L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Omosessualità e comunità

Ho letto la sua precedente rubrica e sono curioso di vedere come tratterà l’aspetto pratico. Perché le sue riflessioni, a mio parere assolutamente necessarie oggi, non rimangano solo su un piano teorico mi dovrebbe aiutare a capire come affrontare concretamente la domanda se e come accettare uomini e donne omosessuali in seminario o in comunità. Non si può far finta che sia un argomento secondario, e neppure si può sottovalutare che siamo spesso disturbati quando veniamo a conoscenza che un confratello o una consorella (che magari fa già parte della comunità) ha un orientamento omosessuale. Mi sento spaesato su questi temi e chiedo a lei qualche chiarimento. Un formatore

Non offro né soluzioni né una guida pratica sull’argomento, anche perché è molto articolato. Piuttosto propongo delle considerazioni che nascono dai miei valori di fede, dall’esperienza clinica e dall’accompagnamento di giovani e meno giovani, uomini e donne in formazione (seminario/comunità) o già impegnati nell’attività pastorale ed apostolica.

Ritengo che il vivere insieme abbia bisogno di almeno un paio di coordinate importanti: 1) la comunità deve avere sue regole chiare e concrete (sia su chi entra, sia sulle modalità di convivenza) che favoriscano un vivere insieme sano. 2) Le persone che ne fanno parte siano quanto più possibile consapevoli di se stesse (come anticipato nel numero precedente), in quanto il prezzo dell’ignoranza è molto alto: l’infelicità per sè e per gli altri, e talvolta disastri per sè e per gli altri.

Iniziamo dalla prima questione.

Le realtà formative e le comunità sono costituite generalmente da persone dello stesso sesso che condividono la preghiera, i pasti, i momenti insieme. Oggi, tuttavia, sono sempre più frequenti anche realtà vocazionali miste: spazi comuni per uomini e donne che appartengono allo stesso carisma. Fin qui si tratta di informazioni di base – la composizione della comunità solo maschile, solo femminile o mista – che sono tra i dati espliciti e noti a chi inizia il percorso, che normalmente ha già avuto contatti e incontri con quell’ambiente.

Ci sono, poi, anche principi pratici di vita insieme, meno evidenti, che la comunità deve rendere noti fin dall’inizio, perchè sono educativi per il cuore e prudenziali per il corpo. Vivere a stretto contatto con altri infatti, implica che il mio fratello, la mia sorella potrebbero entrare nel mondo del mio desiderio. E ovviamente io potrei entrare nel desiderio altrui.

Perciò, proprio perchè stare insieme tutti i giorni porta a volersi bene, pregare, mangiare l’uno accanto all’altro, è necessaria una qualità di vita comune elevata, e uno stile che rispetti lo spazio fisico di ciascuno, la riservatezza del suo corpo, la privacy e l’intimità.

In altre parole, va mantenuta tra le persone in comunità una “distanza ottimale”, tipicamente adulta, che non vuol dire ignorarsi o essere “freddi” l’uno con l’altro. Vuol dire, invece, rispettare il mistero proprio e dell’altro. Una comunità vocazionale è una realtà di fede, e non semplicemente umana. La differenza è abissale. Non si tratta di un gruppo di amici, sebbene l’amicizia sia un sentimento che può nascere naturalmente tra alcuni membri di comunità. Non si tratta neanche di relazioni esclusive (affettive o di “lobby”) come tra partner, perché questo tradirebbe il senso della vita sacerdotale e di quella consacrata. Se una persona sente che la solitudine fisica è troppo faticosa ed intollerabile, questo dovrebbe essere già decisivo per orientarsi altrove e lasciare la comunità.

Come corollario: la comunità rappresenta la “casa”, cioè uno spazio familiare di accoglienza, dialogo, condivisione di fatiche e di soddisfazioni, ma rimane un contesto stra-ordinario di convivenza tra persone di età, culture, sensibilità diverse che non si sono scelte, e che si trovano insieme per corrispondere ad una chiamata trascendente. Pertanto: linguaggio, comportamenti, abbigliamento decoroso, delicatezza, rispetto reciproco negli ambienti comuni sono da curare sempre.

Questo perchè un certo stile di vivere in comunità – la bellezza induce bellezza, il decoro ispira imitazione, come la mediocrità è contagiosa – favorisce atteggiamenti sani, rispettosi, non di eccessiva confidenza perchè questi possono facilmente trascendere in forme relazionali ambigue, quando non morbose, patologiche, che corrompono la castità, anche “solo” del cuore.

Detto ciò il discorso si va articolando e vengo alla seconda questione.

La persona che entra conosce se stessa e il proprio orientamento sessuale? La mia esperienza mi fa dire: molto raramente. In genere la consapevolezza del proprio orientamento si acquisisce solo nel corso della formazione, e raramente, purtroppo, chi entra in seminario o in comunità condivide questi aspetti centrali della propria personalità con il formatore/formatrice, rettore, accompagnatore spirituale, perchè neppure lui o lei ne è a conoscenza! E se ne è a conoscenza non ne ha il coraggio.

Mi permetto un’altra riflessione sul discernimento: non è raro che la comprensione del proprio orientamento omosessuale – che, diciamolo pure, rimane difficile ancora oggi da esplicitare in famiglia, con gli amici e da vivere apertamente – possa creare una motivazione inconsapevole verso una scelta sacerdotale e di vita consacrata. Perchè è un percorso che offre una chance di gestire la propria affettività/sessualità in modo valido, anzi “meritevole” e contenuto. Se non conosco bene me stesso, posso fare scelte sbagliate, che non mi aiutano a diventare un uomo o una donna migliore, e possono creare danni ad altri, come si diceva.

Mettiamo, invece, la migliore delle ipotesi per cui la persona abbia chiaro ed espliciti fin dall’inizio il proprio orientamento omosessuale, rendendosi quindi disponibile a un accompagnamento sincero e autentico.

In entrambi i casi – se la persona in vocazione esplicita fin dall’inizio di avere un orientamento omosessuale oppure lo scopre successivamente – come si regola la comunità?

  1. La accetta, se sì a quali condizioni? La manda via?
  2. Gli altri membri devono saperlo?

 

Rispondo, sapendo di non trovare assolutamente pareri unanimi, che non c’è una ragione a priori per cui la persona non dovrebbe essere accolta, o dovrebbe essere allontanata tout court. Tuttavia la persona con orientamento omosessuale dovrà essere accompagnata con particolare attenzione, perchè la fatica per lui/per lei è maggiore in quanto vive in un contesto con continui stimoli affettivi e sessuali. In casa è circondato/a prevalentemente da persone dello stesso sesso.

