L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Psicologia

Omosessualità e abusi

Ho letto le sue ultime 3 risposte. Ma come si collocano le norme e i criteri di discernimento che la Chiesa ha stabilito da tempo in questo campo, vedi Ratio fundamentalis, approvata anche da papa Francesco? Non si ha il coraggio di prendere posizione e assumerli o contestarli? Il papa emerito Benedetto ultimamente ci ha parlato di “club omosessuali”. Lei cosa ne pensa? Un consacrato

Perché non parla anche del tema abusi? Un formatore

In quest’ultima puntata della rubrica sul tema dell’omosessualità riprendo alcune osservazioni che mi sono giunte, affronto l’accostamento indebito tra omosessualità e pedofilia/abusi, infine riassumo gli aspetti che mi sembrano importanti.

La prima considerazione riguarda “l’impronta psicologica” della nostra rubrica, dedicata al cammino sacerdotale e alla vita in comune, di consacrati e consacrate. L’antropologia cristiana costituisce “la radice” e insieme il riferimento dei miei contributi che rimangono, però, psicologici e non teologici. Mi sembra utile ricordarlo per delineare il tipo di competenza che posso offrire.

Un altro aspetto che voglio riprendere con riferimento ai diversi contributi interessanti, pertinenti e attenti, che ci sono giunti in merito alle rubriche pubblicate sul tema dell’omosessualità, è quello che riguarda l’espressione di non ammissibilità al Seminario e agli Ordini sacri di «coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze profondamente radicate, sostengono la cultura gay» (Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, n. 199).

Non si può che condividere il dato incontestabile che praticare la sessualità (con persone dello stesso sesso, come con persone di sesso diverso) è del tutto incompatibile con una vocazione dove la genitalità, e l’espressione fisico-erotica sono sospese perché la persona fa dono di tutta sé stessa – cuore, mente e corpo – al Signore dell’Amore. Solo Lui può chiedere questa totalità e dare la grazia di corrispondervi per tutta la vita.

È chiaro, quindi, che il persistere della sessualità in modo attivo con un partner e il sostenere che sia giusto così, nonostante si proclamino celibato e castità come scelte esistenziali, rendono la persona scissa e quindi non ammissibile, né in seminario, né in comunità.

D’altro canto le tendenze sessuali, in quanto tali, salvo eccezioni – per esempio se la persona non ha raggiunto un adeguato grado di maturazione, e sta mettendo in discussione la propria identità in un percorso specialistico – sono radicate in tutte le persone adulte. Pertanto, credo di poter affermare che il documento suddetto si riferisca non alle tendenze in quanto tali, ma alla loro espressione attiva che permane nonostante la scelta fatta e che è inaccettabile. Per essere ancora più chiara: una persona che vive una sessualità attiva, omo o etero, come potrebbe rimanere in una comunità di consacrati che prevede celibato e castità?

Sullo stesso piano, sostenere la “cultura gay” significa molto più che avere un orientamento omosessuale gestito in modo coerente alla scelta vocazionale, o riflettere seriamente sull’argomento. Dal mio punto di vista significa, piuttosto, ostentare a tutti i costi le proprie convinzioni, facendole diventare una sorta di rivendicazione che passa attraverso modalità palesi e volutamente trasgressive. È chiaro che nessuna ostentazione di sé è compatibile con percorsi di vita fondati sui valori della mitezza, del rispetto, della donazione di sé che non necessita di nessuna espressione “rumorosa”. Qualsiasi “lobby” o associazione, etero o omo, per motivi etnici o ideologici, insidia dall’interno l’unità e l’armonia della comunità di consacrati.

E veniamo al tema abusi. Prendo come riferimento uno studio recente (Cantelmi – D’Urbano, FrancoAngeli 2015), basato su 2 ampi documenti voluti dalla Conferenza Episcopale Americana ed elaborati da una Commissione esterna estremamente competente (il John Jay College Research team): The Nature and Scope of Sexual Abuse of minors by Catholic Priests and Deacons in the United States, 1950-2000 e The Cause and Context of sexual abuse of minors by Catholic Priests in the United States, 1950-2010.

