L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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La comunità di anziane

Dovrò prendermi in carico un gruppo di suore anziane (18) ultraottantenni di cui sarei responsabile. Vorrei poter iniziare bene questa esperienza, per questo gradirei qualche suggerimento circa il tipo di relazione impostare con loro e la formazione da intraprendere. Sicuramente sarà un gruppo eterogeneo come formazione culturale, un po’ stanche, ripiegate sui loro disturbi legati all’età. Come aiutarle ad accettarsi ed accettare il loro corpo a questa età, che sicuramente non risponde più come vorrebbero? Grazie infinite, seguo le sue risposte, ma sono poche sull’anzianità tra le religiose. Sr Angela

La ringrazio per la sua domanda veramente preziosa, che mi dà l’occasione di affrontare un tema molto delicato, quello degli anziani/delle anziane nelle comunità. Lei ha ragione, ne ho parlato troppo poco.

Lei accenna all’esperienza imminente di essere responsabile di un gruppo di sorelle già avanti negli anni e questa è proprio una bella sfida.

Il nostro papa raccomanda che ci sia almeno un anziano per comunità, ma direi che in Italia non abbiamo proprio questo problema! Di doverci, cioè, impegnare ad inserire una presenza (anziana) testimone della storia del carisma, perché in effetti queste prevalgono rispetto alle vocazioni più giovani, almeno nella maggior parte delle esperienze comunitarie.

Cerco di essere concreta e di condividere alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza di incontro con i gruppi comunitari eterogenei per età e provenienza geografica. Innanzitutto, come già ho avuto modo di dire in un precedente numero di questa rubrica («Domande e speranze di giovani consacrati e consacrate»), papa Francesco indica un modello ben preciso di anziano, che non è legato semplicemente all’essere avanti negli anni, ma che rimanda ad una coerenza di vita, fino al prezzo della propria esistenza, per essere testimone credibile e non scandalizzare i giovani. Così il vecchio Eleazaro.

Questo è un aspetto estremamente importante in quanto significa che l’anziano, inteso come “saggio”, è colui o colei che ha imparato ad invecchiare. Si potrebbe obiettare che la vecchiaia arriva da sola, e non è certo da imparare. In realtà l’invecchiamento è un’arte che si affina durante il corso della vita, e non la si improvvisa.

In altre parole, il consacrato o la consacrata che ha imparato e mantenuto la capacità di confrontare se stesso con gli altri, non si è irrigidito sulle tradizioni, ma ha saputo aprirsi alle novità del tempo, generalmente è un uomo ed una donna che vive bene la sua vecchiaia, serenamente, nonostante le fatiche e gli acciacchi dell’età. Trasmette la gioia della sua vocazione, non quella effimera o semplicemente sensibile, ma profonda e contagiosa, sa confortare ed incoraggiare, e ha voglia di fare spazio a chi porterà avanti il carisma.

Non sempre, purtroppo, si incontrano consacrati anziani sorridenti e riconciliati, e questo per ragioni diverse che possono riguardare la formazione – un tempo meno attenta nel discernimento e nei valori umani – sopraggiunte malattie fisiche che la persona vive male, l’essersi trovata senza più un apostolato, magari portato avanti per tanti anni a cui è rimasta legata… e così via. Ci si trova, allora, come lei giustamente nota, con sorelle anziane molto diverse tra loro anche in quanto “stile di invecchiamento”.

Cosa si potrebbe fare?

Credo che la parte più bella di chi ha vissuto 60, 70, 80 anni di vita sia la possibilità di mantenere viva la memoria della propria storia vocazionale e comunitaria. Perciò si potrebbe dare a ciascuna il tempo e lo spazio per raccontare il primo incontro con Gesù, il ricordo di cosa l’abbia affascinata di quel carisma, quali erano le tradizioni dell’Istituto che magari oggi sono cambiate.

Senz’altro è vitale che siano ascoltate. In genere gli anziani amano narrare e hanno un gran bisogno di accoglienza, ma non è raro che si sentano poco interessanti per la loro stessa comunità. Certo, bisogna mettere in conto tanta pazienza. Come Lei dice, ciascuna vive in modo diverso il declino del corpo e delle proprie energie.

Inoltre, devono sentirsi impegnate ed ancora utili, per cui, oltre ai piccoli lavori manuali che possono svolgere, potrebbe essere di grande aiuto reciproco invitare qualche giovane a raccogliere i loro preziosissimi spicchi di storia. È anche importante che le sorelle anziane non rimangano isolate come gruppo, perché probabilmente prevarrebbe il senso di nostalgia, quando erano nel pieno delle loro forze e quando si sentivano apprezzate. La comunità, allora, potrebbe prevedere, con persone esterne, dei momenti di festa, il preparare qualche pasto e lo stare a tavola insieme, il poter condividere dei momenti di preghiera e piccole occupazioni pratiche, l’ascolto da parte delle stesse sorelle (quanto bisogno ne abbiamo tutti).

In fondo, si tratta di una modalità alternativa e realistica di formazione permanente.

Ci tengo a dire, tuttavia, che nonostante sia Lei la responsabile della comunità, tutta la Congregazione è corresponsabile delle proprie sorelle. Non è un onere che si può portare avanti da soli, perché rischia di diventare molto stancante e forse frustrante.

Perciò quando sente un carico eccessivo non esiti a prendersi dei momenti di recupero e a chiedere aiuto, è fondamentale poter contare sul sostegno di altri quando si hanno incarichi di governo. Se però la Famiglia religiosa si rende presente e collabora nella riuscita di questa esperienza – non affidando interamente a lei tale sfida – sono certa che la vostra comunità potrà diventare un importante punto di riferimento nel quartiere e nella parrocchia alla quale appartiene.

Può rappresentare, infatti, uno spazio di accoglienza prezioso, anzi unico, in quanto portatore di un “ritmo” diverso, di cui altri possono godere, in mezzo alle corse e alla frenesia del nostro tempo. E Lei non immagina quanto sia desiderabile, per noi laici, poter contare su comunità simili.

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Un seminario meno verticale e più orizzontale

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Mi piacerebbe che entrasse un po’ più nei dettagli concreti del discorso sulla formazione dei sacerdoti. È possibile?