Dunque nessuna ingenuità: le sfide del vivere insieme sono enormi, e una persona omosessuale che voglia seguire Cristo all’interno di una realtà carismatica potrà farlo solo se arriva ad una consapevolezza sincera di sè e accetta di essere affiancata seriamente.

D’altro canto formatori/formatrici, superiori/e, rettori, devono essere sempre più competenti per essere in grado di aiutare in modo serio, accogliente il fratello, la sorella a lui affidato ed eventualmente trovare con lui/lei una strada alternativa. Ripeto, però, che non dovrebbe essere l’orientamento sessuale in se stesso ad essere la questione dirimente. Bisogna valutare caso per caso, in funzione anche dell’ambiente comunitario e del compito pastorale (ne parleremo la prossima volta).

Alla seconda domanda rispondo che le comunità non sono sempre pronte ad un’accoglienza non giudicante verso le persone omosessuali, anche per tutta una serie di pregiudizi, o per motivazioni sociali e/o culturali. C’è sospetto, c’è timore, talvolta rifiuto incondizionato, quasi istintivo.

Quindi credo che il fratello o la sorella che vogliano aprirsi con gli altri membri debbano essere consapevoli che si potrebbero trovare davanti a risposte diverse, rifiuto compreso.

Ecco perchè è fondamentale che questi temi vengano affrontati per tempo, in modo concreto e non solo eccezionalmente nella vita comunitaria: bisogna imparare a parlarne senza scandalizzarsi e senza assumere posizioni rigide, ma dialogando, discutendo, in modo da non trovarsi impreparati di fronte a queste situazioni che rischiano di ferire chi decide di esporsi e parlare di sé.

Concludo, l’ideale a mio parere è:

  • da parte della persona omosessuale, l’apertura franca e autentica di sè, innanzitutto verso chi accompagna il percorso vocazionale. Dove c’è apertura entra la luce e si può crescere;
  • da parte delle comunità, il coraggio di riflettere apertamente su questi temi, per non essere ambigue o impreparate, decidendo insieme come regolarsi di fronte a un membro omosessuale. La comunità, ovviamente, può ritenere che non si sente pronta ad accoglierlo o mantenerlo all’interno. Bene che sia chiara su questo.

Rimane “scoperta” la dimensione apostolica di cui avremo modo di parlare nella prossima puntata della rubrica.

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Fratelli e sorelle immaturi

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Nel primo incontro per comunità a vita comune organizzato da Città Nuova via Zoom, qualche lunedì fa, lei diceva che nelle situazioni di sfida, ognuno deve fare conti con le proprie risorse interne che sono frutto del vissuto personale e di tanti altri fattori. Nel suo libro “Per sempre o finche dura” lei indica vari elementi psicologici di riflessione sulle motivazioni di fondo in una scelta ideale, che deve camminare verso una crescita e una maturazione umana, oltre che spirituale. La mia domanda sarebbe: come aiutarci in comunità quando ci rendiamo conto delle fragilità dell’altro e vediamo che questi limiti portano l’altro a un rapporto immaturo rispetto alle sue responsabilità personali? Rosangela


Ci siamo trovati altre volte, in questa rubrica, a riflettere sul tema della fragilità individuale, ma sono convinta che l’argomento sia così sfaccettato che lo riprendo volentieri. Ringrazio, anzi, per lo stimolo. Vado direttamente all’esperienza e alla pratica clinica che mi dà modo di affiancare situazioni molto concrete, come questa che lei prospetta. Distinguo subito due stadi diversi: 1) la persona che inizia un percorso di discernimento/valutazione per entrare in seminario o in comunità. 2) E quella che, invece, è già avviata, o addirittura strutturata nella realtà vocazionale. L’accompagnamento iniziale – dove per iniziale intendo tutto il tempo necessario che la Chiesa prevede prima di dare un sì definitivo – è particolarmente delicato. Come ripeto spesso, è la fase in cui si affianca la persona non per valutare se ha o meno delle specialità caratteriali, ma se ha una serie di premesse psicologiche che rendono possibile, a parere di chi è deputato alla formazione, che lui o lei si sperimenti nel cammino desiderato. Faccio riferimento alla maturità psico-affettiva di base – tema molto caro al nostro papa e sempre più presente nei documenti magisteriali – che deve avere un minimo di consistenza. Faccio qualche esempio: la persona dovrebbe aver già lavorato sulla conoscenza di sé e delle dinamiche familiari da cui proviene, aver individuato e perseguito qualche obiettivo (scolastico, sportivo…), aver