un malato psichiatrico».

I tanti “sì, ma…” – se poi ci si trova insieme? Se poi si fanno viaggi apostolici insieme? Se si dorme nella stessa camera? – rimandano alle premesse iniziali: l’orientamento omosessuale, è parte “nucleare” e profonda della persona e del suo modo unico di essere lei e lei-in-vocazione. Diventa problematico solo se – come nel caso dell’orientamento eterosessuale – non è integrato nel tutto armonioso della persona che è in cammino per corrispondere alla chiamata, anche col proprio corpo, con la propria sessualità.

All’interno della comunità, che come ripeto non è un consesso di amici, ma una fraternità adulta di fede, le relazioni e il modo di viverle hanno già (o dovrebbero avere) un loro “codice” (non scritto) a tutela della privacy, della adultità dei rapporti e dell’essere, appunto, una realtà carismatica e non goliardica. Occorre aggiungere altre cautele?

Semmai, se l’ambiente comunitario lo consente perché il clima fraterno è sereno, è autentico, è accogliente – noi psicologi parleremmo di un sistema di attaccamento “sicuro” – allora, forse, sarà naturale per il membro che ne è parte, decidere di parlare di sé agli altri, alle altre. Quante volte questo effettivamente si realizzi non so! Ma la decisione appartiene alla libertà personale.

In comunità ci sono maturità, sensibilità, esperienze ed età diverse per cui non tutto può essere messo a conoscenza di tutti. Come in famiglia, tuttavia, quando le condizioni domestiche lo consentono è più probabile che i figli saranno aperti e schietti con i genitori e magari con gli altri fratelli e sorelle.

Non ritengo giusto, invece, che ci sia una regola valida sempre e comunque per cui le informazioni personali debbano essere esplicitate apertamente.

Di fronte all’obiezione (valida) che però l’occasione fa l’uomo ladro, per cui meglio sapere se un fratello o una sorella ha un orientamento omosessuale, credo si possa dire – pur distinguendo tra il tempo della formazione iniziale e quello successivo – che ciascun membro cammina e va aiutato a conoscere se stesso e tutto ciò che potrebbe rappresentare un impedimento o un inciampo alla propria vocazione. Quindi, la tutela iniziale della prima formazione, poi dovrebbe lasciare il posto all’autonomia dell’adulto che si presume abbia maturato il senso di appartenenza alla realtà vocazionale e il senso di responsabilità. Questo comprende il voler – egli/ella in prima persona – essere fedele a ciò che ha scelto, essere fedele all’Amore che la/lo motiva.

In sintesi: a mio parere troverei davvero poco rispettoso dell’altezza e della grandezza della vocazione non tener conto che è la chiamata di Dio, che poi la Chiesa vaglia, all’origine dei processi di risposta di ministri e consacrati. Inzeppare di prescrizioni – in nome della prudenza – il vivere insieme abbassa la fraternità al livello di uno studentato.

Concludo dicendo che la rubrica è uno spazio di scambio e confronto, oltre che di approfondimento di aspetti specifici. È sempre arricchente, quindi, se arrivano opinioni diverse che nutrono il dialogo e lo rendono vivo e non uniforme.

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Il rapporto uomo-donna tra persone consacrate

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Mi trovo un po’ confuso: da una parte mi pare che ci sia una bella apertura e un bel rinnovamento nella vita consacrata, dall’altro temo che non riusciamo più a trovare una nostra identità, i giovani a volte sono difficili da gestire, e il rapporto maschile-femminile rimane per loro e per noi una grande sfida. Un formatore   suore