Serve forse chiarire prima di tutto che non bisogna usare con leggerezza l’espressione “pedofilia”, la quale si riferisce ad una condizione psicopatologica grave in quanto disturbo parafilico (cf. DSM-5): meno del 5% dei preti accusati di abuso ha avuto condotte che corrispondono ai criteri diagnostici psichiatrici della pedofilia, i quali prevedono un bambino di età prepuberale o sotto i 13 anni. La maggior parte delle situazioni riguarda invece ragazzi di età maggiore di 13 anni: questo non è consolante, ma attesta la grande e dannosa imprecisione mediatica.

Detto questo, non ci sono studi scientifici che colleghino in modo diretto gli abusi all’orientamento omosessuale. In altre parole, l’orientamento omosessuale non predispone all’abuso, né tanto meno alla pedofilia.

In generale gli abusi che avvengono in contesti quali la famiglia, l’ambito scolastico, le associazioni sportive, o altri contesti religiosi non cattolici e non cristiani dimostrano come gli abusi avvengano su bambini/bambine, ragazzi/ragazze indiscriminatamente.

Ritengo invece valida, in quanto supportata da alcuni studi, l’ipotesi sul più facile accesso dei sacerdoti (etero e omo) a minori di sesso maschile, visto che fino al 1983 i chierichetti erano solo di sesso maschile. A conferma di questo: il numero delle vittime di sesso femminile è aumentato alla fine degli anni ’90, quando anche le bambine hanno iniziato i servizi liturgici e i preti hanno potuto accostarle con maggiore agevolezza. Unica differenza – e questa costituisce trasversalmente un’indicazione riguardo al fatto che le condizioni dell’ambiente hanno un impatto enorme nelle situazioni di abuso – riguarda i luoghi di abuso: le vittime di sesso femminile vengono accostate soprattutto in chiesa e nella residenza del prete; i maschi anche durante viaggi, case per ritiri, camere d’albergo.

È interessante tuttavia, a tal proposito, rilevare come sia difficile una comparazione percentuale dei dati raccolti dalla Chiesa cattolica con quelli che riguardano altre istituzioni e organizzazioni religiose o laiche, in quanto nessuna organizzazione nel mondo ha condotto studi specifici e accurati sulla propria situazione, come ha coraggiosamente fatto la Chiesa cattolica. Questo non diminuisce di certo le sue responsabilità, ma, ad oggi, quella della Chiesa cattolica rimane l’unica vera ricerca con rilevanza statistica.

Papa Francesco, peraltro, dopo il Convegno su La protezione dei minori nella Chiesa (21-24 febbraio 2019) – ad ulteriore riprova dell’impegno fattivo e propositivo della Chiesa che oggi ha maturato una forte coscienza sul tema – ha promulgato un Motu Proprio Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili (26/03/2019) e delle Linee Guida da osservare ad experimentum per un periodo di tre anni.

Vorrei concludere sottolineando con forza che la scelta di seguire Cristo attraverso la vita sacerdotale o consacrata ha un valore altissimo oggi più che mai, perché espressione unica di un amore generoso e universale. Persone diverse, legate da una medesima passione carismatica, sono capaci di vivere bene insieme, con rapporti liberi e disinteressati, nella sobrietà quotidiana. Proprio in un tempo in cui l’umanità ha bisogno di recuperare se stessa e incontrare segnali di luce.

Le scelte vocazionali vanno quindi incoraggiate e sostenute, perché sono segno visibile e profezia di un mondo migliore.

Sono scelte, però, che richiedono un serio discernimento che aiuti la persona a comprendere: a) se quella decisione la aiuta a incontrare Cristo ed essere una persona migliore, b) se la sua struttura umana è in grado, col tempo, di sostenere gli impegni vocazionali.

Non voglio qui ripetere quanto già detto nelle scorse puntate della rubrica. Ribadisco, tuttavia, che la struttura umana più o meno matura è trasversale all’orientamento sessuale e tutti – chi prima e chi poi, chi in un contesto e chi in un altro – siamo chiamati a lavorare su noi stessi, ad affrontare tentazioni che anche gli sposati vivono nel quotidiano, e a corrispondere sempre meglio alle promesse o ai voti pronunciati: celibato, castità, povertà, obbedienza.

Il discernimento, e la formazione, quindi, devono essere esigenti, onesti e chiari, cioè devono mantenere “alti” gli ideali che sostengono l’appartenenza a Cristo secondo quella specifica forma di vita, senza indulgere ad ambiguità per attirare o mantenere le vocazioni solo perché numericamente scarse.