sperimentato qualche rapporto duraturo (amicale e/o affettivo). Per rendere possibile questo primissimo step di autoconoscenza e di valutazione sono molto importanti i percorsi che precedono l’ingresso in vocazione, altrimenti la comunità formante non avrebbe forza e strumenti per iniziare da zero con un giovane o una giovane, uomo o donna. Ci vuole tempo già per questa fase, sono necessari incontri periodici fatti di ascolto e dialogo tra la persona e chi la segue; come sono necessari periodi esperienziali, perché diventi meno teorica la vita desiderata (essere sacerdote, religioso, consacrata…). Durante i primi anni dopo l’ingresso si valuta, poi, se la persona sta crescendo spiritualmente e umanamente, appunto se matura. E qui entra precisamente il tema della domanda iniziale: il senso di responsabilità fa parte di quegli aspetti che dovrebbero crescere gradualmente, man mano che la persona sviluppa un senso di appartenenza a quella realtà. L’ultima versione del Manuale Diagnostico parla di «perseguimento di obiettivi esistenziali coerenti e significativi» e «utilizzo di standard interni di comportamento costruttivi e prosociali». Sono espressioni scientifiche che rimandano ad una progressiva uscita da sé e alla messa in pratica di azioni concrete in favore dell’ambiente. Se, infatti, l’obiettivo è quello di una vocazione per gli altri, occorre costruire questa disponibilità con comportamenti responsabili. Accade, invece, non di rado, che negli anni formativi si noti una fragilità su queste dimensioni, ma si soprassieda sperando, in buona fede, ma ingenuamente, che il tempo aggiusterà le cose. Non è così. Senza una seria presa di coscienza sulle proprie vulnerabilità e un impegno personale, i miglioramenti legati solo all’andare del tempo sono utopici. La comunità non può “aggiungere” quello che la persona non è disposta a mettere di suo. Tanto è vero che spesso le situazioni di oggi sono frutto di premesse non affrontate ieri... Comunque, se una maturazione non avviene o è troppo lenta, può darsi che l’ambiente non sia quello giusto perché quel giovane o quella giovane possa dare il meglio di sé, crescendo nell’amore e nel dono di tutto/a se stesso/a. Nessuna colpa e nessuna dimensione morale qui entra in gioco. Più semplicemente, se i formatori non constatano una progressiva crescita – progressiva lo sottolineo, non tutta in blocco – è probabile che quel cammino non sia ciò che Dio ha pensato per lui o lei (Dio ci vuole persone anche umanamente compiute). Se, però, la persona è già “fuori formazione”, la situazione è più complessa. La riflessione deve avvenire secondo altre coordinate, sebbene rimanga centrale la disponibilità personale a lasciarsi interrogare dai rimandi degli altri. Anche qui ci vuole tempo e tanto dialogo discreto e non giudicante. Il fratello o la sorella che sono percepiti come poco collaborativi, poco responsabili, vanno accostati con grande delicatezza, almeno quanta ne vorremmo noi se qualcuno dovesse farci dei richiami! Non è detto che siano pronti a recepire questi feedback. Allora si attende. Ci si riprova, magari attraverso altri di cui Anna, Paolo, Francesca o Marco hanno più fiducia. L’obiettivo è quello di non perdere nessun fratello o sorella, perciò si tenta qualunque strada ci consenta di arrivare al cuore della persona. Purtroppo non sempre questo è sufficiente e la rigidità altrui non può essere “spezzata” dall’esterno. Dobbiamo puntare, quindi, su ciò che è nelle nostre facoltà, con speranza affettuosa e coraggiosa. Qui entra in gioco il perdono, il dare nuove possibilità “il giorno dopo”, riprovarci ancora, sapendo che si può fallire, ma che questo impegno fraterno produrrà comunque qualche effetto sul gruppo. Effetto di porsi obiettivi condivisi (investire energie insieme su un fratello/sorella debole), di crescita di maturazione del vivere insieme, di solidarietà per l’accoglienza incondizionata di chi sembra opporre “resistenza”. Infine, nel caso in cui quel fratello/sorella dovesse decidere di allontanarsi dalla comunità, è necessario aver definito, in anticipo, una exit strategy che non lasci solo chi intraprende un’altra strada. Ma ne parleremo un’altra volta. Concludo: lo sforzo di fronte a situazioni critiche è sempre – lo dico in modo convinto e non consolatorio – un ampliamento di flessibilità personale e comunitaria, che aiuta il gruppo a diventare più autentico perché incarnato nella storia ferita dei propri membri.
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La sfida del dialogo tra anziani e giovani