La ringrazio per questo concentrato di riflessione. Voglio andare subito al concreto. Il punto di partenza è positivo: non si è abbassato il livello dell’Ideale, i giovani si mettono molto in discussione, si interrogano profondamente sulle motivazioni delle loro scelte, riflettono sulle proprie storie, sono disponibili ad aprirsi e parlare di sé per poter crescere. E questa è una bella novità del nostro tempo. Credo che da diversi punti di vista siano proprio loro a mettere in crisi certi sistemi storici, perché portano non solo le fragilità di una società come la nostra, o le fatiche della loro esistenza giovanile per cammino o per età, ma anche una gran voglia di autenticità: fanno domande su tutto, hanno un forte senso critico, hanno voglia di conoscere e di capire. Talvolta sono scomodi! Scomodi, perché in fondo sollecitano una revisione seria degli ambienti che sono offerti a loro per formarsi o delle comunità in cui andranno ad inserirsi, e questo riguarda tanto le realtà carismatiche quanto le diocesi. Non si accontentano di pacche sulla spalla o di “mezze motivazioni”, troppo reattivi per abbozzare. E meno male. Ci vorrebbe il coraggio di trovarsi insieme, giovani e decani, con spazi e tempi adeguati, per confrontarsi senza riserve con domande, dubbi, proposte… Trovo estremamente positive quelle situazioni di “crisi” che attraversano alcune realtà di fede per varie ragioni, perché sono in qualche modo forzate a rimettere mano alla loro storia e quindi a valutare ciò che vogliono mantenere in piedi o modificare. Anche se ciò comportasse il “punto e a capo”. Se fosse la prassi! Qualche realtà è in questa linea, altre sono così statiche e distanti dall’umanità circostante che mi domando come potranno procedere. Lei parla anche del rapporto uomo-donna tra persone consacrate: non c’è un manuale di comportamento e non ci può essere, perché le micro-regole talvolta pure utili, in generale hanno un’efficacia solo superficiale. “Senso di appartenenza” è un’espressione che mi piace molto! Se appartengo profondamente ad una scelta – non parlo di comunità, perché non si appartiene ad una comunità ma ad un Ideale –, il resto delle cose prende un suo ordine. A due fidanzati innamorati non occorre darsi indicazioni reciproche dettagliate su come comportarsi quando uno dei due è assente, ci mancherebbe, c’è una sorta di naturalezza, se la passione è forte. È quando inizia a scemare che arrivano le difficoltà, e allora le regole aiutano a mantenersi nei binari… Il senso di appartenenza emerge dai comportamenti di ogni giorno, che non consistono nel non incontrare donne, camminare a testa bassa, o cose simili… ma in atteggiamenti adeguati, consoni all’età e allo status (aspetti da non sottovalutare e indicativi anche di una certa maturità personale), non ambigui, ma neppure rigidi. Ogni scelta di vita ha un suo decoro e un suo contegno, che non sono semplici “forme”, ma espressioni appunto di un’appartenenza. Penso, in conclusione, che oggi possano essere utili due attenzioni: la prima, fortemente sostenuta dall’Amoris Letitia, e ormai da tutti condivisa, è quella di un accompagnamento personale. La seconda è una “normalizzazione” del percorso: aiutare le persone a diventare uomini e donne nel contesto ordinario dove andranno ad inserirsi, e dove si sta insieme, giovani, anziani, maschi e femmine. La formazione deve essere esigente – alto è l’Ideale, seria la formazione – perché ha il grande compito di sostenere e affiancare scelte esistenziali, e affidata a poche e competenti figure, non a chiunque solo perché “è un buon ascoltatore”, ma essa non deve creare ambienti asettici e avulsi dalla concretezza naturale della vita, perché sarebbero davvero poco efficaci.
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Il prete e le donne sole

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In parrocchia ci sono molte donne sole, vedove o separate. E la solitudine a volte è molto dura da sopportare. Come far sentire loro il calore della vicinanza e dell’accoglienza, senza essere frainteso? Un prete   [caption id="attachment_113454" align="alignnone" width="5184"] sacerdote cattolico[/caption]    