Nella precedente rubrica, Ripensare la formazione, ho fatto cenno all’aspetto relazionale e al costruire relazioni fraterne, dimensioni che sembrano essere carenti nella formazione in seminario e talvolta, paradossalmente, anche nell’ambiente comunitario. Qui riflettiamo a due voci con don Marco Vitale, che nella diocesi di Roma collabora nell’equipe della formazione permanente del clero,  in particolare nell’accompagnamento umano e spirituale dei sacerdoti. Con lui cerchiamo di approfondire proprio la dimensione fraterna in Seminario. Don Marco l’ambiente del seminario è uno spazio in se stesso relazionale, i giovani vivono insieme con rettore e formatore, condividono momenti di preghiera oltre che la vita ordinaria fatta di studio, pasti, tempi ricreativi, eppure una volta usciti da quell’ambiente molti, troppi sacerdoti lamentano una distanza enorme tra loro, come se appunto non ci fossero stati 5 o 6 anni di vita insieme prima. È vero, in seminario, nonostante il calo drastico delle vocazioni, si è comunque un gruppo e molte attività vengono svolte insieme. Nonostante ciò, i fatti, dimostrano che questo non è sempre sufficiente ad educare i giovani a sane ed intense relazioni. Credo che una motivazione di questa difficoltà sia costituita dal fatto che la realtà del gruppo raramente viene percepita come fondamentale: se io diventerò prete dipenderà solo dal giudizio del rettore su di me! Non si fa esperienza di un discernimento comunitario e neppure del doversi fidare degli altri o del dover ricevere fiducia dagli altri. C’è poi la questione delle ridotte relazioni che un giovane in seminario vive quotidianamente, relazioni che spesso sono relegate al solo mondo dell’università. Sarebbe utile che ogni seminarista vivesse rapporti più intensi nella parrocchia di servizio, con le famiglie che lì incontra, con i propri amici. In tutto questo è necessario guidare il seminarista a rileggere le sue relazioni sul piano cognitivo, emotivo e spirituale. Mi sembrano importanti 3 aspetti che lei sottolinea. Il primo: le relazioni non possono essere solo di tipo verticale (col rettore, col formatore, con l’autorità in genere). Il secondo, legato a questo: ci sono pochi stimoli per imparare a collaborare. Il giovane è inserito per l’apostolato in una parrocchia e lì se la vede prevalentemente col parroco che lo accoglie, per cui ancora una volta il rapporto è di un unico tipo. Infine, che non basta «fare esperienza», perché soprattutto durante la formazione iniziale è fondamentale accompagnare il seminarista a leggere, comprendere, valutare il suo modo di stare in rapporto. Cosa potrebbe essere migliorato allora? È difficile rispondere perché ogni seminario è un mondo a sé. Posso dire però, ad esempio, che diversi seminari sono ancora lontani dal coinvolgere nella formazione i laici (ed in particolare il mondo femminile), o dal favorire reciproche relazioni di fiducia tra i seminaristi. Il discernimento è molto sbilanciato sulla persona e poco sulla capacità e la modalità di stare in gruppo. A partire da quello che ha appena detto, è possibile che le derive o gli abbandoni dei sacerdoti, magari proprio nei primi anni di ministero, possano venire da una formazione che ha un’impronta prevalentemente individualista? Non credo che esista un legame diretto tra formazione individualista e abbandono del ministero, piuttosto credo che una formazione molto concentrata sul singolo in quanto tale (attenzione necessaria, ma non sufficiente), non aiuti a riconoscere, accogliere e affrontare fragilità preesistenti nel candidato sul piano interpersonale. Queste ultime, proprio perché non riconosciute, rischiano di diventare sempre più potenti e portare il seminarista, e poi il giovane prete, ad essere più concentrato sui propri bisogni che su un servizio condiviso, e questo a lungo andare può avere delle conseguenze pesanti. In moltissime situazioni di crisi vocazionale, se fosse esistita intorno al sacerdote una rete di sane relazioni, probabilmente le cose avrebbero potuto prendere risvolti più coerenti, meno drammatici, e il prete non si sarebbe ritrovato da solo a portare il peso del proprio malessere. Lei vede delle differenze in chi arriva oggi in seminario? Cosa ne pensa delle nuove generazioni? Ho una grande ammirazione per le nuove generazioni perché devono affrontare una serie di difficoltà inimmaginabili solo 30 anni fa. La trasformazione della famiglia, del mondo del lavoro, il dominio dell’apparenza rispetto alla sostanza, il mito del successo facile e la stessa trasformazione della Chiesa sono, per i giovani, delle grandi sfide. Credo che i giovani di oggi, più delle generazioni precedenti, abbiano grandi risorse interiori, ma spesso inespresse a causa di adulti che hanno il delirio dell’eterna giovinezza e che non riescono neppure a notarli. Aggiungo due parole sulla fede dei giovani: non conoscono più il lessico per esprimerne il bisogno (non lo conoscono più neanche molti dei loro genitori), ma sentono molto spesso il desiderio di Dio. Tradizionalmente la vita del seminario è scandita da una durata, da orari, dai ritmi dello studio. C’è qualcosa in questa organizzazione che potrebbe essere migliorato o aggiornato, proprio perché le nuove generazioni hanno una pasta umana diversa rispetto alle precedenti? Sicuramente non la durata: 7 anni, se ben fatti, sono abbastanza. Qualcosa si potrebbe dire sugli orari dei seminari, ancora impostati sul passato, sono spesso sconnessi dalla realtà della società contemporanea, ma anche delle parrocchie. Neppure questo, però, è il punto centrale, perciò non sto ad approfondirlo. L’aspetto più significativo, invece, è sicuramente quello dello stile: il Seminario è spesso ancora impostato come un tempo di separazione… come uno spazio e un mondo a sé, quasi isolato da quello circostante e quindi irreale. Poi ci si meraviglia che i giovani preti fatichino a creare relazioni di qualità. Lei si occupa di organizzare/pensare la formazione per il clero, potrebbe immaginare delle piste concrete che oggi potrebbero essere ripensate nella formazione dei seminaristi? Probabilmente non dico cose troppo nuove sottolineando che una prima necessità è quella di formare il prete con un’opera di sinergia tra pastorale giovanile/vocazionale, seminario e formazione permanente. Una seconda priorità è quella di mettere in seminario educatori formati, competenti, e con una certa esperienza. Una terza necessità credo che sia quella di ripensare lo spazio fisico del seminario che non può rimanere l’unico spazio da usare: perché non cogliere le opportunità offerte dalle parrocchie, dalle famiglie, dalle comunità religiose maschili e femminili? Una quarta attenzione dovrebbe riguardare il lavoro manuale per la gestione della propria vita quotidiana, spesso i seminari sono degli alberghi! Una domanda più personale: lei che ricordi ha dei suoi anni di formazione? Ricordo anni faticosi, vissuti al rallentatore (per me che ero un giovane «pimpante»), con relazioni piuttosto formali e un forte sbilanciamento a favore dello studio personale e alla fedeltà ai cosiddetti «atti comuni». Nonostante tutto ciò, a distanza di trenta anni, devo ammettere di essere molto riconoscente a quella esperienza di seminario perché sono certo che, se ho superato le tante difficoltà incontrate nella vita, lo devo anche all’esperienza vissuta in quel tempo iniziale. A conclusione di questo numero riprendo alcuni punti che mi sembrano di particolare importanza. Sono riflessioni le nostre, che partono dalla vita e si inseriscono dentro i processi da attivare – più che soluzioni o risposte da dare – che stanno così a cuore al nostro Papa.
  • Lo spazio del seminario, pur «speciale» in quanto luogo e tempo formativo, va pensato all’interno di una continuità, un prima, la vita e la storia delle nuove generazioni, e un dopo, l’ordinarietà del ministro che non avrà più orari, «controlli» formativi, scansione precisa della giornata. Stimolare l’esperienza fraterna favorisce, fin dai primi anni di seminario, una comprensione di sé e del proprio servizio come un sé-con, cioè un sé in relazione ad altri, senza i quali il sacerdote diventa un burocrate o un funzionario qualsiasi. Pensarsi «comunità diocesana» oltre a portare una testimonianza di fraternità è un sostegno enorme per le difficoltà e le sfide che il ministro affronta ogni giorno.
  • Mantenere la formazione su un piano solo o prevalentemente verticista falsa i criteri di valutazione dei candidati e li lascia poveri di formazione alla fraternità, con gravi conseguenze per il ministero successivo.
  • Il seminario è uno spazio circoscritto ma non chiuso, né dal punto di vista logistico, né educativo. Coinvolgere le famiglie di origine, quelle della parrocchia, le comunità religiose, i laici e le laiche può contribuire a «normalizzare» la formazione e a renderla più efficace, in quanto diversifica le esperienze dei giovani, e li prepara ad affrontare la vita da ministri potendo contare su strumenti psicologici adulti – quali la capacità di dialogare, collaborare, chiedere aiuto – che sono essenziali per le grandi sfide che la vita di un prete oggi comporta.
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Ripensare la formazione