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I giovani che oggi entrano in comunità portano un contributo importantissimo: in genere non sono legati a stereotipi, si esprimono liberamente senza timori, sono sensibili all’amore puro, non tollerano strumentalizzazioni né verso di loro, né verso altri. Nello stesso tempo sono figli di quest’epoca, fortemente portati ai rapporti virtuali ed anche alla ricerca, cosciente o meno, di una realizzazione personale, legata spesso a raggiungere il massimo nella formazione (master, dottorati), nell’esperienza professionale o in altri campi. Sono più sensibili a ciò che “toccano”, piuttosto che a concetti che si realizzano nel tempo e nella fede, come ad esempio quello di “paternità spirituale”. Ciò comporta nella vita in comune una forte sfida nei rapporti con gli adulti di varia età, per lo più provenienti da un clima culturale completamente diverso, con una forte carica d’idealità. Ora queste nuove “leve”, essendo diminuito il numero di candidati, sono una minoranza in comunità, e si trovano a convivere con persone che, dal punto di vista umano, hanno tutt’altra mentalità, valori, concezione della vita umana e spesso spiritualità. Come vedi tu questa sfida oggi e anche in prospettiva futura? Un membro a vita comune


La domanda mi piace molto. Affronta il tema del gap generazionale, che oggi si avverte molto più di quanto non si sia mai avvertito prima, e quindi pone interrogativi alla vita in comune. La tecnologia digitale ha infatti accelerato un cambiamento antropologico e ridisegnato il modo di costruire la propria identità, le relazioni, e perfino il modo di donare se stessi, tutti aspetti fortemente collegati l’uno all’altro. Condivido quanto dice: le nuove generazioni sono una risorsa incredibile per le comunità religiose. Arrivano liberi da strutture mentali, da ossequi formali, beatamente ignari di quello che “si usa” fare o non fare, dire o non dire. Ascolto spesso scambi tra giovani e formatori/formatrici, ed è sorprendente vedere quanta freschezza ci sia nei primi, freschezza che – siamo onesti – a noi di precedenti generazioni suona irriverente, quasi ineducata (e magari qualche volta lo è). Marco chiede al suo formatore come mai non lo abbia visto al momento di preghiera comune, lui che lo rimprovera spesso di non essere fedele ai momenti comunitari. Lucia domanda alla sua responsabile di comunità se era proprio necessaria quella spesa, dato che le giovani vengono continuamente richiamate sulla sobrietà. Insomma i giovani non lasciano scampo, chiedono conto di tutto e non si fanno problemi nel porre certe questioni apertamente. Questi credo che siano tutti aspetti molto positivi e spiego il perché. Molti seminari e comunità hanno sofferto – fino ad oggi, ma le cose stanno meravigliosamente mutando –, una strutturazione crescente. Il carisma originario del Fondatore o della Fondatrice, nato con quel respiro che solo lo Spirito può dare, nel tempo si è talvolta appiattito all’interno di realtà sempre più gerarchiche e prese dall’urgenza pratica di portare avanti attività macroscopiche ed impegnative. È accaduto così, almeno per quanto ho potuto osservare negli anni, che alcune realtà di vita in comune hanno preso forme rigide ed uniformanti (cioè con uno stile unico per i suoi membri, pena il sentirsi fuori-ambiente), quasi più burocratiche che carismatiche, se mi è concessa questa espressione, più di potere che evangeliche. Ecco, in queste situazioni i giovani fanno irruzione. Non conoscono il pregresso del «si è sempre fatto così», perciò portano dentro il desiderio evangelico di seguire il Signore, con tutte le risorse e i limiti della loro generazione. Non si accontentano di spiegazioni di forma, non riconoscono automaticamente l’autorità, vogliono sentirsi motivati, vogliono crescere e perciò reclamano strumenti di formazione anche intellettuale. Seminari e comunità, allora, si trovano o si dovrebbero trovare, a riflettere non solo sull’offerta formativa, ma soprattutto su quella “vocazionale”: quale ambiente offriamo loro? Le regole che proponiamo hanno ancora vitalità? Quale è il nostro modello di prete o consacrato/a? Perché Luca, Francesca, Matteo… ci contestano il modo in cui preghiamo insieme? D’altro canto bisogna dire che i nuovi arrivati portano anche tutta la fragilità di famiglie di origine spesso frantumate, di assenza di figure formative di riferimento, e non ultimo un concetto di libertà più vicino all’assenza di confini (cosa psicologicamente non sana) e alla soddisfazione immediata, che alla libertà autentica, quella interiore. Tutto questo va messo in dialogo, i giovani sono sia sensibili all’amore puro e intolleranti delle strumentalizzazioni, sia centrati su stessi, sull’immagine sociale, sull’autorealizzazione, su tutto e subito a basso costo, espressioni della cultura attuale. Questi due aspetti vanno accolti e integrati. È un’incredibile opportunità per gli ambienti vocazionali, allora, lasciarsi mettere in discussione in modo serio e convinto, cioè non solo “tollerando” le eventuali critiche o la presenza scomoda dei nostri Marco, Lucia, Francesca. Per potersi rinnovare, per svecchiare forme e strutture che forse hanno meno da dire nell’oggi, e soprattutto per essere ancora attraenti per il mondo attuale, la vita consacrata deve lasciarsi disturbare dalle proposte nuove legate a una generazione assai diversa dalla precedente. Questo non vuol dire che la tradizione, la storia, gli anziani debbano solo cedere il passo al nuovo, anzi! Anche perché il nuovo ha tutti i limiti di un narcisismo diffuso. Vuol dire piuttosto confrontarsi, anziani e giovani, su chi eravamo, ma anche su chi vogliamo essere. La riflessione e il rinnovamento partono da cose molto pratiche: cosa è utile comprare in comunità oggi e cosa no, tanto per fare un esempio. Fino ad arrivare a questioni più vaste e sensibili: quale margine di autonomia hanno i membri della comunità? La leadership come può funzionare oggi? Le nostre relazioni intracomunitarie come vanno? Ritengo fondamentale un’altra sottolineatura, accennata nella domanda iniziale: l’immediatezza emotiva di chi arriva in comunità, favorita dalla tecnologia, a discapito di una costruzione interiore che richiede tempo e qualche frustrazione. È vero. Anche in questo caso, tuttavia, penso che la proposta spirituale vada ripensata nel suo linguaggio. I giovani sono alla ricerca di orizzonti di senso forti e veri. Perciò vanno aiutati a raggiungerli, vanno affiancati perché si innamorino della Parola, e facciano esperienza del dono di sé e non solo della realizzazione di sé (che comunque rimane un valore). Per questo i testimoni sono fondamentali. Uomini e donne con anni di cammino che possano dire con la vita la bellezza della risposta vocazionale, che è molto più di un adempimento di norme e precetti. Purtroppo ciò non è scontato. I giovani talvolta lamentano anziani arrabbiati e insoddisfatti (almeno così appaiono loro), che forse sono stati impediti dal vecchio stile formativo nelle loro passioni personali. Per cui vedo molto bene la sfida generazionale! Quasi una salvezza per entrambe le parti:
  1. i giovani portano una freschezza non strutturata, insieme, però, a tante insicurezze;
  2. i decani portano una profondità, una tradizione, una storia, che però può aver perso vitalità.
  Ben vengano, allora, gli strumenti che sostengono la crescita anche intellettuale e la soddisfazione di sé (dimensioni psicologiche importanti e sane), ma accanto va alimentato il fuoco di un Incontro che cambia l’esistenza, sul serio. Dialogare e confrontarsi, e ancora dialogare e confrontarsi, senza mai interrompere questo processo, è di aiuto enorme per favorire il rinnovamento e il benessere comunitario.
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Fare il nido in comunità

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Tra i più adulti o anziani, possiamo a volte trovare persone che si sono “accomodate” e rimangono in comunità senza dare un contributo personale dinamico, oppure altri che presentano disturbi più seri, non affrontati in passato. Si può pensare: «Ormai a quest’età non si può cambiare». Può succedere, però, che se questi disturbi sono reali e non vengono “chiamati per nome”, tutta la comunità ne risenta o addirittura venga inficiata la tenuta della stessa, sia come convivenza quotidiana, sia come vita spirituale. Tutto ciò ovviamente senza mettere in questione la buona volontà, la virtù o la santità di tali persone (anche grandi figure di santi hanno avuto disturbi di personalità non indifferenti). Cosa si può fare in queste situazioni? Un religioso