Questo, però, non vuol dire essere rigidi perché, come dice papa Francesco in una omelia, «sempre, sotto o dentro una rigidità, ci sono dei problemi. Gravi problemi». Essere rigidi qui vuol dire decidere a priori di rispondere “no” a una richiesta di intraprendere un percorso vocazionale solo in base all’orientamento omosessuale del candidato, senza contestualizzarlo nel funzionamento globale della persona.

È fondamentale, allora:

  • chiarire i valori, le esigenze, le sfide e le regole della comunità. Su questi aspetti vanno confrontati i percorsi individuali, non solo all’inizio, incoraggiando i passi avanti che le persone in vocazione compiono. Non vanno sottolineate solo le cose che non vanno, è da valorizzare, invece, il bene raggiunto “oggi” (cf. AL, n. 308);
  • definire criteri di discernimento chiari e concreti per quello specifico tipo di vita (diventare sacerdote richiede caratteristiche diverse dal fare il monaco);
  • parlare di tutto onestamente, dialogare, ascoltare senza scandalizzarsi. La domanda è se seminari e comunità siano pronti per questa condivisione aperta. I non-detti, come le prese di posizione aprioristiche, alimentano inganni, doppie vite e rivendicazioni fuori luogo, «i club omosessuali» (per rimanere in tema), tipiche dei gruppi minoritari che si sentono perseguitati e senza voce;
  • valutare e costruire, insieme alla persona in cammino, i passi più opportuni per lui/lei, i sacrifici concreti che lui/lei deve affrontare in base alla propria storia e personalità, fino alla decisione di un’eventuale strada alternativa.
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Vita in comune

Soli insieme?

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Sono preoccupato per l’isolamento che viviamo nella mia comunità: ciascuno si occupa delle proprie cose, con relazioni minime con i fratelli, mentre verso l’esterno c’è un’attività frenetica. È come una specie di doppia personalità: estremamente sociale, simpatica e disponibile ad extra, ma alquanto ermetica ad intra, forse perché le persone non si sentono valorizzate. Un formatore


Fino a qualche anno fa queste parole potevano riferirsi, con certezza, soprattutto alle realtà maschili. Oggi invece non si può dire la stessa cosa: anche molte realtà femminili soffrono nel vedere le loro giovani e meno giovani chiudersi nelle proprie stanze, non appena possono. Qui, davanti a cellulare e computer si apre un mondo, anche bello: si naviga tra notizie di attualità, scambio di chat, Skype con la propria famiglia o con gli amici. Insomma, dentro la propria stanza c’è un intero mondo relazionale, invisibile a chi sta intorno, ma reale. Oppure ci si dedica appassionatamente ad attività apostoliche, solo che mentre fuori la persona è una sorta di eroe multitasking, dentro il proprio ambiente si spegne. Pare ci sia una forza centrifuga che allontana i membri delle comunità dai propri focolari domestici. Che succede? A domanda rilancio un’altra domanda: la vita comunitaria è ancora attraente per i suoi membri? Talvolta ho l’impressione che il modo di pregare, il modo di stare insieme, perfino il modo di svagarsi non corrisponda ai desideri e alle esigenze dei suoi membri. Consacrati e consacrate possono vivere secondo uno stile che non piace proprio a loro stessi, il che è piuttosto paradossale. Alessandro d’Avenia, ricordando l’esperienza di Ulisse, mosso dal desiderio e dalla passione di tornare ad Itaca, per sé e per i suoi compagni, aggiunge che però «prima bisogna aver reso la pietrosa Itaca il luogo più bello per cui lottare […] Ma dov’è finita Itaca?». Per accendere la passione per la propria “terra” occorre ripensare a come renderla ospitale per chi vi abita. Penso soprattutto al rapporto (spesso indefinibile) che lega i membri tra loro: relazioni a volte adolescenziali, cioè fatte di affetti appiccicosi e limitanti, relazioni altre volte formali, più che fraterne, che non sanno di molto e non possono certo animare la vita di comunità, né rappresentare una forza di attrazione reciproca. Non è raro che un seminarista o una consacrata dicano di sentirsi più valorizzati in parrocchia che in comunità. Eppure Itaca è tale «proprio grazie ai legami che la rendano Itaca». Allora c’è qualcosa che non torna: ci si conosce poco, tempo ed energie scarseggiano, forse si dà per scontato che una stessa vocazione renda automaticamente il vivere insieme una fraternità, invece non è così. C’è però un altro aspetto che mi sembra di cogliere oggi: le comunità spesso sono vissute come luoghi di passaggio, o trampolino di lancio per i percorsi individuali, come se la vita in comune non avesse un senso in se stessa. Molti “soffrono” la vita comunitaria perché non è abbastanza attenta alla persona, a “me”, e per questo cercano spazi esterni di realizzazione di sé. Allora c’è da riflettere su cosa ci si attenda dalla vita comunitaria, cosa la vita comunitaria voglia dare ai suoi membri, e viceversa. È come se l’aspetto del vivere insieme non fosse parte integrante della vocazione, ma un dettaglio eventuale, che deve comunque sottomettersi alle esigenze di ciascuno. I gruppi a movente ideale soffrono molto oggi un indebolimento del loro aspetto comunitario, forse proprio come reazione ad un passato dove invece il gruppo era una sorta di “mito”, a discapito dell’individuo. Mi pare sia questa la grande sfida della vita in comune nel nostro tempo, lo dico da laica che la osserva ammirata: tornare a credere di più in se stessa grazie ai suoi testimoni appassionati ed autentici, che insieme ad altri fratelli e sorelle – non amici, né sposi/e, né commilitoni – desiderano vivere il carisma scelto e, perché no?, che hanno anche il coraggio di ripensare se la propria terra si possa migliorare, rendendo Itaca meno pietrosa.
Vita in comune