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Mi è capitato di assistere con tristezza al caso di un giovane sacerdote straniero, studente a Roma, che nella parrocchia dove fa servizio la domenica viene trattato come un prete di serie B, utile solo per i servizi più umili… mentre il parroco pensa alla carriera. Come è possibile questa mancanza di amore reciproco e di “vita comunitaria” tra i sacerdoti? È un problema di formazione? Un seminarista Giorni fa mio marito ed io abbiamo chiamato un religioso amico di famiglia che poi è stato trasferito altrove. Non abbiamo perso l’amicizia con lui, anche se il cambio di ambiente inevitabilmente riduce i contatti. Siamo stati colpiti dal senso di solitudine che abbiamo intuito in questo nostro amico. Non che lui si sia lamentato, anzi, i tanti impegni pastorali sono per lui molto gratificanti, i religiosi hanno sempre parecchio lavoro da portare avanti. È che certe volte penso che forse anche noi coppie, pur con tutte le fatiche e gli egoismi individuali, possiamo contaminare, contagiare la vita religiosa. Dico una cosa audace, ma lo dico con semplicità. Loro fanno un bene immenso a noi, per la scelta stessa di dono incondizionato di sé, ma forse anche noi coppie e famiglie possiamo ispirare le realtà comunitarie che tante volte sono assai poco “comunitarie”. Una coppia  


Sul tema della solitudine e del senso comunitario ci troviamo spesso a riflettere, ma è interessante la prospettiva che offrono entrambi i lettori. Può essere l’occasione per allargare lo sguardo sulla formazione e su «quale modello» di prete o consacrato sia implicito nel cammino formativo che porta al ministero sacerdotale o ai voti religiosi, da parte di uomini e donne. Lo spazio della rubrica non è certo adatto per una macro-riflessione come questa, ma qualche pensiero credo che possiamo condividerlo serenamente e senza pretesa di offrire soluzioni. Le dinamiche di confronto, competizione, gelosia, dominazione, collaborazione, alleanza/conflitto… tra quanti si trovano ad operare insieme, ad esempio negli ambienti di “lavoro”, sono tipiche della persona umana. Emergono negli ambienti non strettamente religiosi, ma si rintracciano facilmente anche in quelli impegnati a livello spirituale, seminari, parrocchie e comunità. Quindi, innanzitutto sospenderei eventuali toni di scandalo o critica (che comunque non emergono nelle due domande). L’umanità in vocazione è fatta di carne ed emozioni. Certo, quanto più si considerano centrali alcuni valori, come quelli di appartenenza ad un Ideale, di amore reciproco e di servizio, quanto più la vita diventa esigente e alto l’impegno a non lasciare solo come teoria questi valori. Come mai, allora, possono accadere situazioni di non-fratellanza (il prete di serie «b») o di scarsa relazionalità? Un occhio potremmo buttarlo, come dicevo all’inizio, sul modello che finora ha prevalso negli ambienti di formazione, e non dico nulla di nuovo. Un modello soprattutto gerarchico ed efficientista. Come dire che l’obbedienza in senso verticale – ai superiori – orientava la valutazione del candidato: «è docile», «è aperto con me», «non crea mai un problema, perché fa tutto quello che gli viene detto». Quello che però non emergeva – mi si perdoni la semplificazione eccessiva – era: come vive la persona i rapporti orizzontali? Terminata la formazione canonica i preti tra loro si conoscono poco, non sono allenati a collaborare, a fare amicizia, in quanto non ne hanno avuto l’opportunità, e fino al recente passato le «amicizie particolari» erano un vero incubo per i formatori, assolutamente da combattere. Per inciso: particolari, o morbose e chiuse? E anche i religiosi, magari impegnati nella formazione accademica e nell’apostolato durante gli anni iniziali, possono rischiare di stare gomito a gomito in chiesa e a tavola, ma non essere accompagnati ad entrare in una relazione fraterna, più o meno per le stesse motivazioni della formazione sacerdotale. Pensando alla formazione, mi sembra importante tener presente che tutti noi possiamo funzionare bene con chi ha un ruolo superiore (ad esempio un responsabile di lavoro), ma è un’altra faccenda funzionare bene con i nostri pari. Lì le cose si complicano, perché non c’è più il mordente della compiacenza o del timore di essere giudicati male (e magari estromessi dal cammino vocazionale) e allora servono altri stimoli, altre coordinate di riferimento per far andar bene il rapporto. Il clericalismo che preoccupa Papa Francesco è anche questo: il modello fatto a scale che talvolta domina gli ambienti di fede. L’obbedienza, il rispetto dei ruoli, dell’anzianità di fratelli e sorelle, sia chiaro che sono molto apprezzabili, non sto assolutamente minimizzando aspetti che favoriscono (quando favoriscono) il buon vivere insieme. Però penso sia innegabile quanto è dura da sradicare la mentalità del passato di curare alcune dimensioni vocazionali a discapito di altre. Un formatore decide di accettare la proposta di un vescovo di inviare alcuni giovani per la missione popolare in una città. Quando i ragazzi ritornano, praticamente lo «scenario umano» che lui aveva di Marco, Luca, Paolo… lo deve cambiare. Chi sembrava tranquillo e collaborativo con il formatore, ha tirato fuori aspetti di sé inattesi nel lavorare con il fratello che gli era stato assegnato: aggressività, dominanza, senso di superiorità. Diverse donne, responsabili di comunità raccontano lo stesso. Può scattare, nel trovarci alla pari a portare avanti un servizio, la mentalità a scala che in qualche modo ciascuno di noi ha dentro di sé, anche se è vergognoso ammetterlo. Scala di età, di etnia geografica, di pregiudizi che si hanno dell’altro. È umano, solo che è faticoso riconoscerlo in se stessi. Concludo: come sta cambiando il modello di coppia sponsale, con ruoli sempre più collaborativi e di dialogo rispetto ai figli, così sta cambiando o dovrebbe cambiare il modello vocazionale del prete o del consacrato/a. La formazione non può rinunciare a ripensare se stessa, seriamente e con coraggio. La capacità di creare fraternità non si improvvisa, pertanto vanno individuati strumenti concreti per favorirla fin dai primissimi passi vocazionali, anzi fin dalla comprensione di fondo del ministro e del religioso. Nel prossimo numero proverò ad approfondire questo aspetto, in dialogo con chi si occupa direttamente di formazione. Se è naturale obbedire ed impegnarsi con chi ha una posizione «maggiore», non lo è altrettanto imparare a voler bene – che non è né simpatia, né amicizia a tutti i costi con tutti – a rispettare, a collaborare, a perdonare per poter far funzionare le cose con un proprio pari. Perciò l’ambiente di formazione dovrebbe offrire degli spazi sereni in cui, dentro e fuori casa, chi è in cammino possa crescere nel senso comunitario. Non in astratto: dietro il «comunitario» ci sono volti, persone, storie. Però questo cambiamento è in atto. I giovani chiedono di essere aiutati a star bene con gli altri in seminario o comunità e vogliono scardinare eventuali distinzioni razziali; non pochi formatori e formatrici sentono l’urgenza di rinnovare l’ormai vecchio progetto formativo, e diversi Vescovi hanno chiaro il desiderio di un presbiterio rinnovato. Qualcosa, seppur lentamente, si muove eccome.
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La seconda vocazione