Grazie per lo stimolo a riprendere temi così interessanti. Una premessa “doverosa”, in un momento storico come quello attuale: nessuno di noi è immune da momenti di difficoltà, sbandamenti, perdita di speranza e orizzonte, o dalla sensazione, talvolta, di non potercela fare. Come ha detto il nostro papa, tutti possiamo sperimentare paura e smarrimento, perché siamo sulla stessa barca umana. Questo non dovremmo mai dimenticarlo. Siamo fratelli e sorelle nella bellezza delle risorse che abbiamo, e nelle fragilità che ci accomunano. Lei, però, accenna a situazioni specifiche, quelle in cui la persona soffre di difficoltà più marcate che vanno a segnare la vita personale e comunitaria, o perché poco collaborativa o perché particolarmente vulnerabile. Le due situazioni, tuttavia, non possono essere del tutto identificate, sebbene abbiano dei punti comuni.   La prima: quella di chi si accomoda o «nidifica» direbbe p. Luigi Rulla sj. Cosa vuol dire nidificare? Vuol dire che non si fa alcuna scelta propositiva, in merito alla vita comunitaria: si rimane nel cammino, ma si va, di fatto, in pre-pensionamento! Qualunque attività risulta pesante, inadeguata, nessun apostolato è adatto e nessuna comunità mi comprende come vorrei. La persona, in questi casi, vive il proprio scontento non in modo proattivo, cercando soluzioni, rendendosi disponibile ad un confronto, cercando altri percorsi di vita, ma rimanendo in vocazione in modo passivo. Il “vantaggio” di rimanere fermi è che si evita la fatica di mettere mano alle proprie decisioni esistenziali per maturare altre soluzioni. Rimanere fermi offre un’apparenza di perseveranza e fedeltà. Ma perseverare è tutt’altro, è un’operazione attiva, che passa attraverso il fare propri i valori vocazionali ed espandersi nel dono di sé, cioè nell’amore.   L’altra situazione, invece, è propria di chi ha una personalità complessa e problematica. Questo mi sembra un punto importante e delicato. Come giustamente si sottolinea nella domanda iniziale, la problematicità non ha nulla a che vedere con la santità, la fede, la buona volontà, ma ha a che vedere con la vita in comune e l’efficienza apostolica. Ricordo, infatti, come ho detto spesso che:
  1. le scelte vocazionali sono scelte con una rilevanza pubblica e non solo intima;
  2. rettori, formatori e comunità (che rappresentano la Chiesa) sono chiamati a valutare se ci sono i presupposti umani e spirituali per poter far procedere il candidato, per il bene suo – innanzitutto – e poi degli altri intorno. Non esiste un diritto vocazionale. L’infelicità personale è una triste condanna per sé e per quanti vivono con lui o lei;
  3. le comunità religiose non hanno un compito direttamente terapeutico, non sono chiamate, cioè, come primo compito, a risanare o supportare le fragilità psichiche dei suoi membri, in quanto non ne hanno gli strumenti adeguati. Mi spiego: nessuna c’è scala di merito, nessuno è “meglio o peggio” di altri, e non sono “i migliori” a procedere nella vocazione. La prospettiva è piuttosto un’altra: il ministero sacerdotale, ma anche la vita consacrata, si caratterizzano per esigenze specifiche e per aspetti che coinvolgono la concretezza quotidiana, una evidenza sociale e molto altro. Tutto questo necessita di una base umana, chiamiamola maturità, che vuol dire, in altre parole, un equilibrio psicoaffettivo adeguato a quel Quindi non in astratto. Quando si dice nel linguaggio comune «ho scoperto che non avevo la vocazione», si potrebbe tradurre meglio e in modo meno moralistico: «Ho compreso che Dio mi ha fatto dono di una struttura umana che si può realizzare in pienezza altrove». Perché mai Dio Padre dovrebbe chiedere a un suo figlio una strada di vita che lo spezza, lo forza, lo costringe ad essere altro da ciò che è? Crescere, migliorarsi, diventare più generosi – e questo costa – non significa snaturarsi.
  Ritornando alla domanda iniziale. In entrambe le situazioni la comunità si scopre impotente: chi ha fatto il nido non è disposto ad uscirne e chi ha delle difficoltà personali probabilmente non lo riconosce e quindi non si lascia aiutare, o comunque la comunità non è in grado di farlo. Per esempio: la persona può avere delle dipendenze che devono essere curate in strutture adatte, o problemi umorali che richiedono l’intervento di uno specialista, oppure è un’accumulatrice di oggetti e invade casa e ogni spazio comune… La questione è relativamente semplice finché la persona è in formazione e questi disagi già si rendono evidenti. Ma qualora la formazione fosse conclusa allora le cose si complicano. Lasciare i nidificatori nelle loro tane? Sopportare in silenzio chi ha sempre scatti di ira? Non può essere la soluzione, in quanto va tutelato il membro singolo, ma va preservata anche la vita insieme, come il servizio apostolico. Perciò, sebbene non ci sia un’unica strada, non si può rimanere inermi. Le persone vanno messe a confronto, con delicatezza e riservatezza, con ciò che crea disagio alla comunità. Possono essere fatte proposte alternative, per esempio l’essere inseriti in realtà meno sfidanti e più a misura di quella persona. Possono essere indicati altri servizi, o percorsi esterni di supporto o consapevolezza di sé. In nessun caso si deve rimanere in silenzio, come se il silenzio fosse l’apice della carità. Non sempre lo è. Un padre e una madre, quando hanno un figlio con delle difficoltà, gli rivolgono un’attenzione privilegiata che però non dimentica gli altri figli. Sarebbe ingiusto. Aggiungo che spesso queste situazioni perdurano nel tempo, perché magari nessuno ha avuto il coraggio di intervenire e dopo anni e anni l’andamento disfunzionale si è cristallizzato e diventa sempre più difficile smuoverlo. Allora è davvero pesante. Si può, però, cercare di fare squadra, insieme, con gli altri fratelli e sorelle, creando attorno a quella persona una fraternità il più serena, solidale e complice possibile. Non si esclude, ma si argina e contiene la fragilità presente o sopraggiunta di un membro. È chiaro: quanto più si individuano le vulnerabilità dei membri, tanto prima si può trovare una strada per il benessere personale e di gruppo. Perciò, cercare confronti dentro e fuori casa, e formarsi in modo da acquisire competenza per il compito di accompagnamento, favorisce – non garantisce – realtà vocazionali felici e realizzate, per quanto possibile. Ricordiamo che la chiamata di Dio e la compiutezza umana convergono.
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In comunità: andrà tutto bene

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Le realtà comunitarie, i sacerdoti nelle loro parrocchie… tutti stiamo vivendo lo stesso momento durissimo, fatto di distanze e accortezze innaturali. La sua esperienza, incontrando molti di noi, qual è?


