L'esperto risponde / Società, Spiritualità e mistica

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

Omosessualità e vocazione

So che è un tema particolarmente delicato che non può essere compreso in poche battute, ma vorrei avere delle piste di riflessione, dal punto di vista psicologico, in merito all’inserimento di persone omosessuali in seminario o in comunità. Un formatore di seminario

Condivido pienamente che sia un tema delicato che richiede la massima onestà morale ed intellettuale per non assumere posizioni ingenue o liquide, secondo il trend del momento. Parlarne in un breve spazio è riduttivo e io stessa so che non è pensabile affrontare la complessità dell’argomento senza riduzionismi maldestri, anzi qualora ciò accadesse mi scuso in anticipo.

Perciò Le propongo di parlarne attraverso più puntate della rubrica, precisando fin d’ora che questi articoli sono da leggere insieme, per non frammentare il discorso e ridurne la complessità.

Questo primo articolo sarà uno sguardo generale, molto importante. Nella puntata successiva, considererò nel concreto se e come e quando è possibile l’inserimento di persone con orientamento omosessuale in una comunità. Questo inserimento non è scontato e non è un processo lineare, in quanto chiama in causa molteplici livelli, affettivi, relazionali e di convivenza sana – vedi i diversi interventi prudenziali del Papa e dei documenti ufficiali – che cercheremo di affrontare camminando insieme con la Chiesa. Quindi attenzione a non sbriciolare il tema con slogan che esulano da qualunque intenzione di fondo.

Chi entra in seminario o in una realtà carismatica ha intuito di poter corrispondere al Vangelo facendo dono della propria vita in una scelta profondamente impegnativa. Non lo è meno la vita in coppia e genitoriale, ma al sacerdote, al consacrato/a è richiesta una maturità umana “particolare”.

Ci tengo a spiegarmi al meglio: le persone con una vocazione (cioè risposta ad una chiamata) al sacerdozio o alla vita consacrata non devono essere persone stra-ordinarie, con qualità di eccellenza, ma persone che abbiano la struttura umana necessaria ad affrontare impegni specifici. Ad esempio:

  1. il vivere insieme ad altri che non sono stati scelti;
  2. l’avere spazi personali ridotti (si pensi alla vita del futuro sacerdote o ad un consacrato che viva in comunità);
  3. un’autonomia che sarà sempre condivisa con i responsabili: vescovo, superiori, confratelli, popolo di Dio…
  4. impegni apostolici di grande responsabilità morale;
  5. e, certamente non ultimo, che siano “capaci” di sostenere per tutta la vita una scelta celibataria/di castità.


In cosa consiste concretamente questa capacità
, avendo appena detto che non si tratta di avere superpoteri? Credo che si potrebbe esprimere nei termini della maturità psico-affettiva, tanto cara al nostro papa, la quale, sul piano dei progetti di vita, consiste nel «perseguire obiettivi esistenziali coerenti e significativi sia nel breve sia nel lungo periodo». Non sono parole mie, ma di un Manuale condiviso dalla Comunità scientifica internazionale, (DSM-5, sez. III), che propone una sorta di tabella sul “funzionamento ottimale della personalità”. In altre parole (questa volta mie): una griglia dove vengono indicati gli aspetti che delineano la maturità ottimale.

Tra questi, c’è proprio la capacità di perseguire con coerenza un obiettivo di vita, oggi, domani e sempre. Allora se l’obiettivo è il seguire Cristo facendo dono della propria sessualità/genitalità – un impegno di altissimo livello! – il cammino di accompagnamento deve sì considerare l’aspetto sessuale, che però si inserisce nel quadro della persona matura, a prescindere dal suo orientamento che da solo è poco indicativo di “come sia” la persona. Qui bisogna essere coraggiosamente chiari.

Valutare la maturità vuol dire, concretamente: se la persona, nel tempo, diventa sempre più capace di coerenza, sviluppa sempre di più il senso di appartenenza alla realtà scelta, diventa sempre più armoniosa nelle sue diverse dimensioni cognitive, affettive, comportamentali.

Non c’è solo l’aspetto strettamente fisico che, fuori di dubbio, è assai importante.