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Sono una consacrata con molti anni sulle spalle, di vita e di esperienza comunitaria. Se mi chiede se sono felice le dico di sì! Ma «diversamente» dall’inizio, ormai più di 40 anni fa. Quello che voglio condividere non è tanto la mia vita quanto l’esperienza che ho attraversato. Ad un certo momento del mio percorso mi sono innamorata di un uomo con cui collaboravo e per me è stato sconvolgente, credevo di essere immune da cadute o crisi, e questo evento inatteso mi ha fatto molto male. In un certo senso mi ha delusa… ero delusa da me stessa, perché sentivo di aver perso la freschezza degli inizi, di non riuscire ad alimentarmi dell’ideale dei primi tempi. Arrivo al punto: questo momento è stata una cesura, è stata la mia ripartenza: ho dovuto rivedere la mia «idea» di vocazione, mi sono confrontata con la corporeità di cui facciamo dono noi consacrati. Dalla teoria astratta la mia esistenza si è incarnata. Con questo vorrei incoraggiare formatori e formatrici da una parte, e giovani dall’altra, a non spaventarsi se la vocazione ad un certo punto «cambia», si invera, sembra diversa da quella originaria. È diversa sì, ma forse più autentica! Nessuna paura, allora, quando ci sono momenti forti, forse sono la porta per un salto di qualità. Una consacrata 70enne In comunità ho avuto un discreto «successo» umano, fin da giovane ho goduto della fiducia dei miei formatori e già nei primi anni dopo la professione ho ricevuto incarichi di accompagnamento, e poi di governo. Umanamente si potrebbe dire una vita realizzata. Ma ad un certo punto il buio. Non c’erano ragioni perché mi sentissi «depresso» eppure io mi percepivo così, con un non-senso di tutto, come se, raggiunte quelle vette, la vita comunitaria e quella con Dio mi sembrassero prive di significato. Forse un eccesso di lavoro, o forse il bisogno di ritrovare le motivazioni profonde, perché quelle dell’inizio non mi convincevano più. Molte tradizioni della mia realtà mi sembravano ormai da superare, il modo di condurre l’apostolato troppo vecchio… insomma proprio io che avevo responsabilità importanti sentivo l’urgenza di prendere aria e mettere aria dentro la nostra realtà carismatica. Può immaginare lo spavento: temevo di aver buttato all’aria tanti anni di vita e che non avrei più ritrovato la mia strada. Non è andata così. Anziché sotterrare tutto questo, mi sono preso il tempo di pensare e parlare di quello che stava accadendo in me. Fratelli e superiori non mi hanno preso per “matto” o egoista/capriccioso. Hanno avuto la lungimiranza di comprendere che forse poteva essere un momento prezioso per tutti, per ripensare sul serio alcune consuetudini e perché io stesso potessi conoscere il «nuovo me» che emergeva. Non si sono spaventati, questa è stata la cosa grande. Di solito quando in comunità si manifesta inquietudine si pensa subito: «ecco sta in crisi!». Eppure le crisi possono essere davvero una seconda vocazione. Un consacrato