Questa volta rispondo condividendo le testimonianze che ho raccolto personalmente da consacrati e consacrate, sacerdoti, monaci e monache che raccontano, appunto, il loro vissuto di questi giorni, ai tempi del Covid-19. Il messaggio comune? Un risveglio di fraternità, purtroppo talvolta sepolta da uno stile di vita che rischia di renderci meno umani, tutti. E allora, quando si esce dalle zone di confort, dalle sicurezze ordinarie alle quali siamo attaccati – certo da soli non lo sceglieremmo mai –, si possono scoprire risorse personali e comunitarie inaspettate. Il dramma di questo periodo e le distanze forzate stanno unendo coppie, famiglie e comunità, nel dolore ma anche nel coraggio solidale.   «Siamo una comunità relativamente piccola con due giovani, qualcuna di mezza età e poi altre anziane. Alcune di noi operano all’esterno e il primo pensiero che abbiamo avuto, ovviamente, è stato per le nostre sorelle più grandi di età. Fin dall’inizio dell’allarme, anzi prima ancora arrivassero decreti restrittivi, abbiamo deciso di ritirarci dentro casa. Ci è sembrato il miglior gesto di solidarietà con cui potevamo contribuire a questo momento che accomuna il nostro Paese. Certo ammetto che, proprio perché ormai siamo abituate a vivere insieme a stretto contatto, non è facile rispettare tutta una serie di accortezze che riguarda l’impiego di particolare cura nel lavaggio delle nostre stoviglie, ordinariamente condivise, il distanziare i posti a tavola, gli spazi della preghiera, il fare attenzione a non stare troppo ravvicinate, per quanto possibile in un ambiente comunque ristretto. In tutto questo l’esperienza più significativa credo sia vedere le nostre sorelle anziane grate e commosse per l’attenzione speciale nei loro riguardi. Una di loro, che di solito è molto critica verso la nostra generazione, ci ha espressamente ringraziate dicendoci che ritirava i commenti sulla nostra “leggerezza” perché proprio in questo momento di bisogno si è reso visibile un affetto profondo e familiare verso di loro. In effetti siamo molto attente alla loro salute, per noi sono un bene prezioso le nostre sorelle più grandi. In loro vediamo e pensiamo ai nostri nonni lontani da qui. Chissà che il tanto discusso gap tra decane e nuove arrivate non si sia ridotto di qualche metro e che altri anziani possano fare un’esperienza simile». Una consacrata in formazione   «Quando abbiamo iniziato quest’avventura nazionale ci siamo riuniti tra noi e ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare. Ammetto che lo spavento c’era, e sì che noi viviamo di fede! Eppure ci siamo sentiti piccoli e impotenti. Abbiamo temuto che per tanti uomini stare dentro casa, fermi, quasi impossibilitati a uscire, sarebbe stata una vera sfida! Le lascio immaginare! Posso dire, senza millantare nessun merito, che sta andando meglio di quanto ci aspettavamo noi stessi. Il tempo insieme, dentro casa, è una cosa nuova, di solito siamo tutti di corsa in tanti posti diversi a motivo dell’apostolato o del lavoro, pasti frettolosi, serate senza un dopocena condiviso (chi è stanco, chi deve preparare il da farsi per il giorno dopo, chi ha degli arretrati da ultimare). E invece eccoci a rallentare i ritmi, senza dubbio accomunati da un momento così particolare nella nostra storia. Forse qualcuno si scandalizzerà, ma a noi religiosi, o almeno alla nostra comunità, sta facendo bene – fermo restando la tragedia dell’evento – il “doversi” ritrovare a re-inventare il tempo comune. Rispettiamo le distanze di sicurezza e le precauzioni sanitarie, eppure cerchiamo di seguire insieme le notizie, le commentiamo a tavola, ci chiediamo l’un l’altro come stanno le rispettive famiglie. Quelli che possono si mettono a disposizione via telefono per ascoltare e supportare le persone che sono a noi in qualche modo legate (giovani, coppie, famiglie) e questa iniziativa, pur così semplice, mi sembra una gran cosa. Vorremmo essere vicini a quanti sono in condizioni difficili o drammatiche. Speriamo, ovviamente, che quanto prima tutto torni alla normalità, ma se questo clima comunitario diventasse la normalità?» Un sacerdote religioso   «Siamo una comunità di monache. Noi “dentro” ci siamo sempre, non è questo che segna il tempo attuale per noi. E neanche la distanza da rispettare, la casa è grande e non siamo così tante come un tempo, per cui è un’attenzione semplice da mantenere anche nel coro in cui preghiamo. Ci siamo dette che però questo momento storico e sociale chiede anche da noi qualcosa di speciale. Cosa? Noi preghiamo sempre per i nostri cari e per tanti che sono in prima linea nella vita operativa. Abbiamo senz’altro rafforzato la preghiera, ma sentivamo che questo non bastava. Qualcuna di noi ha saputo che altre comunità si sono rese disponibili all’ascolto via social, e allora ci siamo buttate anche noi. Meno male che ci sono le nostre giovani native digitali! Non è una modalità consueta, ma perché non aggiornarci per metterci in un ascolto nuovo? E poi abbiamo fatto esperienza di rimanere in contatto con alcuni sacerdoti diocesani per pregare insieme, sebbene in modo virtuale. Loro adesso sono isolati dalle loro comunità, alcuni non possono stare accanto alle famiglie, insomma tutti abbiamo bisogno di non sentirci soli. Chi crede che siamo supereroi, beh diciamo con grande semplicità che no, non lo siamo. Abbiamo bisogno di sentirci fratelli e sorelle e di sostenerci nella fede quando abbiamo paura, magari non per noi, ma per i nostri cari, alcuni dei quali sono nelle zone rosse più colpite. In questi giorni ci stiamo incoraggiando a vicenda, tra noi sorelle, “parlando” di Dio, della sua Provvidenza, della sua paternità, scambiandoci parole buone e le esperienze di bene di cui veniamo a conoscenza. Noi che viviamo di Parola, possiamo dare per scontato questo dono immenso della fede che dà speranza, e i momenti di “prova” ci danno modo di rimettere al centro le cose essenziali per le quali abbiamo dato la vita. Vorremmo dire a quanti sono sul campo in questo momento, medici e infermieri, ma anche le tantissime famiglie che sono costrette a casa, magari con bambini piccoli da gestire, che non sono sole, che siamo un’unica grande famiglia». Una claustrale  
Vita in comune

Se cala l’entusiasmo

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Siamo stati chiamati a una grande vocazione, che abbiamo vissuto con entusiasmo e stupore. Man mano che il tempo passa sorge il desiderio di essere apprezzati, di avere sicurezze; all’inizio non ci importavano, ora la conseguenza è che si voglia far valere queste esigenze, e, se non soddisfatte, col tempo c’è il rischio che la persona inizi ad avere una doppia vita, a volte in modo inconscio, altre volte in modo cosciente; si perde l’incanto, la pienezza. Come possiamo aiutarci a rimanere in questo incanto e pienezza e, soprattutto, ad essere sinceri con Dio? Un consacrato  


