L'esperto risponde / Società

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Società

Crepet è sempre Crepet

Ho letto l’ultimo libro di Crepet: Vulnerabili. Alcune cose le condivido, altre meno. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei…

Paolo Crepet

Il retro di copertina del suo ultimo libro, Vulnerabili, ritrae Paolo Crepet con lo sguardo pensoso, un po’ melanconico, ma con quella sottile luce di speranza che nostalgicamente traspare dagli occhi. Sì, perché il grande psichiatra e sociologo è sempre lui, Crepet, con quella sua pacata e passionale riflessione sulla vita, sul mondo, sulle cose, sugli eventi.

Ho avuto il grande privilegio di conoscerlo in occasione di una conferenza in quel di Lamezia Terme, dove entrambi eravamo stati invitati come esperti per parlare ad una folta schiera di insegnanti e operatori sociali. Ed è stato un vero piacere ascoltare questa grande persona, mentre con competenza e passionalità sviscerava le sue idee circa l’educazione e incantava la platea con il suo modo di fare.

Una modalità autentica, passionale, vera, frutto di anni di lavoro e di studio. Che non si smentisce neanche nel libro Vulnerabili: una riflessione a tutto campo sulla pandemia come esperienza dolorosa, sconvolgente, che però, se siamo attenti, può essere anche foriera di qualcosa di buono.

«Dobbiamo avere coscienza che ogni evento del cammino dell’umanità, per quanto terribile e funesto, contiene una lezione utile non soltanto a chi è sopravvissuto, ma anche e soprattutto a chi nascerà quando tutto quello che stiamo drammaticamente vivendo sarà entrato nella memoria di una narrativa passata […] L’epidemia che ha colpito il pianeta non deve essere considerata soltanto come un’enorme emergenza sanitaria , ma anche come occasione di un grande cambiamento antropologico dal quale verranno anche alcune opportunità» (pg 163-164).

Il suo contributo di idee e riflessioni, Crepet ce lo presenta nei sedici capitoletti del libro, dove sviscera a 360 gradi le problematiche più evidenti che la pandemia ha messo in luce. Questo virus, cosi piccolo, nascosto, imprevedibile, non è infatti solo causa di angoscia, morte e malattie, ma anche di “convivenze forzate”, di scoperte di relazioni che avevamo dimenticato, insomma di una vulnerabilità che ci porta a riflettere maggiormente sui mali che affliggono il pianeta.

Il libro ci invita a riflettere, ad evitare le facili scorciatoie o le soluzioni populiste, perché solo con lo sforzo e la riflessione possiamo cogliere la tragica lezione che il virus ci sta dando.

E, da libero pensatore, condanna tutti quelli che ritengono solo una parentesi tutto quello che sta succedendo. Invita invece a cogliere in profondità i pericoli che la pandemia ha messo in luce: il mondo malato di individualismo, il clima che agonizzante inizia a sconvolgere il pianeta, la tecnologia digitale che, se non controllata, rischia di fagocitare i sentimenti e le relazioni più significative come l’amore, la tenerezza, l’abbraccio, la superficialità di chi si dimentica del passato e racchiude tutto in un presente emotivo ed egocentrico, relegando gli anziani in un angolo tecnologico e sicuro come le case di riposo.

Ammirevoli sono anche i ricordi e le testimonianze del suo lavoro di psichiatra, quando trasferitosi ad Arezzo inizia la battaglia contro i manicomi seguendo la scia luminosa del grande Franco Basaglia.

Particolarmente toccante è la riflessione sui bambini e sulla scuola del capitoletto XIV lettera ad una maestra: qui il miglior Crepet si prodiga a tutto campo nella difesa dei bambini e del loro sviluppo evolutivo.

«È affiorato, grazie al coronavirus, un mio vecchio sospetto: al fondo, le civiltà più progrediscono e più accrescono la loro “pedofobia”, ovvero covano un latente sentimento di alienazione, quasi di avversione, nei confronti dei più piccoli (la diffusione degli alberghi Children free ne è una prova inconfutabile). Non credo sia un caso se, più aumenta e si diffonde il benessere, sempre meno bambini si mettono al mondo e quando poi quei pochi cominciano a crescere, non sappiamo e non vogliamo perder tempo per educarli».