Vocazioni di serie A e di serie B?

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Ho letto su questa rubrica le considerazioni della consacrata non-italiana, e sull’Osservatore Romano la denuncia coraggiosa sulle suore sfruttate, denuncia che ha fatto il giro del web. Allora le nostre proteste non sono poi così lontane dalla realtà! Una consacrata non-italiana In parrocchia cerco di coinvolgere le suore che sono nel quartiere per darmi una mano nelle catechesi o nella formazione dei laici, ma mi rispondono spesso che non si sentono all’altezza; sono loro stesse che si sentono più a loro agio in ruoli di retroguardia. Un sacerdote


Non credo che serva esattamente una “risposta” a queste riflessioni così significative. Preferisco condividere pensieri vari, allargando lo sguardo, ma cercando di non perdere di vista il tema. Qualche anno fa Francesco rivolgendosi all’Unione dei Superiori Maggiori in Italia, in un discorso poi riportato nell’articolo di Civiltà Cattolica «Svegliate il mondo», ha parlato della formazione come opera artigianale e non poliziesca, della necessità di formare i cuori altrimenti si formano «piccoli mostri» (diceva proprio così!), e di tenere aperti gli occhi sulla cosiddetta «tratta delle novizie», denunciata dai vescovi filippini. È la triste, ma reale situazione, del reclutare vocazioni straniere da inviare in Europa, continente che attraversa un periodo di grave crisi numerica. Nello stesso discorso il Papa si è pure lamentato della consapevolezza, oggi ancora inadeguata, della vocazione dei religiosi-non sacerdoti, alludendo, credo, al fatto che a volte si creano vocazioni di serie A, B, C... Faccio riferimento a quel discorso per dire innanzitutto che situazioni di squilibrio all’interno della Chiesa sono innegabili, e lo sono a più livelli, sia riguardo al rapporto maschile-femminile, sia riguardo al rapporto tra le diverse scelte vocazionali. E poi perché penso che alcune gravissime collusioni siano una responsabilità comune di vescovi, sacerdoti, ma anche delle Congregazioni stesse che non aiutano le proprie sorelle a crescere adeguatamente rendendosi donne libere, veramente adulte, condizioni essenziali per un cammino di fede e vocazionale autentico. Offrire un percorso di studi rischia di rendere le persone “fin troppo autonome”, dicono alcune superiore, ma più a monte la questione riguarda sempre un discernimento adeguato e la necessità imprescindibile di favorire la maturazione personale, aiutando chi non è nel posto giusto a scegliere altro. Non è certo una soluzione quella di lasciare nell’ignoranza i membri di una comunità, eventualità ancora oggi più frequente in ambito femminile che maschile, come del resto non è custodire una vocazione quella di lasciare il giovane/la giovane entro le 4 mura domestiche così non ha “tentazioni”. D’altro canto, riprendendo l’osservazione del sacerdote, spesso sono le consacrate stesse, pur avendo ricevuto strumenti adeguati, a non buttarsi nell’apostolato, a rimanere “come principesse”, diceva una formatrice, “sempre scontente”. Allora… la fraternità non ha “posti fissi” (chi pulisce e chi insegna), ed è possibile solo quando, uomo o donna, mi impegno a valorizzare la sensibilità e i talenti dell’altro, ad oppormi se la dignità del fratello o della sorella è sminuita in qualunque modo, ad incoraggiare e sostenere chi è più timoroso o insicuro nell’abbracciare un compito di cui si sente incapace, solo per stereotipi ormai interiorizzati. Insomma uomini e donne hanno ancora un bel daffare per potersi guardare negli occhi alla pari, perché, come diceva Etty Hillesum «Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato, e soprattutto che si lascia umiliare» (Diario 1941-1943).
Vita in comune