Credo che la domanda ponga uno degli interrogativi più discussi nella vita comunitaria: come affrontare il calo dell’entusiasmo nel tempo, quando c’è il rischio di riprendersi quello che si è donato? E quale spazio dare alle esigenze più o meno esplicite di espressione di sé di uno o più membri di comunità? In tutti e due i casi, c’è un “movimento” inatteso nella persona. Certo, all’inizio di una scelta forte di vita, matrimonio o percorso vocazionale in senso stretto, la passione e la voglia di iniziare qualcosa di nuovo mettono le ali. La sensazione è che tutto sia possibile, che qualunque difficoltà non sia così grave, che staremo bene come il primo giorno, e che la mia vita non è per me, ma per l’altro (partner, comunità, missione). Nel tempo, però, le cose cambiano. Una consacrata mi raccontava: «Avevo nel cuore l’ideale di Nazareth, vivere una vita non-visibile, lavorare come lievito nella pasta senza dover apparire, questa era la grande forza dei miei primi anni nella Congregazione. Oggi sento che ho bisogno di essere riconosciuta in quello che faccio, anzi ho bisogno di portare avanti proprio io alcune attività, ho bisogno di margini di autonomia, sono diventata molto meno tollerante ai “no” dei miei superiori». Come leggere questa ed altre situazioni simili? Come perdita di fede? Come pericolo per la vocazione? Non è detto! Dico subito, perciò, che la variazione, il cambiamento delle condizioni interiori delle persone, di ciascuno di noi, rientrano nei normali processi umani che non sono mai lineari e semplici. Ma rientrano anche nell’evoluzione delle motivazioni che sostengono le scelte importanti e che hanno bisogno di essere rinnovate e aggiornate, perché non è possibile che mantengano la stessa “forma” degli inizi. Nel frattempo sono passati anni, esperienze, gioie e delusioni, che danno uno sguardo nuovo su noi stessi e sulla vita: magari emergono aspetti di noi che non conoscevamo, arrivano nuovi incarichi di apostolato/lavoro, o magari non si può più portare avanti quello che si stava facendo con soddisfazione perché purtroppo veniamo spostati altrove, o perché le energie non sono più le stesse di 10, 20, 30 anni prima. Sono tanti gli eventi che intervengono lungo il corso del tempo e questi inevitabilmente inducono un cambiamento per poterci adattare alle nuove situazioni. Insorgono emozioni che non si erano mai provate, si desiderano esperienze che non si immaginavano prima. Tuttavia, il processo di cambiamento ha in sé delle potenzialità notevoli e non è qualcosa da subire passivamente o che ci si limita a constatare, come dato di fatto. Anzi, ciò che rende il momento un’occasione di ripartenza è proprio l’atteggiamento con cui lo si affronta. In fondo, è necessaria una nuova sintesi tra ciò che sono oggi e le motivazioni che hanno sostenuto la scelta di allora (del partner, del seminario, della comunità), e questa ricerca coinvolge non solo la persona direttamente interessata. Ritengo, allora, che ci siano due momenti forti e necessari perché questo processo diventi un arricchimento e non uno stop o una regressione personale.
  • La consapevolezza di quello che sto vivendo. Stanchezza e bisogno di riconoscimento, «sono stufo che nessuno mi riconosca tutto il lavoro che porto avanti», bisogno di autonomia, «sono un adulto e sento che è importante poter decidere secondo i miei criteri, e forse tentare qualcosa di nuovo», rabbia, «questa comunità è ingrata, mai una parola buona», senso di abbandono, «ora che non ho più le stesse energie, mi sento messo ai margini, allora mi cerco un impegno per conto mio».
  • Il confronto, con la comunità, con altri fratelli e sorelle. Il momento critico di un membro – “crisi” letteralmente vuol dire, però, decisione –, è criticità per tutta la famiglia circostante. Credo che sia fondamentale la dimensione fraterna in momenti simili.
Che avvenga un calo, che ci siano difficoltà personali o magari semplicemente che ci siano bisogni nuovi, non è un dramma ma un’occasione per tutti per fermarsi ad ascoltare. Forse non tutte le ragioni di quel fratello o sorella sono irragionevoli. Anche quella sua condizione di tristezza potrebbe essere un indicatore importante che qualcosa va ripensato nella vita comunitaria. È decisiva, allora, la possibilità che la persona ha di parlare di ciò che sta vivendo e, per la comunità, cercare di capire di cosa l’altro abbia bisogno, cosa vorrebbe, cosa vive, cosa possa aiutarlo a star bene con la propria vocazione e con la sua fraternità. L’eventuale diffidenza da entrambe le parti – il fratello/la sorella si chiude e quindi si “aggiusta” per conto proprio, la comunità ritiene che sia solo questione di rivendicazioni immotivate e quindi isola la persona – non aiuta ad affrontare ciò che sembra una perdita d’incanto, o comunque un momento nuovo, tutto da capire.   Perciò penso che prima di decidere che quella persona si è impigrita o “mondanizzata”, dovremmo pensare che forse non riesce più a percepire la grandezza della vocazione e vive un momento cupo, o potrebbe aver bisogno di nuovi stimoli, di spazi diversi, di realizzazioni che la facciano sentire viva. In tutti e due i casi avere fratelli e sorelle intorno che provano ad ascoltare e capire, senza censurare, le esigenze dell’altro, permette di trovare strade percorribili e soprattutto di non chiudersi reciprocamente. Il cammino è in entrambe le direzioni. La possibilità, sempre preziosa, di confronto permette alla persona di rendersi conto che i suoi cambiamenti toccano tutti e quindi è “insieme” che si devono affrontare. E permette alla comunità di crescere insieme ai cambiamenti dei suoi membri. Talvolta ho constatato come la non-chiusura abbia aperto strade nuove per la comunità stessa che rischia, altrimenti, di rimanere asfittica, chiusa nelle proprie sicurezze e in un ideale disincarnato dalla storia concreta dei suoi membri, che non sono tutti uguali.   Dunque: custodire la grandezza della vocazione non vuol dire che questa rimane statica, come era agli inizi. Vuol dire, invece, che proprio per essere vitale deve aprirsi al dialogo. Perciò, se per qualcuno arrivano momenti di “bassa marea”, o se la persona esprime esigenze nuove, parlarne ed ascoltarsi in comunità può aprire scenari nuovi per entrambe le parti, e riduce il rischio molto serio di sdoppiamenti di vita. È importante che il fratello o la sorella parli, che esprima apertamente ciò che vive, ciò che va comprendendo di sé e delle proprie esigenze, rendendosi disponibile al confronto con gli altri. Ed è importante che la comunità, a sua volta, sia attenta ai segnali di cambiamento dei suoi membri, non si tiri indietro, sulla difensiva, ma rimanga vicina e disponibile ad ascoltare e accogliere le evoluzioni dei suoi membri. Questa sensibilità reciproca è ciò che rende il vivere insieme vivo, autentico, creativo, aperto al futuro.
Vita in comune

Rigidità e maturità umana

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Come aiutare a superare la mancanza di passione, la stanchezza, l’individualismo esagerato, le difficoltà nei rapporti che a volte emergono? Possono essere segnali di mancanza di vocazione alla vita comunitaria? Come aiutare la persona affinché si renda cosciente? Perché accade che tante volte lo vedono e soffrono gli altri compagni, il responsabile, la comunità… E non lo vede, né lo accetta, lei o lui. Un consacrato