Mi sembra che in questo passaggio si riconosca il miglior Crepet, paladino delle generazioni future, perché qui traspare non solo l’anima inclusiva di tutti, ma anche la persona protesa verso il futuro.

Il libro dunque è da una parte una denuncia appassionata dei mali che ci affliggono col rischio di delegare tutto alla tecnologia digitale come panacea, a scapito della riflessione, del contatto fisico, della partecipazione relazionale ed emotiva dell’incontro, del rispetto dei tempi dell’ascolto, della parola, e dall’altra un accorato appello a riflettere sulla lezione che la pandemia porta con sé.

Crepet ci lascia questo messaggio: la vulnerabilità è una fatica ed una evidenza della nostra natura umana, ma anche una memoria incisa nella carne che ci può spingere, mediante il ricordo di chi ci ha preceduti, a utilizzare il meglio di noi, ove la fatica e la sofferenza possono essere sfruttati al meglio.

Forse, il limite del libro è che la speranza sembra un po’ messa in angolo e solo a sprazzi appare come possibilità di riscatto.

Per questo, nel ringraziare Crepet per questa sua ultima fatica, si invitano tutti a raccogliere l’eredità che le persone migliori ci hanno lasciato con l’attenzione fiduciosa verso le nuove opportunità che sempre, nonostante la sofferenza e del coronavirus, si aprono all’orizzonte.

 

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Società

Se l’educatrice odia i bambini

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Come è possibile che ci sia tanta violenza, disprezzo e odio da parte di insegnanti dell’asilo verso questi piccoli? Anna


Ormai le cronache sono impietose nel comunicarci l’ennesimo trattamento violento nei confronti dei bambini da parte di insegnanti ed educatrici delle scuole dell’infanzia, e perfino degli asili nido. Il pensiero va subito all’enorme sofferenza in gioco:
  • Sofferenza da parte dei bambini, che invece di essere protetti e accuditi vengono minacciati e picchiati;
  • Sofferenza da parte dei genitori, che si sentono impotenti e traditi da quelle istituzioni che avrebbero dovuto crescere in modo armonico i loro piccoli;
  • Sofferenza da parte delle stesse istituzioni, che ancora una volta vacillano di fronte al male perpetuato ai cittadini più innocenti;
  • Sofferenza da parte delle insegnanti che hanno procurato simili ingiustizie, per il loro fallimento educativo e per la probabile depressione conseguente;
  • Sofferenza e rabbia da parte di tutti noi, che giustamente non possiamo accettare simili episodi.
Di fronte a tutto questo, occorre una riflessione umile, intelligente e pronta. Innanzitutto occorre evitare di considerare le insegnanti come dei mostri, anche se ciò che hanno commesso è tremendo. D’altra parte, non è più possibile assistere ad episodi di tale gravità nei confronti dei nostri figli più vulnerabili. E quindi occorre rimuovere tali insegnanti dal loro incarico, con un giusto risarcimento dei danni. La riflessione però ci porta su binari pedagogici che occorre possibilmente mettere subito in campo: Prevenzione È necessario prevenire simili episodi mediante interventi precisi:
  • L’età di servizio delle insegnanti non deve essere troppo elevata. Dopo venti anni di lavoro con bambini così piccoli è importante che le insegnanti possano passare ad altre mansioni, magari diventando formatrici di altre insegnanti, per evitare il burn out che con un lavoro così faticoso è spesso dietro l’angolo.
  • Momenti di verifica e supervisione almeno ogni 15 giorni, per sostenere e supportare il lavoro prezioso e faticoso delle insegnanti.
  Formazione La formazione umana e professionale deve essere maggiormente curata, come pure la selezione delle educatrici, le quali devono avere una buona capacità relazionale ed empatica, indispensabile per il loro lavoro. Retribuzione Occorre poi prevedere una maggiore retribuzione per un lavoro importante e fondamentale per la crescita di ogni nazione. Vorrei concludere tenendo conto di un aspetto: il lavoro delle insegnanti è un lavoro delicato e faticosissimo, in quanto la logica del bambino piccolo è differente da quella dell’adulto. Ciò comporta fatica nella comprensione e nella gestione. Naturalmente tutta la nostra solidarietà va ai bambini e ai genitori coinvolti in simili episodi. E contemporaneamente sottolineiamo che la fatica di educare necessita la fatica di essere preparati. Questo è l’augurio che facciamo a tutti.
Psicologia