La sua domanda trova eco nella storia che mi ha condiviso proprio in questi giorni un giovane parroco il quale, generoso e disponibile con tutti, si è ritrovato letteralmente invaso dagli sms di una donna, sola, a cui lui aveva dedicato del tempo di ascolto, né più né meno che quello che dedica ordinariamente a chi glielo domandi. Messaggi confidenziali oltre il dovuto, che lo hanno molto amareggiato e fatto sentire in colpa, nel timore di essere stato lui a lasciar fraintendere un’intimità che non era sua intenzione creare. La situazione non è così rara… Il sacerdote, come il religioso, è spesso oggetto di fantasie di vicinanza e di “amicizie esclusive”, anche per la parte di mistero che li circonda, senza una famiglia, affettivamente “soli”, cioè celibi, spesso bei ragazzi, con una vita interiore che si suppone intensa, insomma tutte caratteristiche, reali, che possono nutrire l’immaginazione seduttiva. Se a ciò si aggiunge un temperamento aperto ed accogliente, direi che la miscela diventa potenzialmente esplosiva. Per rispondere alla sua domanda provo ad offrirle qualche suggerimento molto semplice e concreto, che ho constatato essere utile anche nella vita di coppia e che non dovrebbe produrre ansie o fobie ulteriori, quanto evitare equivoci! Innanzitutto i luoghi di incontro: a parte le amicizie che sono già tali e quindi consolidate e di fiducia, gli incontri andrebbero pensati in spazi appropriati (non si fa psicoterapia al bar per favorire l’apertura), riservati quando è necessario, ma non in ambienti che possano creare ambiguità (ad esempio quando la chiesa è chiusa). Può accadere, e talvolta è importante farlo, essere da soli, a tu per tu con la persona, per comunicare vicinanza e calore, come lei dice, tuttavia questa modalità non deve diventare la norma, cioè l’unica possibile: è bene ci siano contesti allargati in cui quel rapporto si può ritrovare ed inserire, e soprattutto non serve lo scambio confidenziale di messaggi al di fuori dei momenti deputati a parlare. Se inizialmente messaggiare, chattare, può sembrare di supporto, poi rischia di sconfinare. È naturale, è umano, nulla di drammatico, perciò ci vuole “testa”, non solo “cuore”. Nella coppia, ad esempio, una nuova conoscenza che uno dei due partner frequenta, e che non sia strettamente di lavoro, può essere vissuta insieme e ciò favorisce la condivisione e quindi la chiarezza che non si tratti di qualcosa di “esclusivo”. Portare in comunità amicizie nuove o semplici conoscenze, incontrare anche in gruppo “quella” donna sola, penso trasmetta ugualmente affetto, ma riduce i fraintendimenti. Per dirlo in altre parole: far rete, non procedere da soli, aiuta a sentirsi meno in balia delle proprie e delle altrui debolezze, e la comunità, in qualunque forma – famiglia, fraternità di preti, gruppi parrocchiali – si fa “garante” rispetto a situazioni simili a quella che lei ha raccontato.
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La responsabile anaffettiva

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Faccio parte di una piccola comunità di consacrati. Il mio problema è che la responsabile di comunità è anaffettiva, incapace di calore, ascolto, comprensione. Forse è anche una questione di intelligenza. Comunque una sorella è recentemente andata via perché non ce la faceva più: non ne abbiamo neanche potuto parlare in comunità, come se fosse un fastidio trascurabile o una vergogna. Ma siamo una famiglia o no? Mi chiedo cosa Dio vuole da me, e se è il caso di andarmene anch’io. Ho provato a parlare con qualche superiore, ma mi dicono solo di amare la croce. Che ne pensa? Paola   tavola-apparecchiata  