Le due testimonianze che ho voluto condividere in questa rubrica sono state solo rese anonime togliendo nomi e luoghi, ma sono integrali e autentiche. Da parte mia, condivido appena qualche risonanza. È profondamente vero che dopo la «prima vocazione», quella dell’innamoramento iniziale, bellissimo ma disincarnato, arriva il momento in cui le farfalle nello stomaco sembrano volare via… Può accadere che la persona che aveva ispirato quel percorso di vita abbandoni la vocazione e scelga altro; può accedere che, come la religiosa, quando si credeva di aver dato tutto il cuore a Dio, ci si accorga che il cuore è rimasto di carne. Può accadere, ancora, che cambi lo sguardo sul carisma e la realtà comunitaria, perché ciò che prima convinceva ora scricchiola, se ne vedono limiti e nuove potenzialità ancora inesplorate. È il momento della cosiddetta crisi, tema che attraversa l’Amoris Laetitia in un modo davvero straordinario. La crisi non è la caduta irreversibile, una perdita di fede o un indebolimento della buona volontà – lettura che si rischia di fare negli ambienti vocazionali –. È invece parte integrante della vita della famiglia, «della sua drammatica bellezza» (AL, 232) e noi possiamo estendere la riflessione di questo paragrafo alla coppia matrimoniale, alla storia di ciascuno di noi, all’esperienza vocazionale. Non si risponde a 20, 30, 40 anni, passando poi il resto del cammino di vita vagheggiando i tempi d’oro, quando tutto sembrava scorrevole e leggero, quando non c’era bisogno di convincersi perché le cose comunitarie o di apostolato era attraenti e motivanti in se stesse. Il n. 233 dell’AL prosegue così: «La reazione immediata è fare resistenza davanti alla sfida di una crisi, mettersi sulla difensiva sentendo che sfugge al proprio controllo, perché mostra l’insufficienza del proprio modo di vivere, e questo dà fastidio. Allora si usa il metodo di negare i problemi, nasconderli, relativizzare la loro importanza, puntare solo sul passare del tempo. Ma ciò ritarda la soluzione e porta a consumare molta energia in un occultamento inutile che complicherà ancora di più le cose […]». Gli anni trascorsi vivendo insieme ad altri e impegnandosi nell’apostolato permettono alla persona di conoscere se stessa in un modo nuovo. Questo vuol dire crescere: lasciarsi interrogare e scomodare dalle esperienze che si fanno, e avere il coraggio di entrare nel cambiamento per comprenderne la portata. Il voler lasciare le cose come stanno, o cercare di evitare il passaggio dalla vita “innocente” a quella adulta fa sì che si costruisca una bolla in cui si rimane aggrappati al “ricordo” di come si era, di «come era la nostra Congregazione… quando ancora c’era il fondatore… quando ancora le cose andavano come dovevano andare, senza troppi grilli per la testa… ora qui non si capisce più niente». Credo che, anche senza volerlo cercare, il momento del disincanto arrivi sempre (è auspicabile che arrivi, anzi). Può assumere l’aspetto del buio di cui parla il formatore, può essere quel senso di inquietudine in cui diventa fortissima la voglia di capire di nuovo, di trovare nuove risposte, di dare forma al dono di sé a Dio non procedendo per inerzia o secondo linee preconfezionate (cf. L. Bruni, https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-beatitudine-della-sete). Cosa si fa, allora? Come si capisce che non è la fine di tutto? E chi sta intorno cosa può fare di fronte ad un fratello/sorella che sembra «fuori rotta»? Prendo spunto dalle due testimonianze:
  • le comunità, le strutture formative che non coltivino l’infantilismo dei propri membri sono quelle in cui, paradossalmente, si discute, si può non essere sempre d’accordo, dove c’è una pluralità di punti di vista che non viene azzerata; dove le persone diventano autonome (che non vuol dire isolate o a sé);
  • ciascuna vocazione si realizza nella fraternità e attraverso la fraternità, tuttavia ogni storia è originale, non segue un cliché, per cui fare confronti tra il cammino di Marta e Fabio con quello di Francesca e Lucio può essere fuorviante;
  • come ha scritto il formatore: è fondamentale prendere sul serio, senza demonizzare o condannare, l’inquietudine, la delusione o l’apparente smarrimento che attraversa un fratello o una sorella. Direi che ciascuno ha diritto di trovarsi al buio perché quello può essere il momento della ri-scelta, più autentica. Ciò non vuol dire abbandonare a se stesso chi vive un tempo forte, vuol dire, piuttosto, rendersi presenti, dire «ci sono se hai bisogno di parlare», ma senza pretesa di dare risposte, né allarmismi catastrofici, o giudizi pesanti («chissà cos’ha in testa!»);
  • a rendere salvifica la crisi è il suo esito: la persona allarga il proprio cuore, attraversa il buio ma non ci rimane dentro isolandosi dagli altri, «non si vive insieme per essere sempre meno felici, ma per imparare ad essere felici in modo nuovo, a partire dalle possibilità aperte da una nuova tappa» (AL, 232).
  Non parlo, quindi, di un happy end, da «e vissero tutti felici e contenti», ma di una consapevolezza nuova, in cui ci si dispone a camminare tra fatiche ed imprevisti, a lasciarsi sorprendere dalla storia propria e altrui. Più benevoli, meno rigidamente ancorati a quelle sicurezze che in realtà ci lasciavano immobili. Aggiungo una nota che torna spesso in questo spazio di rubrica: l’imparare a essere felici in modo nuovo lo intendo come felicità relazionale, non solo individuale. I passaggi di vita in cui percepiamo di aver fatto un salto di qualità sono quelli che ci rendono persone autentiche, ma anche generative. Il contagio è (dovrebbe essere) reciproco: una vocazione che riprenda vigore dovrebbe contaminare e influenzare la vitalità comunitaria. Questa però, a sua volta, è chiamata a incoraggiare e a lasciarsi interpellare dalle nuove intuizioni – la seconda vocazione – di ciascun fratello o sorella.
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Quando si diventa “adulti” nei percorsi vocazionali?

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Un giovane giorni fa, durante il nostro colloquio periodico, mi ha rimandato – e senza mezzi termini – che non si è sentito da me supportato in occasione di una circostanza relativa alla sua famiglia. Cosa con cui non ho concordato, avendogli, invece, manifestato (almeno così pensavo) grande vicinanza. D’altro canto mi ha anche rimandato il desiderio di sentirsi più “adulto”. In altre parole: di poter avere maggiori margini decisionali e non dover chiedere per tutto il mio permesso. Non è proprio facile trovare un equilibrio con i giovani di oggi! Un formatore Sono una consacrata 35enne, non giovanissima quindi, mi domando quando veniamo considerate abbastanza “grandi” da poter assumere responsabilità prima dei 60 anni! Perdoni la mia franchezza, ma anche con altre consorelle ci troviamo a discutere di questo, il non essere prese sul serio come capacità di dire la nostra opinione e dirla in modo efficace, cioè con dei risvolti concreti nella vita di comunità.    