Bambini ed emozioni

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Nella scuola di mio figlio è partito il progetto “Educare alle emozioni”. Perché è così importante? Francesca di Rimini


Educare il corpo mediante una alimentazione adeguata, interventi psicomotori e sportivi corretti, ed educare la mente attraverso percorsi cognitivi sempre più attenti alla realtà del bambino è sicuramente affascinante. Come opportuno è educare i bambini alla dimensione spirituale mediante l’ascolto del cuore, ove risiede la voce dello Spirito d’amore del Padre. Tutto questo, se fatto con cura, rivela una attenzione educativa meravigliosa, che finalmente mette al centro il bambino e offre a lui occasioni esperienziali per crescere. Poi però arrivano le emozioni, queste forti e grandi e meravigliose “disturbatrici” che sconvolgono, stravolgono, rallentano i percorsi pensati e studiati a tavolino dagli illustri professoroni… È ormai arrivato il tempo di smettere di credere che il bambino (in realtà tutto l’essere umano) si possa scomporre nelle sue parti e, per farlo crescere bene, si debba dare spazio a ciascuna in modo analitico. Ciò che serve ai giorni nostri è mettere insieme le parti che ci compongono: il corpo, la mente, il cuore (emozioni, sentimenti, relazioni), l’anima (lo spirito, l’anelito al Trascendente). Un’unità che fa la differenza. Come a ciascun essere umano (bambino e adulto) diamo cibo ogni giorno per nutrire il suo corpo, come gli facciamo respirare aria pulita e bere acqua non inquinata, come gli diamo occasione di movimento e riposo, come a ciascun essere umano (bambino e adulto) offriamo possibilità di apprendere le parole dette, scritte, lette sui libri, di contare e conoscere le scienze, di apprendere lingue di altre Nazioni e di suonare strumenti musicali… così anche alle emozioni si deve dare tempo e spazio educativo. Perché anche il mondo emotivo necessita di essere appreso. Dobbiamo essere maggiormente consapevoli circa le emozioni provate dai nostri figli e, ancora prima, dobbiamo esserlo circa le nostre stesse emozioni. Tutto ciò che noi osserviamo, sperimentiamo e viviamo è prezioso per la nostra esistenza e quella degli altri. Così è anche per i bambini che si apprestano a osservare e a vivere per la prima volta sensazioni, istinti, emozioni e sentimenti che li orientano verso le persone e le cose. Una buona educazione è quella che sa carpire il segreto della vita, il senso di quello che si sperimenta e aiuta gli altri (in questo caso i bambini) a cogliere la luce e l’amore presenti. Tutto quello che succede, se ben gestito, può essere una occasione per migliorare, per costruire ponti fra le persone, insomma per promuovere un mondo di pace. Così è per le emozioni! Esse possono essere una straordinaria opportunità per la vita se si conoscono e se si comprende come trasformarle in esperienze positive. Viceversa, possono determinare conflitti, litigi, scoraggiamenti, fino alle esperienze più devastanti. Pertanto, ben venga l’educazione alle emozioni sin nella scuola dell’infanzia, che deve coinvolgere non solo le insegnanti e i bambini, ma anche la famiglia e gli altri educatori.  
Educazione

L’insegnante è un modello

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La scuola è spesso in crisi: insegnanti e studenti faticano a trovare una intesa, e soprattutto la disciplina e l’attenzione sono merce sempre più rara. Quale deve essere secondo lei il corretto rapporto insegnanti-studenti? Ludovica di Foligno