Gentilissima Paola, grazie per la sua preziosa domanda che mi dà modo di riprendere il filo del discorso iniziato la volta scorsa. “Siamo una famiglia?” “Nì”. , se per famiglia si intende il clima di rispetto, di accoglienza, di fiducia e di reciproco sostegno. Rigorosamente no, se per famiglia si intendono relazioni necessariamente amichevoli e spontaneamente concordi. “Un cuor solo ed un’anima sola” non credo abbia il senso di un ambiente già di suo positivo, piuttosto indica il cammino verso la costruzione di una vita insieme sempre più armoniosa e benevola, a partire da se stessi. Questo cammino a volte può essere molto lungo e non è detto che il risultato sia quello sperato, perché ci sono maturità, sensibilità, storie diverse che non facilitano tale percorso. Anche per questo non è sempre bene che tutti sappiano tutto. Voglio dire che essere comunità non implica il condividere sempre i fatti più intimi, perché non tutti hanno gli strumenti interiori per “sapere”, per accogliere, per custodire... per conoscere. Il divulgare ogni cosa - sempre per un fraintendimento del senso di famiglia - è molto imprudente. A questo punto aggiungo perciò alcune considerazioni. La prima è che, ha ragione, la tendenza a non parlare dei problemi concreti purtroppo negli ambienti di vita comune è presente, come se il non parlarne facesse “evaporare” le difficoltà, mentre invece il parlarne screditasse l’intera esperienza di vita (cosa che accade talvolta anche in famiglia). Non meno grave è la tendenza, molto meno presente rispetto al passato, di spiritualizzare i disagi richiamando la croce, la volontà di Dio, il sacrificio, aspetti evidentemente centrali della fede, che però talvolta nascondono la paura di incontri franchi e diretti fra le persone o la paura di affrontare le questioni che riguardano l’andamento della vita insieme. Ha ragione anche riguardo alla scelta, non sempre oculata, di persone responsabili di comunità, magari carenti di una formazione adeguata e delle qualità umane necessarie per poter esercitare “il servizio dell’autorità”. Tuttavia… Per essere onesti, bisogna riconoscere che superiori, rettori e formatori non hanno preso quel posto per volontà propria, ma sono stati indicati dalla comunità o dai vertici dalla congregazione o dall’istituto, e dunque c’è da valutare piuttosto quali siano i criteri che vengono adottati dai membri stessi, o comunque dai loro delegati, nel votare una persona piuttosto che un’altra. Inoltre, riprendendo ciò che avevo già accennato, coloro che entrano in seminario, in una congregazione, o in qualunque altra realtà carismatica, sono tutte persone adulte che rispondono ad un’intuizione profonda e personale, la “vocazione”. Nessuno però sceglie quella determinata comunità o quegli specifici membri: la vocazione infatti non è “a pacchetto”, pertanto ciascuno inizia in autonomia, e poi gradualmente porta avanti la strada intrapresa in altrettanta autonomia, almeno come impegno. Non vorrei essere fraintesa perciò provo a spiegarmi meglio. Una delle grandi sfide della maturità umana è quella di acquisire motivazioni sempre più profonde e personali, un autore parla di livello internalizzante, quando cioè la persona ha fatto propri determinati valori, e non ha più bisogno di esempi, né – almeno idealmente – di premi e punizioni per poterli vivere. È vero quindi che una responsabile di comunità dovrebbe avere capacità di ascolto, empatia e un adeguato equilibrio personale – le doti di un coach più che di un capo –, tuttavia qualora ciò non accadesse non è pensabile che io perda la mia vocazione. Se il clima comunitario dipendesse da una persona sola ciò significherebbe che i rapporti instaurati non sono abbastanza liberi e adulti, e che le stesse scelte sono piuttosto fragili, perché legate ad un’unica figura di riferimento. Le dico perciò che la qualità della vita fraterna è una responsabilità comune e se tutti i membri si impegnano personalmente – e qui entra in gioco ancora una volta la maturità individuale –, la carenza di una persona sola, anche se responsabile, non può compromettere in modo radicale il vivere insieme.
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Il fratello “pesante”

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Non riesco a sopportare un fratello di comunità. L’ho visto all’opera nella sua falsità. Ne ho anche parlato con un superiore, ma non voglio accusarlo, potrebbe essere una mia antipatia personale. Comunque non lo reggo proprio e cerco di stargli lontano più possibile.   [caption id="attachment_107146" align="alignnone" width="1024"]Religiosi Religiosi[/caption]


Sento spesso dire dai religiosi, quando ci sono difficoltà tra loro, che siano uomini o donne, che in famiglia è tutto più facile e le tensioni si riescono a superare più facilmente, anche quando sono molto più gravi di quelle che accadono in comunità. Mi fanno sempre riflettere queste parole! In effetti l’espressione famiglia, applicata alle realtà di vita in comune, al di fuori della famiglia naturale, non mi ha mai convinto fino in fondo, perché mi pare che rischi di creare più sensi di colpa del dovuto, e a volte sia ambigua. Mi spiego. Chi l’ha detto che si debbano provare spontaneamente buoni sentimenti tra i membri della comunità? E perché dovrebbe scandalizzare se ci sono antipatie tra due persone? Ho l’impressione che per il fatto che la fraternità sia una dimensione oggi particolarmente sentita, questa possa essere fraintesa, e alcune comunità abbiano trasformato le sollecitazioni a migliorare il clima del vivere insieme, come uno strano tentativo di creare rapporti di amicizia, a tutti i costi. Dico strano perché l’amicizia tra persone adulte, che non siano in coppia, ha delle caratteristiche specifiche, come la non esclusività, l’apertura agli altri, il rispetto profondo del percorso individuale e quindi l’aiuto a compierlo, mentre talvolta viene tradotta in forme di vicinanza al limite della dipendenza, o di altre curiose modalità goliardiche. La vita comunitaria non richiede di essere amici e quindi non risparmia antipatie “a pelle”, non dico niente di nuovo. Il calore dei rapporti, l’affettuosità del clima comunitario, l’interessamento reciproco (il senso di “famiglia”, appunto), senza i quali si vivrebbe come estranei, sono aspetti “lavorati”, non spontanei (se lo sono tanto meglio, ma non è detto), che richiedono un lavoro continuo di volontà, mica di buoni sentimenti. Per cui, il mio suggerimento è di confrontarsi con qualcuno: formatore, superiore, una persona di fiducia. Ma “l’oggetto” del confronto, credo, più che la simpatia o l’antipatia, dovrebbe essere il proprio modo di vivere e quali attese (e pretese) si hanno nei rapporti comunitari. Mi ripeto, ma non resisto: è essenziale che si lavori sulla maturità individuale, perché altrimenti è davvero alto il rischio che poi nella vita in comune si amplifichino le fragilità affettive e i fraintendimenti dello stare assieme. Non a caso, la vita in comune è una scelta che può essere fatta solo in età adulta.
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Vocazione e psicologia