Ho messo insieme le due considerazioni, che provengono da versanti diversi, proprio per la loro somiglianza: quando si è “adulti” nei percorsi vocazionali? Quando un membro può considerarsi veramente tale rispetto alla sua realtà di appartenenza? Vado subito al concreto, con una distinzione. Per l’esperienza che ho rispetto alle realtà vocazionali direi che le donne negli ambienti vocazionali sono decisamente «svantaggiate», quanto ad autonomia. Storicamente negli ambienti di vita insieme l’autorità femminile ha avuto e talvolta ha un ruolo dominante, più che maggioritario. Mi spiego, sapendo di ripetere un aspetto per me molto importante. Il cammino vocazionale inizia ed è consentito a persone adulte, quanto meno per età (a parte la realtà dei seminari minori che richiederebbero un discorso a sé). Le persone possono non essere sufficientemente mature, ma comunque sono cronologicamente “grandi”. Quando si entra in seminario o comunità è vero che inizia un percorso nuovo e quindi si regredisce fisiologicamente – ed è del tutto normale – ad una condizione che potremmo paragonare se non all’infanzia, all’adolescenza. La persona deve costruire una nuova identità (ed è quanto ella stessa desidera), imparare un nuovo modo di stare in relazione con l’autorità e con gli altri. Tuttavia, rimane adulta. L’anomalia della regressione è temporanea e funzionale allo sviluppo progressivo di un’autonomia e di un senso di appartenenza a quella realtà. Altrimenti l’essere umano rattrappisce e rimane letteralmente «fissato» (espressione tecnica/psicologica) ad una fase evolutiva anomala. Cioè: magari la persona ha 25/30 anni o anche di più, ma viene percepita, e quindi rischia di auto-percepirsi, come una 15enne che ha ancora bisogno che la si vigili, che riceva raccomandazioni di prudenza, a cui sono precluse delle possibilità decisionali. E questo non va! La vocazione è per adulti e deve orientarsi a rendere sempre più libera ed autonoma la persona, capace di assumersi la propria storia con Dio, con i fratelli e le sorelle, con il prossimo che incontra. I ruoli, i voti, le promesse sono una parte che va presa sul serio, ma mantenendo la chiarezza che si rivolge a dei «chiamati da Dio». Dio li ha già presi sul serio. Questo, però, va letto in modo integrale. Talvolta si reclama nello stesso tempo autonomia, ma anche un’attenzione al limite dell’infantilismo. Possibilità di decidere da sé, e insieme una cura che può assomigliare a quella del rapporto genitore-figlio. Allora la riflessione si sposta anche su un’altra prospettiva. Essere adulti significa autonomia e responsabilità insieme. Man mano che un seminarista o un membro di comunità procede nel percorso, cresce (o dovrebbe crescere) e quindi acquisire un senso sempre maggiore di essere parte di quella realtà, e quindi farsene carico con passione. Avere a cuore il bene di quella «famiglia», sentirsi genitore dell’ambiente, pur non avendo il ruolo ufficiale di responsabile o formatore… Un criterio vocazionale centrale credo sia proprio questa progressiva presa in carico da parte del giovane (per cammino o per età) di ciò che lui o lei vive. La passività, la continua richiesta di attenzioni o conferme, l’assenza di iniziative (nell’attesa che il superiore/la superiora ce l’abbia), il proiettare le responsabilità sempre su altri, non depone bene rispetto ad un discernimento. Quindi il formatore pone una questione molto importante. È sano e doveroso favorire la crescita libera di chi si accompagna, ma chi viene accompagnato in questo ha una parte attiva, cioè a sua volta deve assumersi tale impegno. Citando ancora una volta il Manuale Diagnostico di ultima generazione, i «comportamenti proattivi e pro-sociali» sono considerati importanti per definire l’identità matura. Dunque non è un dettaglio che chi intraprende un percorso vocazionale sia aiutato ad assumersi comportamenti sempre più intraprendenti. La consacrata espone, pertanto, una richiesta giusta: non si può rimanere per 10, 15, 20 anni come dei neo arrivati, né come dipendenza, né, però, come passività (= irresponsabilità). Prima di concludere mi sembra significativa anche la considerazione sull’ascolto, che pone il formatore. Mi pare una nota dolente. L’ascolto, il tempo dedicato al confronto personale e comunitario sono un’attenzione degli ultimi anni. Nessuna colpa o accusa! Andava così la società rispetto ai «piccoli». Oggi credo che la prospettiva sia diversa. Mettersi a disposizione dell’altro (rettore/formatore/formatrice-giovane) è essenziale. L’arte dell’accompagnamento sta anche in questa disponibilità a offrire con regolarità attenzione, dialogo, accoglienza personale per imparare a conoscere la storia di chi sta in seminario o comunità (e aggiungo: anche del sacerdote fuori formazione), per condividere come sta, cosa vive, cosa gli/le accade in questo periodo. Non è infantile. Lo sguardo personale evita il sentirsi dei numeri o solo forza lavoro per l’Istituto. È faticoso. Chi ha ruoli di formazione o leadership mette in conto che buona parte del proprio tempo sarà riservata a questo servizio. D’altra parte – e concludo, insistendo su questo aspetto – il confronto stesso, il dialogo, il raccontarsi avviene tra due adulti. Non si gioca a «mamma e figlia», «babbo e figlio» di storica memoria. Allora mettersi in comunicazione col proprio responsabile significa disporsi, da adulto, a lasciarsi aiutare a camminare verso la libertà interiore e un amore sempre più generoso.
Vita in comune

I veri obiettivi di una vocazione

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Ho letto il precedente articolo sulle “mafie spirituali”, mi è piaciuto e l’ho condiviso. Capisco bene che il discorso non è generazionale, ma di chi in certi meccanismi brama di entrare, nonostante il recente ingresso in una realtà nuova, mentre invece c’è chi si trova ad averli sempre rifiutati e a non aver mai partecipato al circolo… è un lavoro fatico scardinare simili meccanismi, specie perché chi li vuole… non vuole rinunciarvi. Chi non vi partecipa, d’altro canto, in genere è rassegnato. Il dialogo credo sia la giusta cura, ma soprattutto penso alla formazione ben fatta e lungimirante, volta a renderlo costruttivo e onesto. Giovanni, seminarista