Carissima Ludovica, la tua domanda pone al centro il rapporto fra docenti e studenti. È necessario allora porre l’attenzione sul valore educativo della scuola. Oggi, per fare l’insegnante, non basta più conoscere la propria materia, ma è necessaria una preparazione relazionale che l’università non sempre fornisce. Infatti, mentre un tempo il paradigma che muoveva i rapporti nella società era caratterizzato dalla norma e dalle regole, spesso vissute e imposte in modo rigido e autoritario, oggi tutto è cambiato. Il filosofo Galimberti, nella sua analisi sulla società contemporanea, dice che in questi ultimi quarant’anni, con l’esplosione dei mass media e l’invasione delle emozioni, sono avvenuti molti più cambiamenti che non nei 1970 anni di prima. Una volta il professore veniva rispettato e spesso era temuto. Oggi ci si muove all’interno di mille emozioni e gli aspetti relazionali affettivi sono sempre più importanti nel processo formativo. Ogni professore deve sapere che è un educatore. Un tempo l’insegnante era distaccato e il rapporto non era obbligatorio. In pochi anni, invece, si è passati da un rapporto troppo distaccato e distante, caratterizzato spesso da un autoritarismo esagerato, a un’interazione dove quasi non c’è più distinzione tra docente e studenti. L’esplosione delle emozioni ha travolto anche il confine etico-morale che deve caratterizzare la convivenza in classe. Il rapporto quindi deve essere al centro del processo formativo. Un rapporto di stima e dialogo, concentrato su autorevolezza e rispetto. Essere insegnanti oggi comporta una serie di abilità e sensibilità che non sempre vengono prese in considerazione dagli organi competenti e dai dirigenti. Purtroppo le ristrettezze economiche e politiche non sempre favorevoli alla scuola determinano una poca considerazione di questa agenzia educativa che, insieme alla famiglia, è il vero tessuto connettivo della società italiana. Avere educatori preparati professionalmente e umanamente comporta investire risorse non solo per la preparazione scientifica, ma anche per la preparazione umana ed emotiva, che favorisca la maturità di chi si appresta a un compito bellissimo e delicato come quello dell’insegnamento. L’insegnante deve avere quell’autorevolezza che permette agli studenti non solo di imparare, ma anche di stimare il modello di persona che ha di fronte. L’autorevolezza si conquista con ingredienti particolari: 1) la professionalità. Il docente ha il dovere morale di trasmettere il proprio sapere. 2) il rispetto e la serietà dell’impegno. L’insegnante deve essere un modello da imitare per i propri allievi. 3) lo stile fraterno. Il professore deve avere la pazienza del pedagogo, consapevole di avere a che fare con giovani in crescita. Quindi occorre cominciare dalla consapevolezza che in classe l’aspetto relazionale è centrale. Per essere bravi insegnanti non basta più conoscere la materia, ma si deve instaurare un rapporto pedagogicamente corretto con gli studenti, dove chi sa di più si abbassa come un piano inclinato verso chi conosce meno e lo aiuta, mediante una relazione positiva e chiara, a conoscere le cose, il mondo e la vita.
Psicologia

Mi sento sola

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A volte mi sento sola… vorrei qualcuno vicino, vorrei appartenere a qualcuno, insomma perché mi sento così? Carmen