Quanti problemi per le suore giovani straniere…

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Parliamo di congregazioni interculturali? Tante congregazioni, come nel mio caso, scarseggiano di vocazioni italiane, ma grazie a Dio arrivano dagli altri continenti. È difficile però parlare di interculturalità, è difficile parlare della preparazione di suore giovani che possano prendere delle responsabilità, come anche del passaggio di autorità. Le nostre idee, suggerimenti e proposte sono sempre sottovalutate. Quale futuro abbiamo noi, oltre alle strutture, se non abbiamo voce in capitolo come fossimo incapaci? Una consacrata non italiana        


La domanda è forte, nel senso che esprime tutta la passione con cui è scritta. Le racconto un’esperienza singolare, che faccio ultimamente nell’accompagnare alcuni consacrati non italiani: un tempo, mi pare, l’Italia era una meta ambita, per il tenore di vita che si supponeva migliore rispetto ad altre realtà, per la ricchezza culturale ed artistica del nostro paese e, in particolare, per l’unicità di un luogo come Roma che trasuda arte e storia. Oggi, invece, mi rendo conto che i giovani, dopo aver trascorso un tempo qui da noi, per studio o per apostolato, hanno una gran voglia di tornare nella propria terra, di servire il proprio popolo, anche se la missione è universale, e questo fa pensare a come siano cambiate le prospettive. Bisogna essere onesti, le nostre realtà comunitarie hanno una prevalenza di persone anziane ed è vero ciò che lei dice che le giovani di altri continenti sono vere e proprie missionarie rispetto ad ambienti per nulla facili, proprio per il gap di età talvolta enorme. È anche vero che alcuni anziani non si sono mai aperti all’interculturalità e continuano a guardare con sospetto lo “straniero”. Mentre oggi la vita comunitaria italiana dovrebbe esser grata dell’apporto prezioso e generoso di fratelli e sorelle che vengono spesso da molto lontano, portando un aiuto concreto e una ventata di freschezza davvero indispensabile. Quante liturgie prendono energia e vitalità dai canti e dalla bellezza di una ritualità diversa dalla nostra! Riguardo a quanto lei dice mi consenta, però, un tentativo di equa distribuzione (si fa per dire) delle “colpe” all’interno del gruppo: chi arriva da fuori-Italia soffre quando non si sente integrato, ma poi non sempre al desiderio di partecipare fa seguire un impegno effettivo di collaborazione e progettualità. I giovani e le giovani che chiedono di essere coinvolti nelle responsabilità istituzionali o negli incarichi apostolici, non sempre si buttano attivamente nell’avventura dell’unico carisma: talvolta alla critica non segue la disponibilità a rimboccarsi le maniche per risolvere il problema insieme. Dall’altro lato, però, discriminare le giovani suore per la loro provenienza è veramente grave. Anzi, le dirò di più, uno degli ultimi documenti della Congregazione per la Vita consacrata e le Società di vita apostolica, del 2017, Per vino nuovo otri nuovi, al n. 40 riconosce che la vita consacrata non deve rimanere “impermeabile” nell’incontro con le diverse culture, ma al contrario può diventare un laboratorio dove sensibilità e culture diverse acquistano «forza e significati non conosciuti altrove». La vita in comune è quindi lo spazio privilegiato per un incontro pienamente integrato e reciprocamente arricchente di varietà geografiche! Parole fortissime a cui il documento aggiunge, nello stesso numero, che «nessuna sorella deve essere relegata in uno stato di sudditanza, cosa che si riscontra purtroppo con frequenza». Lo dice a proposito del rapporto superiori/membri, ma è logico estendere questa chiara considerazione ai rapporti interculturali all’interno della comunità. Non ci sarebbe da aggiungere altro: il confronto aperto e costante è vitale, serve un continuo dialogo schietto, negli spazi e nei tempi opportuni, per affrontare le inevitabili criticità del vivere insieme. La comunità basata su un ideale è fatta di persone tutte adulte e tutte allo stesso livello. Ciò che cambiano sono i ruoli, ma questi non sono a vita. Chi è superiora oggi, domani torna a essere una sorella come le altre. Ci vuole tempo ma bisogna parlare, raccontarsi le soddisfazioni di ogni giorno (oltre ai problemi). Esprimere i disagi, farli venire fuori e confrontarli senza recriminazioni sterili, alla lunga paga e costruisce lo stare insieme. Le comunità che vivono separate al loro interno secondo delle caste finiscono per perdere qualunque efficacia missionaria e profetica.  
Vita in comune