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Mi sembra che ormai la psicologia vada di moda dappertutto, anche nel discernimento vocazionale. Ma non si rischia di cadere nell’estremo di delegare tutta la formazione agli psicologi? La vocazione è un’altra cosa, che va valutata con altri metodi. Paolo   Due suore


Questa domanda un po’ provocatoria è molto stimolante! Tempo fa è venuta a studio una donna reduce da una esperienza nella quale si ritrovava di tanto in tanto a recitare preghiere con il suo terapeuta, che le suggeriva anche delle pratiche meditative. La donna ha voluto interrompere il percorso perché non convinta di quella metodologia. Condivido la perplessità di un setting del genere. Il rischio di creare confusione e di non saper riconoscere il proprio spazio di intervento è reale, perciò caro Paolo il suo dubbio è più che legittimo. Non ci sono argomenti preclusi nel percorso psicoterapeutico, e la rabbia quando “Dio non ascolta”, le lunghe sofferenze che la fede non riesce a “risolvere”…tutto ciò che è significativo nella vita personale può essere accompagnato, per cercare insieme dei percorsi di maggiore benessere. Nel mio studio non nascondo le immagini sacre per mantenere un’inesistente neutralità, ma non faccio di certo psico-spiritualità, che sarebbe un obbrobrio deontologico e metodologico. La psicologia non è competente a discernere una vocazione, questo deve essere chiaro, è competente però a valutare come “funzioni” la persona, se sia veramente felice, quale sia la sua maturità, se abbia le risorse per affrontare determinati impegni, non solo nell’attualità ma anche nel futuro, e come potenziarle. Questo è fondamentale! Formatori e formatrici che pensano di poterne fare a meno (oggi grazie a Dio sempre meno) rischiano di accogliere ed incoraggiare persone che purtroppo nel tempo manifestano la loro scontentezza per un percorso che non le realizza. Come diceva un mio docente gesuita di grande esperienza e saggezza, lo scorrere del tempo non è di per sé un criterio formativo, per cui tutto ciò che non viene adeguatamente affrontato ed elaborato rimane lì… Per non scindere i due percorsi, quello umano e quello spirituale, e non delegare tutta la formazione solo all’uno o solo all’altro, sostengo fortemente la necessità e l’utilità di équipe vocazionali, dove cioè ci siano molteplici figure che accompagnano il processo individuale e trovino un modo per confrontarsi tra loro. Rigorosamente però col consenso esplicito del diretto interessato, anzi in sua presenza, e nel rispetto della privacy dei contenuti. È una questione molto delicata e non da tutti condivisa, per il rischio che la persona non sia sufficientemente tutelata nella sua segretezza, pericolo che per quanto mi riguarda non si è mai posto. Alcune realtà formative, perciò, preferiscono tenere del tutto indipendenti le due figure. Io non concordo. Fino ad oggi questa modalità di collaborazione, oltre ad essere stata sempre ben accolta dalle persone in formazione, ha prodotto frutti molto positivi. Innanzitutto perché nessuno può presumere di comprendere da solo l’altro nella sua totalità e complessità, né lo psicologo né l’assistente spirituale, mentre più occhi, più sguardi e più cuori che entrano in contatto con il/la giovane e tra loro, hanno una maggiore probabilità di coglierlo/a nella sua verità, e nel rispetto profondo della sua vita e della sua vocazione. E poi perché la persona sente di essere sostenuta e voluta bene, il suo bene, non di essere “controllata”, e dato che sono in ballo il suo presente e il suo futuro, ne apprezza il vantaggio.
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I consacrati e l’amicizia