La persona umana cresce e si sviluppa grazie alla compensazione di tre bisogni fondamentali: l’appartenenza, la stima e l’identificazione. Mediante il soddisfacimento di questi tre bisogni, la persona si sente sicura, amata e può portare il proprio contributo al vivere sociale. Il bisogno di appartenenza accompagna l’essere umano per tutta la vita. Sin dalla tenera età il bambino, dopo il processo di interiorizzazione materna del primo anno di vita, sente di “appartenere alla madre”. È infatti grazie a questa esperienza che il bambino può distaccarsi dalla madre ed esplorare il mondo circostante. Nella scuola dell’infanzia poi, vive la stessa esperienza nei confronti dell’insegnante, quando senza accorgersi la chiama “mamma”, e si sente sicuro di seguire quanto gli viene chiesto. Anche nella scuola elementare il vissuto relazionale di appartenenza alla classe, al gruppo, mediante una buona relazione con l’insegnante, è fondamentale per la crescita. Infatti la scuola inglese, la Tavistock di Londra, ha dimostrato che un bambino apprende e impara perché ha un buon rapporto con i genitori e le insegnanti. L’appartenenza poi è fondamentale nella vita di coppia, ove l’esperienza più importante, al di la delle varie tensioni e fatiche, è quella del sentire, da parte di entrambi i partner, che ciascuno appartiene all’altro. Perfino nell’esperienza religiosa e nella fede, l’appartenenza è fondamentale. Infatti, chi crede in Dio, in Gesù, se gli venisse chiesto “perché credi?”, risponderebbe: credo perché, nonostante gli sbagli, Gesù mi vuole bene, sento di appartenere a Lui. Anche le continue tensioni, fenomeni come il bullismo o le varie manifestazione di disagio da parte di molti ragazzi, rappresentano una richiesta disperata di appartenenza. Per cui è importante, mediante gesti, parole e azioni, “far sentire” questa appartenenza. La gentilezza, la cortesia, il sostegno, il sorriso, sono espressioni che mettono a proprio agio chi ci sta di fronte, perché esprimono il fatto che è bello vivere, è bello essere nati su questa terra. Anche se la vita è faticosa, e a volte i momenti di solitudine possono procurare tristezza e malinconia, sappiamo che nel nostro cuore alberga un'appartenenza viscerale: apparteniamo a Dio. È una appartenenza che non ci lascerà mai, tanto che Gesù, l’uomo Dio, è sceso fino a noi per dirci quanto siamo a Lui cari. Sembra assurdo, ma Dio ha bisogno di noi, di appartenere a Noi. Più Dio di così non si può!
Pediatria

Lo sviluppo del linguaggio nel bambino

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Mio figlio Luca, di 20 mesi, non parla molto e quando vuole qualcosa fa qualche gesto o mi chiama con qualche semplice parolina. Ho visto altri bambini della sua età che già si esprimono con diversi vocaboli. È tutto normale? Mi devo preoccupare? Margherita


Uno dei principali studiosi dello sviluppo del linguaggio è stato il grande psicologo sovietico Lev Semenovic Vygotskij (1896-1934), che considerava lo sviluppo della psiche guidato e influenzato dal contesto sociale e dalla cultura, che provoca continue stimolazioni nel bambino. Grazie a strumenti come il linguaggio e altri stimoli, il bambino conosce sempre più il mondo e le cose che lo circondano. Generalmente le tappe principali dello sviluppo linguistico si collocano tra 8 e 36 mesi di età. Vi sono bambini però che iniziano a parlare più tardi. Occorre tener conto che nella maggior parte dei casi il fenomeno è normale, purché siano presenti i prodromi del linguaggio, come la comprensione, l’elaborazione e la produzione. In seguito la competenza linguistica di base si espande e si perfeziona, soprattutto per quanto concerne l’ampliamento del vocabolario, l’uso delle regole morfologiche e sintattiche e la riorganizzazione grammaticale, indispensabile per passare dal livello della semplice frase a quello del discorso e della riflessione. Le tappe più importanti però sono le prime due: l’inizio della comprensione delle parole e l’inizio della produzione delle parole. Queste tappe di solito si raggiungono nei primi 18 mesi e sono indispensabili per verificare le capacità del bambino che, ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi è del tutto normale. L’inizio della comprensione di parole è collocabile fra gli 8 e gli 11 mesi e questa tappa è fortemente influenzata dal contesto. Il bambino, di solito, è in grado di rispondere in modo appropriato soltanto a semplici ordini come “batti le mani, fai ciao”: se questi stimoli sono ripetuti e il bambino risponde sempre correttamente, significa che la comprensione elementare delle parole è acquisita. Già nel secondo anno di vita la comprensione aumenta sensibilmente: generalmente il bambino passa da una comprensione di 60 parole a 10 mesi a circa 200 parole a 16 mesi. Nello stesso periodo il bambino comincia a produrre le parole, dapprima come ripetizione durante il contesto, poi anche senza il contesto. Questa produzione di parole è diversa da bambino a bambino: vi sono bambini che arrivano a produrre entro i venti mesi almeno 50 parole, e altri più precoci che arrivano a produrre anche 500 /600 parole. L’ultima tappa di base importante per il linguaggio è la combinazione di parole, che caratterizza la struttura minima nucleare della frase. Naturalmente, oltre alle capacità del bambino, sono molte le variabili che entrano in gioco durante lo sviluppo del linguaggio e tutte hanno la loro importanza nel facilitare la padronanza, da parte del bambino, delle parole e delle varie combinazioni. I genitori possono favorire questo parlando al bambino in modo affettuoso, carico di emotività, o leggendo al bambino i giocattoli (sì, un giocattolo si può leggere e può essere la fonte di racconti e storie fantastiche che sviluppano nel bambino la fantasia, il desiderio del racconto e la creatività). Il bambino allora comprenderà sempre più che la parola è frutto di attenzione, di amore, di cura. In fondo il vero significato del linguaggio dovrebbe essere di facilitare sempre più i rapporti, il dialogo fra le persone, la gioia di stare insieme. Ecco perché penso che Dio abbia dato all’uomo il linguaggio: per esprimere, ad una sola voce, la molteplicità delle bellezze racchiuse nelle diverse parole.  
Psicologia