Coppie, comunità e tradimenti

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Frequento un centro per anziani. Si passano ore serene, ma mi rendo conto che, nonostante l’età, ci sono molti “tradimenti” di coppia. Per non parlare di quello che succede sui social. È così difficile essere fedeli?


Un’accortezza che mi impegno a mantenere viva nel rispondere è quella di non slittare su toni moraleggianti, che non rientrano nelle mie intenzioni, neppure remote. Non ho delle statistiche in merito alla fedeltà delle coppie oggi rispetto a ieri, senza dubbio però, e credo che la convinzione sia condivisa da tutti noi, l’ambiente digitale ha moltiplicato in maniera esponenziale la possibilità di stabilire nuovi contatti relazionali senza troppa fatica, quindi anche di aprire degli spazi esterni rispetto alla coppia, e di coltivarli con la stessa leggerezza. Talvolta basta poco: un’emoticon inserita opportunamente all’interno di un messaggio – che molto probabilmente il partner “escluso” non approverebbe – può già rappresentare una remota, ma concreta possibilità di ferire l’intimità di coppia. E questa possibilità è trasversale ormai all’età cronologica. Siamo anche d’accordo tuttavia, perché è di immediata evidenza, che non può essere uno strumento esterno ad essere “colpevole” rispetto all’andamento delle coppie, come anche delle comunità. Condivido allora alcune considerazioni: la prima è che non è facile continuare a voler bene, amare e perdonare, cioè non chiudere il rapporto, quando si creano delle tensioni. Non è facile mettersi in discussione in prima persona anziché demandare all’altro la responsabilità di un litigio, trovare il tempo ogni giorno – non una volta al mese – di parlare, confrontarsi, raccontarsi le giornate vissute. Non è mai stato facile, ma oggi le strade alternative all’amore stabile sono molto più a portata di mano e assai poco dispendiose: se il mio partner non mi ascolta cosa ci vuole a raccontare in Rete le mie emozioni, magari ad una folla anonima, o a un nuovo contatto che invece si mostra più disponibile? Questione di un attimo, che poi diventa un secondo attimo e poi un terzo. Rifletto anche che le crisi non sono mai improvvise, ma “preparate” nel tempo con cura. Lo dico ironicamente ma anche realisticamente: si parla spesso di inconscio e ad esso si attribuiscono delle stranezze inspiegabili, mentre in realtà l’inconscio non è né muto né folle, siamo noi piuttosto che non riusciamo a prestargli credito e i segnali di disagio che manda li risolviamo, con aria sufficiente, con un “ma che male c’è!”. Quelle microfratture, inizialmente impercettibili, nella vita di coppia (giovane o anziana) o di comunità, invece, rappresentano una mano tesa verso l’esterno, anziché verso l’interno della famiglia. È un gran bell’impegno vivere insieme, sia in coppia, sia nelle esperienze di vita in comune, ma se siamo spaventati – e lo siamo! – dalla possibilità di disumanizzarci, cioè di perdere la capacità tutta umana di vivere relazioni d’amore in maniera profonda e continuativa, se osserviamo con dolore con quanta facilità “Tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio” (Amoris Laetitia, n. 39), se ormai la parola data dall’altro perde la sua potenza perché la fiducia si va sbiadendo… allora non dobbiamo rimanere inermi. Dall’uomo parte il suo smarrimento, dall’uomo parte la sua ripresa. Perciò al “movimento” oggi in corso, si può opporre – parola che normalmente non amo, ma che qui è necessaria – un cammino in direzione diversa, che sono convinta parta da un’attenzione meno anonima all’altro, il marito, la moglie, il fratello, la sorella; e dalla forza che può rappresentare la comunità circostante, che, se non è troppo distratta, può intercettare il malessere che uno dei propri membri vive e sostenerlo, offrendogli ascolto e un confronto solido, quando inizia a perdere l’orientamento.
Vita in comune