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Mi domando se i religiosi sappiano in cosa consiste la vera e profonda amicizia per una persona consacrata al Signore e come formare e vivere questa amicizia - p. Christopher Brackett LC   vita-in-comune


Padre, intanto grazie per la sua domanda che tocca un tema centralissimo dell’esistenza umana: l’amicizia, e Lei aggiunge “profonda” e per “una persona consacrata al Signore”. Cerco di risponderle a partire da quanto ho potuto constatare all’interno del mondo maschile e femminile, tra gli anziani e le anziane, questa volta senza grosse differenze, e che mi ha stupito molto. Oggi si parla tanto delle relazioni light, e i giovani in genere sono considerati quelli più a rischio di essere sedotti dalle nuove dimensioni del mondo della Rete. È vero; tuttavia ho trovato nelle comunità, e non così raramente, anziani piuttosto chiusi, con poche, se non nulle, amicizie, e quando ho chiesto loro come mai avessero così poca confidenza l’uno con l’altro mi hanno risposto che «una volta non era ben vista l’amicizia all’interno delle case religiose». Anzi, hanno aggiunto, «quando si vedevano due persone andare “troppo” d’accordo, e magari parlare tra loro due, tre volte di seguito, si veniva immediatamente richiamati all’ordine». Penso si possa dire che molti di quanti hanno ricevuto la formazione anni fa, hanno vissuto con sospetto le amicizie, dette infatti “particolari”, proprio a sottolinearne la criticità. I giovani, invece, nonostante la Rete, sono più allenati nel dialogo e anche più spontaneamente propensi ai rapporti personali. Credo che questo sia un grande punto di forza su cui far leva: il bisogno di costruire ambienti sempre meno anonimi, dove si possa condividere concretamente una gioia, una preoccupazione, una fatica, magari con qualcuno, più che con altri. Mi pare che queste siano le caratteristiche più belle e più vere dell’amicizia: l’intesa tra persone che hanno in comune non solo un Ideale, ma anche la voglia di conoscersi meglio e di fare qualcosa insieme, cosa peraltro che aiuta a non rimanere incollati alle chat! Ho incontrato tanti giovani che nell’amicizia con un fratello, una sorella più vicina (per simpatia, sensibilità, storia personale, hobby) hanno dato maggiore energia al loro percorso, alla vita fraterna, alla preghiera, perché si sono incoraggiati a vicenda, magari richiamandosi affettuosamente, «oggi non ti ho visto a tavola dov’eri?», oppure «stamattina sei arrivato tardi alla preghiera, tutto bene?». Viceversa ho riscontrato vie di fughe compensatorie, e assai meno “sane”, in quelli più soli o che hanno fatto della castità una sorta di armatura protettiva verso qualunque affetto. Un affetto di amicizia forse infrange l’universalità di amore a cui è chiamato un consacrato? è rischioso? C.S. Lewis scrive ne I quattro amori (mi scuso per la lunga citazione): «Ciò non toglie, tuttavia, che qualunque affetto naturale possa essere smodato. Smodato non significa però “non sufficientemente prudente”, né significa “troppo grande”. Non si tratta di un termine quantitativo; direi anzi che è quasi impossibile amare “troppo” un qualunque essere umano. Potremmo amarlo troppo in proporzione al nostro amore per Dio; ma l’elemento di sproporzione è costituito dalla pochezza del nostro amore per Dio, non dalla grandezza del nostro amore per l’uomo». Perciò, Padre, per vivere l’amicizia in modo adulto, cioè che non chiuda la persona in un rapporto esclusivo, e che la aiuti a percorrere con coerenza e passione la propria strada, penso ci voglia innanzitutto una chiarezza di fondo, quella che noi psicologi chiamiamo “maturità di base”, essenziale anche solo per iniziare un processo vocazionale. E poi la possibilità di un accompagnamento formativo che affianchi serenamente e sostenga la crescita affettiva, senza demonizzare la possibilità di rapporti di amicizia con uomini e donne. Se il formatore vive queste dimensioni come un tabù, con ansia, o solo come fonte di preoccupazione, i giovani perdono l’opportunità di potersi confrontare con qualcuno che abbia più esperienza e di sviluppare quelle doti umane essenziali per loro stessi e per l’impegno verso il quale si preparano.
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