La domanda è molto interessante e tocca diversi aspetti dei processi umani e in particolare di quelli vocazionali. Inizio dalla fine. La consapevolezza di sé è un aspetto fondamentale del vivere insieme. Credo che difficoltà caratteriali e limiti personali non siano di impedimento alla la vita comunitaria, purché… la persona sia disponibile ad acquisire un contatto autentico con se stessa e accetti di provare a esaminare quegli aspetti che altri, invece, vedono chiaramente. Uno dei riquadri della famosa finestra di Johari – dai nomi dei due psicologi Joe Luft e Harry Ingham, che l’hanno elaborata nel 1955 – definisce «area cieca» quella parte di me che io stesso ignoro, ma che chi mi sta accanto e intorno conosce. Area aperta - quello che so su di me e racconto agli altri Area segreta - quello che so su di me, ma mantengo riservato Area cieca - quello che non so su di me, ma gli altri sanno Area ignota - quello che non so su di me e anche gli altri ignorano Come aiutare a rendere meno “ciechi” quegli aspetti che sfuggono alla conoscenza della persona interessata? La vita comunitaria in se stessa normalmente favorisce un allargamento ed un approfondimento del «chi sono», e di «come mi relaziono agli altri». Mi capita spesso, in effetti, di ascoltare da sacerdoti, consacrati e consacrate quanto il rapporto con la gente, il trovarsi con i fratelli e le sorelle, perfino i pasti e i momenti di festa, li aiutino a diventare più autentici. Questo accade perché il contatto quotidiano, e non solo sporadico, e la condivisione di tanti momenti semplici e ordinari in comunità facciano sentire liberi i membri di offrirsi un rimando schietto l’uno all’altro: «ti vedo nervoso», «mi sembri impaziente». E tale scambio informale permette (o dovrebbe permettere) di acquisire un sguardo su di sé più realistico: «sai che non mi ero mai pensato in questi termini?», «sai che non mi ero mai accorto di essere così?», «grazie per avermi fatto notare che talvolta sono brusca». Tuttavia tale processo di crescente consapevolezza non è scontato. C’è chi accetta questo gioco di scambio di luci che la fraternità permette, a differenza del mondo esterno dove di solito prevalgono la forma e la compiacenza per interesse, o comunque dove la conoscenza interpersonale rimane più superficiale. Ma c’è anche chi rimane rigido, sulla difensiva, e non accetta che altri possano vedere aspetti di sé che egli non coglie, rifiutando quelle considerazioni che non corrispondono a ciò che lui o lei conosce di se stesso/a. Le ragioni possono essere diverse, ma sta di fatto che la persona non ha nessuna intenzione almeno di provare a riflettere sulle cose che le vengono dette. E qui si arriva al cuore della domanda.   I colloqui personali, i dialoghi a due rappresentano, di solito, il contesto più delicato e adatto nel quale alcuni osservazioni meno piacevoli dovrebbero trovare un’accoglienza migliore. È chiaro, però, che occorre fiducia reciproca perché si possa entrare nella sfera personale dell’altro in un modo che non suoni giudicante, ma affettuoso anche se critico. E la fiducia richiede tempo e pazienza. In ogni caso, non si dovrebbe mai mettere nessuno in condizioni di sentirsi ferito da un qualche commento meno benevolo, specialmente in pubblico. In molte comunità, comunque, c’è anche la possibilità di un momento strutturato di verifica comunitaria, e questo appuntamento può aiutare nella comunicazione reciproca. Purtroppo, però, non è detto che neppure con una base di fiducia e in un contesto riservato, la persona interessata recepisca le indicazioni del responsabile, o degli altri confratelli o consorelle. Per cui i rimandi non vengono in alcun modo integrati dentro di sé. Allora, la migliore comunità possibile, i superiori più attenti, possono fare ben poco. Credo che proprio la scarsa docilità (docibilitas, come la chiamerebbe Cencini), sia un grande impedimento al buon vivere insieme, e rappresenti uno degli aspetti di immaturità, apparentemente secondario, ma in realtà grave per una vocazione comunitaria. In genere la disponibilità al confronto, a lasciarsi interrogare dalla vita comunitaria, e il desiderio di cambiare anche attraverso e grazie agli altri, emerge fin dalla formazione iniziale. È importante, perciò, accompagnare chi intraprende il percorso vocazionale in una progressiva apertura al formatore/formatrice e agli altri anche rispetto al sapersi mettere in discussione (che non vuol dire entrare in crisi per qualunque commento esterno!). Se questo non avviene, è improbabile che poi la persona si renda disponibile a ciò, negli anni a seguire, diventando “una bella croce” per le persone intorno! Sono comunque fratelli e sorelle da accogliere ed amare, in modo particolare, senza mai perdere la speranza di un miglioramento possibile (per questo possiamo anche pregare).   Pertanto, riprendendo la domanda iniziale, e concludendo: la stanchezza, la perdita di passione, l’individualismo di un fratello o una sorella di cui tutta la comunità si rende conto e si fa carico – come in famiglia ci si prende cura dei momenti di debolezza di qualcuno dei suoi membri – possono diventare distruttivi per la persona non tanto in se stessi, quanto perché ella non è disponibile a lasciarsi aiutare. Il rischio è che questa condizione peggiori nel tempo. Gli altri intorno si dovranno allenare, allora, a starle accanto così, non avendo altre possibilità di intervenire in modo costruttivo. Bisogna comunque rispettare la coscienza dell’altro, anche quando non la si comprende. Saper accogliere i suoi silenzi e le sue resistenze è parte del vivere insieme adulto e non fusionale. Intendo con fusionale la situazione, negativa, dove tutti pensano e sentono allo stesso modo, come accade agli adolescenti (e talvolta in alcuni ambienti comunitari), che per essere accettati dal gruppo – e paradossalmente sentirsi “unici” – livellano le individualità, diventando tutti uguali. Certo rimane importante valutare e accompagnare fin dai primi anni formativi l’apertura di chi intraprende il percorso vocazionale, e la disponibilità al confronto, segni significativi di una necessaria maturità di base. Solo se è presente tale capacità e il desiderio di crescere insieme nella vita comunitaria – che emergono concretamente nella progressiva apertura dell’area cieca –, la persona rimarrà aperta alla fraternità. E nei momenti bui non si troverà da sola ad affrontarli.
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