Io o noi?

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Abbiamo una sorella che vorrebbe aprire una nuova forma di apostolato. La comunità le ha detto che per ora non ci sono risorse adeguate per sostenere il suo progetto, ma lei ha deciso di andare avanti ulteriormente, convinta di essere così nella volontà di Dio. Una formatrice


Grazie per questa occasione di riflessione, mi dispiace aver dovuto sintetizzare le sue parole, comunque molto chiare e accorate. Mi pare che questo tema apra una sorta di voragine. L’esperienza più frequente delle comunità, almeno in un recente passato, è quello di chiarire subito con la persona che quando si intraprende un’esperienza di vita in comune, l’io diventa gradualmente e definitivamente un “noi”, per cui non ci sono più margini per i carismi personali, se non nella misura in cui rientrino nel progetto comunitario. Le stesse anziane ed anziani raccontano, oggi con simpatia, che una volta fin dall’inizio del percorso le formatrici/i formatori si premuravano di affidare loro compiti che andavano nella direzione opposta delle attitudini personali di gusto e di carattere, magari anche apertamente esplicitate, con l’intento, senza dubbio in buona fede, di non assecondare la natura, considerata quasi un limite anti-vocazionale e di aprire nuovi spazi a Dio. Per cui se c’era una predisposizione a lavorare la terra, la persona veniva mandata a studiare, con tutta la fatica ed il sacrificio immaginabili; e se viceversa ella aveva attitudini più intellettuali, queste venivano “santamente mortificate” in nome di una presunta maggior gloria di Dio. Ora, non credo che questo atteggiamento sia del tutto sbagliato, ma vorrei spiegarmi per non essere fraintesa. Che la comunità diventi il criterio per valutare le intuizioni personali credo sia un aspetto molto bello del vivere insieme, un po’ come in famiglia il marito o la moglie cercano di scegliere, accettare o meno un lavoro, intraprendere o meno un progetto, valutando le esigenze di tutti e confrontandosi l’uno con l’altro, almeno in coppia. Perché lo stesso non dovrebbe accadere nella comunità? Questo aspetto dell’essere “come una famiglia” mi pare che venga spesso messo da parte. Ciò non vuol dire assolutamente che allora l’individuo diventi un numero qualunque in una grande macchina produci-lavoro, ma neppure che perda del tutto il confronto con la sua realtà di appartenenza, e che la comunità debba adeguarsi a “quelle” specifiche esigenze, anche legittime, se per varie ragioni, non è ancora pronta per questo. La vita in comune è anti-economica dal punto di vista della -velocità! È una delle ragioni per cui penso che la comunità non sia per tutti. Non c’è dunque una soluzione o una ricetta esatta, che valga una volta per tutte. Credo con forza però che la vita in comune, se prevista da quella realtà carismatica, diventi parte integrante e non solo ornamentale della scelta individuale, e oggi questa prospettiva è la più a rischio. Ciò d’altra parte significa anche che la comunità, nell’accogliere un membro, si fa responsabilmente carico della sua storia e della sua sensibilità, continuandone a riconoscere sempre l’identità adulta ed autonoma, sforzandosi di essere attenta a ciò che la persona dice, alle idee e ai progetti che ella propone, avendo cura della sua unicità. Il dialogo continuo, paziente, fiducioso, e il coraggio di non chiudersi mai l’uno all’altro, anche quando ciò dovesse creare scontri e non solo confronti, penso siano la strada per trovare di volta in volta delle risposte, senza perdersi – la comunità isola la persona perché “strana” o troppo esigente, e la persona si distacca con rancore dal gruppo, perché non si sente capita – con i tempi sicuramente rallentati dal procedere… insieme e non da soli.
Vita in comune