Il bambino: l’eterno innamorato

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Sono indignata per quei bambini lasciati al freddo in quelle navi, senza la possibilità di sbarcare ed essere accolti. Una mamma


L’innamoramento è l’energia vitale dell’anima. Lo spazio e il tempo non esistono più, se non nell’assolutezza eterna del presente. Lo sguardo dell’innamorato è pieno di luce e dell’infinito desiderio dell’attesa. Assomiglia allo sguardo del bambino che attende le cure della mamma, i racconti del papà e le sorprese della vita. Se c’è un argomento che mette tutti d’accordo è quello che riguarda i bambini. Infatti sono considerati un bene prezioso per qualsiasi continente, nazione, popolo, in quanto rappresentano il futuro. I bambini sono il domani, il dopo, la continuità, quello che verrà dopo di noi. I bambini inoltre anticipano con la loro presenza il tempo che potrà ancora continuare, quindi il mondo che, finché loro ci sono, esisterà portando le tracce della nostra presenza. Questa attenzione e cura è talmente universale che sugli aerei e sui treni i bambini salgono prima. Di fronte a una catastrofe, un incidente o un terremoto i bambini hanno la precedenza nell’essere salvati e curati. Eppure, molte volte, quello che si vede in questo mondo sembra completamente estraneo ai bambini, anzi questo mondo a volte è talmente crudele che l’unica parola che si può pronunciare è indignazione. Questa indignazione ancora oggi è il grido di tutti i bambini che sono infelici o costretti alla solitudine. Sono bambini castigati, picchiati, abusati, che muoiono di freddo e fame, che vivono nelle baracche e nei campi profughi. Bambini che frugano nell’immondizia per trovare qualcosa da mangiare. Bambini che vivono nelle guerre, tra le armi della morte. Bambini costretti a lavorare come schiavi, obbligati a chiedere l’elemosina. Bambini senza scuola e istruzione. Bambini che gridano in ogni dove, che gridano indignazione per come vivono e che ci scuotono. Per non parlare poi di quando questi bambini vengono lasciati sulle navi, senza poter sbarcare, perché i grandi sono troppo sciocchi e duri di cuore per accoglierli. Ma nonostante tutto i bambini non smetteranno mai di essere innamorati della vita, non smetteranno mai di credere al nostro amore. E allora cosa fare? Forse dovremmo terminare qui l’articolo, ma almeno cerchiamo di non deluderli più, e questo possiamo farlo in due modi: prima di tutto continuando ad indignarci ogni volta che li vediamo nella sofferenza. E poi mettendo in campo tutte quelle azioni concrete per essere come loro, cioè semplici e, nonostante tutto, innamorati della vita.
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