Grazie della risonanza Giovanni, il tema che lei riprende continua ad essere delicato e complesso. È vero che quello del potere, della carriera – traduco così quelli che lei chiama «meccanismi» – non è un problema generazionale, ma di motivazioni più o meno mature. L’attenzione prevalente della formazione vocazionale, almeno fino a tempi recenti, è stata sulla dimensione sessuale dei giovani e meno giovani, mentre si è dato meno rilievo ad altri aspetti che invece sono fondamentali. Come se l’assenza di disagi sul gestire la castità significasse che «il giovane è ok e può andare avanti». Non è così! Ad esempio, accade talvolta che un ragazzo o una ragazza, un uomo o una donna, che stanno per molto tempo in comunità (seminario o di vita religiosa), si presentino sereni nel complesso, collaborativi, efficienti negli studi, remissivi rispetto all’autorità. Poi, negli anni, arriva il momento in cui viene data loro una responsabilità: allora emergono aspetti sorprendenti e quelli intorno dicono «come è cambiato/a», «l’avevo conosciuto/a diversamente», «non è lui/lei, non ci si riesce più a parlare». In altre parole: finché la persona vive un’obbedienza formale o verticale, la compiacenza può prevalere sulla verità di chi ella sia. Mi viene in mente l’episodio di Matteo 18 del servitore che presenta un volto davanti al re e un altro davanti ai suoi compagni, o a quelli che considera «inferiori».   La persona, infatti, non appena sia fuori dallo spazio protetto di essere semplicemente un membro in formazione, magari perché riceve un incarico particolare, può iniziare a prendere le distanze dal gruppo, a rivendicare il ruolo diverso, ad avere atteggiamenti prepotenti, a sottrarsi dagli impegni comuni di preghiera o semplicemente domestici. Sono situazioni da non sottovalutare a livello formativo. Sembrano inezie (in fondo tutto il resto funziona), ma non lo sono, perché possono, invece, indicare bisogno di controllo, di riconoscimento, di stima, che col tempo, se non colti e non elaborati, creano i presupposti per quello che il nostro papa chiama “clericalismo”, come forma di aristocrazia, di ricerca spasmodica del ruolo, del potere, di una carriera meritevole, che mina la vocazione stessa. E questo riguarda uomini e donne, sacerdoti e religiosi/e, e naturalmente anche laici e laiche. Dove sta la difficoltà in tutto ciò?   Primo: non è che la persona esprima chiaramente questi bisogni, che rimangono sullo sfondo inconsapevole della sua vocazione, né i formatori spesso si rendono conto della gravità di certe disposizioni interiori, perché magari all’esterno “va tutto bene”, gli studi procedono, e tutto sommato non ci sono problemi rilevanti. Secondo: è umano desiderare successo e consenso sociale. Il punto è: come fare perché questi non prevalgano sulla scelta dell’Ideale? Terzo: purtroppo – e anche questo non deve scandalizzare – talvolta sono formatori, formatrici e superiori/e ad essere dentro logiche meno “pure”. In altre parole: la testimonianza di autenticità di chi accompagna è fondamentale. Da qui l’importanza di accompagnatori competenti e che abbiano fatto, a loro volta, un percorso serio di conoscenza di sé.   Non mi piacciono le ricette e i manualetti pratici di soluzioni. Ogni storia è a sé, ogni ambiente ha le sue risorse e le sue sfide. I processi umani sono complessi e non li possiamo semplificare troppo. Tuttavia si possono individuare percorsi che orientino l’attenzione formativa a cogliere il più possibile eventuali motivazioni secondarie. Questo già avviene negli ambienti vocazionali, qui cerco solo di raccogliere alcuni spunti:
  • Nei seminari e nelle realtà a vita comune, è bene che chi è in formazione faccia un’esperienza intellettuale, di crescita culturale e di conoscenza biblica, ma è altrettanto importante che sperimenti la vita semplice, quella povera, lavorando, magari con altri confratelli/consorelle, in mezzo alla gente. Aggiungo che non basta lanciare le persone a «servire», è essenziale accompagnare le esperienze, parlarne insieme, rielaborarle: come il giovane sta vivendo quel servizio? In quali forme? Come va la collaborazione con l’altro/a?
  • La formazione ha delle tappe previste dal Diritto canonico, ma non è sufficiente voler continuare, né c’è un diritto in tal senso da parte della persona. Anche in questo caso il nostro papa insiste sui percorsi personalizzati, sul discernimento raffinato, e ciò vuol dire che chi arriva in seminario o in comunità andrebbe aiutato ad entrare in questa logica di non-diritto.
La vita consacrata in senso ampio, quindi anche la realtà sacerdotale, non è come andare a scuola: si studia, si superano gli esami e si va all’anno dopo col gruppo classe. La chiamata di Dio è personale, il processo vocazionale è personale. Rettore, vescovo, formatore/formatrice valutano le condizioni spirituali e psicologiche di quella persona, nel tempo, senza obblighi a consentirne la prosecuzione. Se lui o lei trascorre un altro anno in seminario o in comunità questo non corrisponde in automatico a: «allora arrivo all’ordinazione, alla professione». Questo non è punitivo, ormai su questa rubrica lo ripetiamo spesso: è sempre e solo a beneficio della persona, la quale potrebbe non maturare a pieno, non essere felice, qualora proseguisse su quella strada. La vocazione è alleanza d’amore e chi accompagna verifica che non sia illusoria, ma vera e potenzialmente durevole.
  • Nonostante la crisi numerica, la valutazione integrale della persona in cammino dovrebbe non abbassarsi di livello («ci accontentiamo perché siamo già pochi»). Di nuovo: non si «giudicano» giovani e meno giovani, li si aiuta a realizzare se stessi e questo aiuto passa attraverso osservazioni concrete e non solo sessuali (masturbazione, pornografia…), che però devono essere rigorose, cioè prese sul serio. Quali sono gli obiettivi veri di quella persona, quali sono i suoi modelli di riferimento, come vive con i suoi confratelli/consorelle (o vive solo i rapporti d’autorità), come gestisce il suo tempo non strutturato, come si comporta di fronte alle responsabilità?
  Tali attenzioni significano voler bene e credere nella bellezza della vocazione sacerdotale e religiosa. Significano lavorare oggi perché domani sacerdoti e religiosi siano testimoni evangelici, umanamente compiuti (il più possibile), e non solo uomini e donne in carriera. Ma questa logica è dura per tutti noi.
Vita in comune

Mafie spirituali

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Noi parliamo spesso delle mafie: è questo. Ma ci sono delle “mafie spirituali”, ci sono delle “mafie domestiche”, sempre, cercare qualcun altro per coprirsi e rimanere nelle tenebre. Non è facile vivere nella luce. La luce ci fa vedere tante cose brutte dentro di noi che noi non vogliamo vedere […]” (Omelia di Papa Francesco a S. Marta, 6 maggio 2020). Sono parole che mi hanno molto colpito e che ritengo profondamente attuali e concrete per i tempi che stiamo vivendo oggi all’interno delle famiglie religiose. La politica delle “mafie domestiche” che caratterizza le scelte e le dinamiche di chi riveste ruoli di superiorato, è quella di chi li ha ricoperti in passato e non vuole mollare lo scettro, il potere e l’autorità avuti impedendo un cambiamento necessario per far sì che l’opera di Dio continui nel tempo, e non muoia o imploda a causa del calcolo umano. Gesù stesso ci dice nel Vangelo per vino nuovo ci vogliono otri nuovi. Chi beve vino vecchio non vuole vino nuovo. Dice infatti: quello vecchio è migliore. […] Mi rattrista dover constatare che alla fine è solo il nostro calcolo umano quello che affermiamo, che promoviamo, tutto fatto nel nascondimento, celato dietro alle giustificazioni di “un bene superiore e comune o per il bene della Provincia”. Come ribadisce anche il papa, questo atteggiamento ti porta a fare società con gli altri per rimanere sicuri nelle tenebre...Non è facile vivere nella luce. […] Io come giovane religiosa che, al momento presente, non ha voce nella propria famiglia religiosa, confido e spero nel Vino nuovo perché credo nella vita religiosa come scelta e stile di vita caratterizzato da trasparenza, rettitudine e onestà… nessuno di noi, nuove generazioni, chiede perfezione o comunità impeccabili, ma una adesione ferma a determinati valori che non sono negoziabili. Una giovane consacrata    