Perdono e maturità umana

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Se dovesse individuare un aspetto essenziale per vivere meglio insieme quale indicherebbe? Si parla sempre di narcisismo ma in sostanza cosa vuol dire, perché a me sembra una parola senza prospettiva. Un consacrato


Condivido un pensiero sul quale ritorno spesso. Non c’è dubbio che l’umanità sia affamata di contatti e di relazioni. Le stesse chat, col bisogno di stare sempre connessi, esprimono il desiderio di non rimanere soli, di sentire costantemente la presenza di altri attorno. Però… c’è un però. Mi pare che siamo accecati da una sorta di occhio di bue, un grande faro illuminante che segue sempre e solo l’inquadratura di sé. Ecco il narcisismo. Una prospettiva ce l’avrei, una strada che sembra “scontata”, specie ai credenti, ma che non lo è affatto, un percorso anti-narcisista. Il perdono. Che non è una cosa da primi della classe buonisti. Come scriveva C.S. Lewis, «tutti dicono che è una cosa bella perdonare finché non tocca a loro perdonare qualcosa». C’è una grande e meravigliosa rivoluzione negli ultimi decenni: i professionisti della salute mentale, non necessariamente di orientamento religioso, hanno iniziato ad occuparsi di questa “cosa misteriosa” del perdonare come di un’abilità e un punto di forza dell’uomo, utile a migliorare la qualità della propria vita, a potenziare le capacità personali e naturalmente quelle relazionali. Dunque mettiamo da parte per un momento la dimensione religiosa, per non correre il rischio di far scivolare il perdono tra le questioni morali. Mi attengo al piano psicologico e condivido qualche spunto raccolto da vari studi che hanno un fascino enorme. Perdonare è un processo serissimo, adulto e soprattutto che sta ai vertici dell’amore, cioè dell’uscita da sé, espressione massima della maturità umana, prima ancora che di fede. Non è un atto puntuale, come spesso ce lo figuriamo, ma un cammino che devo volere con tutta me stessa, perché non avviene spontaneamente. Lo si potrebbe rappresentare così, anche se mi dispiace per la riduzione: è riuscire a restituire all’altro l’interezza della sua vita, a non vederlo più solo in quel frammento nel quale ci ha procurato una ferita, come se la persona fosse tutta lì, sgravandolo così del peso di essere un “offensore”. E poi perdonare significa anche a dare a noi stessi la possibilità di uscire da quel francobollo di sofferenza nel quale ci siamo fissati come se fosse l’intero della nostra esistenza. Se guardiamo un film non ci fermiamo su un unico fotogramma per un paio d’ore pensando così di aver visto tutta la storia. Mi sembra straordinaria la possibilità di alzarsi la mattina e guardare l’altro senza dover aprire l’archivio dei file delle memorie storiche. Perdonare non equivale a far cadere nell’oblio i ricordi, cosa peraltro impossibile alla mente umana, non vuol dire scansare la giustizia, non è una semplice riappacificazione, né un’accettazione passiva, e neanche un processo semplicemente empatico… è assai di più perché richiede uno sforzo interiore profondo di vera benevolenza, ed è espressione di assoluta gratuità. Non c’è un obbligo a perdonare, non è un dovere e la domanda spontanea “perché io?” aiuta a capire quanto sia un processo che prescinde da colpe e responsabilità. Lo ripeto: è un riappropriarsi della pienezza di vita e delle proprie emozioni, fino a quel momento delegate ad altri (quando si soffre, lo star bene dipende da qualcun altro!), e restituirla nella sua completezza. Negli ambienti di vita comune, comprese le famiglie, c’è tanta gente arrabbiata e appesantita dal rancore. Inutilmente. Gli studi ci dicono che chi è incline al perdono, come attitudine quotidiana e non straordinaria, riferisce minori livelli di stanchezza e depressione, è più ottimista, ha più speranza, e contemporaneamente è più libero da quei vissuti psichici negativi che spesso monopolizzano la mente di chi soffre. Chi non vorrebbe un ambiente di vita comune dove ciascuno è “leggero” e dona leggerezza all’altro?
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