La domanda è d’impatto, non c’è dubbio, decisa e coraggiosa. Provo a condividere qualche considerazione, sperando di dare la giusta accoglienza e risonanza a questa giovane voce e cercando di non scadere in letture che dividano in due la realtà: da una parte i buoni e puri, dall’altra i cattivi e “mafiosi”. In effetti chi è più fresco di entrata, nei seminari o nelle comunità, ha uno sguardo altrettanto fresco, e un ideale forte e pulito: seguire il Signore attraverso l’intuizione carismatica di quella realtà o nell’impegno pastorale. Poco per volta, come è normale che sia, l’ideale si incarna nell’umanità propria e altrui che talvolta può non essere così meravigliosa, allora si sperimenta quasi una battuta d’arresto o una brusca caduta a terra. Ci può stare. Accade alle coppie dopo un po’ di tempo insieme, accade a seminaristi, giovani sacerdoti, religiosi e religiose quando passano i primi anni formativi. Con questo, però, non intendo dire che va bene così. Vengo più direttamente alla sua riflessione. C’è una tradizione e c’è una storia su cui si fonda e si innesta la vita di una comunità oggi. Ci sono fratelli e sorelle che rappresentano la memoria storica di quella parrocchia, quella famiglia religiosa, c’è uno stile che negli anni si è consolidato, modi di vivere il ruolo, ad esempio come rettore, superiore/a, formatore/formatrice… Come fare per non scartare tutta l’eredità, ma anche per rinnovarla veramente? Non è per niente facile. Purtroppo accade che negli anni tutto questo si possa cristallizzare (consuetudini, ruoli, stile di preghiera), perdere di trasparenza e non riuscire più ad essere generativo. Uomini e donne si attaccano al potere – sebbene si tratti, visto dal di fuori, di un potere piccolo assai –, si innescano meccanismi molto umani di compiacenza con chi “può farmi comodo”, di sotterfugi, di amicizie che, anziché aprire e far crescere la vita in comune o la fraternità sacerdotale, creano separazioni, amplificano i conflitti (quindi non sono vere amicizie). E ancora: alcune figure diventano intoccabili, passando tutt’al più da un ruolo a un altro (da superiore a vicario, a economo, a responsabile di formazione, per poi tornare superiore), senza che nessuno possa metterne in discussione le decisioni. Attorno a loro si creano gruppi devoti, compatti e uniformi che condividono uno stesso modo di intendere l’obbedienza, o l’apostolato, e possono perdere il contatto reale col resto della fraternità, e con le idee e proposte di chi ne sta “fuori”. Anche il linguaggio ne risente fortemente, in quanto si parla, appunto, di «noi e loro». Si viene a creare, di conseguenza, un sistema di concessioni, esenzioni e privilegi per quanti stanno dentro quel giro. Comprendo così le mafie spirituali. Non c’è da scandalizzarsi, succede e magari accade che siamo proprio noi all’interno del gruppo che gode di questa “immunità”. L’economista Luigino Bruni ha scritto molto sull’atrofia in cui possono finire le Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), e non risparmia parole forti: «Questa fraternità-prossimità semplice e universale è la prima che rischia di scomparire quando le comunità si strutturano e diventano organizzazioni via via più complesse. In questa trasformazione della natura delle relazioni si annidano virus tra i più subdoli e cattivi» (Il capitale narrativo – Città Nuova 2018).   Fin qui la parte critica – e anche la più immediata da riconoscere –, che però non può rimanere fine a se stessa. È essenziale, anzi, cercare di offrire delle possibili piste costruttive e propositive per non perdere l’autenticità del carisma, la freschezza della fraternità e la forza innovatrice di una vocazione individuale e comunitaria. Lamentarsi e basta è proprio ciò che Francesco ci invita a non fare! (cf. AL 57). In questa direzione provo, quindi, a condividere qualche spunto.
  • Si parla di famiglia e di famiglia carismatica (anche la realtà sacerdotale lo è), quindi ragionare in termini di conflitto o di rivendicazione porta fuori strada, anzi direi che non è un buon indice di maturità avere sempre bisogno di fare “battaglie”.
  • Non sono solo i giovani, per età o entrata, ad avere la capacità di notare le stonature nell’esercizio dell’autorità o nel vissuto comunitario. Talvolta anche fratelli e sorelle anziani hanno questa vivacità di mente e cuore, per cui dar loro voce è fondamentale. Scartare a priori una opinione solo perché proviene dalla «solita» o dal «solito» rompiscatole rischia di spegnere l’opportunità preziosa che una comunità ha di rinnovarsi. Ci vogliono coraggio e libertà interiore per dare spazio alle voci apparentemente dissonanti.
  • Poiché si tratta di questioni importanti e delicate, che toccano l’incarnazione del carisma oggi, i corridoi e le stanze private non sono la sede adatta per portare avanti discorsi simili (anche questo è mafioso). Sarebbe veramente importante trovare spazi pubblici e tempi regolari per poter dialogare. Dialogare è un’arte, si acquisisce praticandola, altrimenti il trovarsi insieme diventa un caos, fatto di accuse e giustificazioni. Il dialogo deve fare spazio all’altro, mettere ognuno nelle condizioni di dire la propria idea e ascoltare gli altri, senza giudizi reciproci e senza che nessuno si possa ritenere super partes. L’apertura deve essere bidirezionale: membri verso superiori e viceversa; ciascuno potrebbe vedere o comprendere cose che l’altro non vede, per questo l’ascolto accogliente è fondamentale.
  • A corollario: dialogare vuol dire anche impegnarsi a non creare fratture, né arrendersi (“volete andarvene anche voi?”), ma offrire suggerimenti senza pretendere di essere immediatamente ascoltati ed esauditi. Avere a cuore veramente il bene di una comunità significa non anteporre i propri tempi a quelli dei fratelli e delle sorelle.
  Infine una parola alla giovane consacrata, icona di molte vocazioni innamorate e coraggiose. Posso dire che incontro una simile passione e coraggio anche in figure istituzionali: vescovi che sentono l’urgenza di rinnovare la formazione e la fraternità sacerdotale, per restituire trasparenza alle proprie diocesi; responsabili generali che avanzano proposte aggiornate e all’avanguardia rispetto al «si è sempre fatto così». C’è tanta voglia di rinnovare la Chiesa, le realtà vocazionali e carismatiche. Credo sia vincente innanzitutto il crederci, come emerge nella riflessione iniziale, e poi “lo stile”. Se è di confronto e di autentica volontà di progredire insieme (non, quindi, una lotta personale), i risultati, nel tempo, arriveranno. Conosco tante belle esperienze seminariali e comunitarie che sono in questo processo dinamico e profetico. Sono certa che saranno sempre meno isolate.  
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