Pornografia in rete, relazioni morbose all’interno della comunità, crisi di gelosia, attaccamento al potere e al denaro, elevata conflittualità, scarsa generosità, gestione degli impulsi instabile (rabbia, sesso agìto)… sono tutti segnali che rimandano ad aree di immaturità affettiva più o meno gravi, a prescindere dall’orientamento. L’impegno ad amare Cristo in modo totalitario, fedele, unificato nel corpo e nella mente, vale per chiunque inizi un processo vocazionale.

L’orientamento sessuale in se stesso, quindi, è scarsamente indicativo della maturità personale. Non dice se quel ragazzo, quella ragazza, quell’uomo, quella donna sia in grado di sostenere, non solo nell’oggi, ma anche nel domani, la solitudine, l’assenza di un partner esclusivo, la gestione degli impulsi e tutto il resto che la vocazione richiede. E neppure se nella scelta vocazionale la persona sta cercando un rifugio o una fuga dalle sfide del vivere senza una realtà istituzionale che lo “protegga”.

Dunque, l’orientamento sessuale è uno degli aspetti che fanno parte dell’identità, dell’affettività e della sessualità della persona, e in quanto tale innanzitutto va portato a consapevolezza: intraprendere un percorso vocazionale richiede una buona conoscenza di se stessi, in modo che la sessualità possa diventare “oggetto” di crescita, perché obiettivo è l’appartenenza totale a Cristo, anche attraverso il proprio corpo.

Mi sembra un punto importante.

Quanto più ci si conoscee questo può accadere solo se ci si apre con fiducia a formatori, accompagnatori, persone competenti – tanto più si matura in modo autentico, sia nell’identità che nella propria vocazione.

Non è pensabile camminare da soli, o gestire per conto proprio il mondo interiore supponendo di “conoscersi abbastanza”, con il “fai-da-te”. Mai.

Si può crescere, certo: ciò che era immaturo ieri, può migliorare, ma questo necessita un’apertura e un accompagnamento vocazionale competente, serio ed autentico. Il formatore deve essere preparato a questo ruolo, non spaventarsi, essere disponibile ad accogliere la complessità umana, soprattutto odierna. Questa capacità favorisce l’apertura sincera dei/delle giovani.

D’altra parte chi è in formazione dovrebbe avere il coraggio e l’onestà di confrontare desideri e bisogni, senza timore che ciò comprometta il cammino formativo (sperando che sia così veramente), ma anche aperto ad accettare l’eventuale consiglio che altrove la sua realizzazione troverebbe condizioni più adeguate.

Concludo: sottovalutare la dimensione fisico-sessuale in una scelta vocazionale è ingenuo perché è un aspetto centrale dell’essere umano, per cui va “educato” e affiancato, ma di questo torneremo a parlare. Tuttavia maturare – che è poi imparare ad amare e fare dono integrale di sé – è un processo esigente, impegnativo sul piano spirituale e psicologico, che non può essere ridotto a un’unica dimensione.

 

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Vita in comune

Vita in comune e celibato sono compatibili?

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Dopo gli scandali degli ultimi anni forse sarebbe meglio ripensare, e forse abolire, le comunità di persone “costrette” al celibato. O almeno stabilire dei requisiti psicologici minimi indispensabili. Un laico preoccupato   preti


Direi in modo sintetico: non si può fare un identikit di chi è “adatto”, però ci vuole senz’altro una maturità di base. Un pensiero diffuso è che sia la condizione di celibato a far fallire molte vocazioni, o addirittura a deviarle. Non è così. I due report voluti dalla Conferenza Episcopale Americana, in seguito allo scandalo degli abusi esploso negli Stati Uniti nel 2002, rilevano che in realtà l’antica pratica del celibato, risalente nella Chiesa Cattolica all’XI secolo, non ha nulla a che vedere con la corruzione sessuale che l’ha gravemente ferita, anche perché il picco degli abusi negli anni ’60-’70 e la decrescita a partire dalla fine degli anni ‘80 mostrano come essi siano indipendenti rispetto alla continuità della pratica celibataria. Tuttavia bisogna essere onesti e senza illusioni: vivere insieme non è facile, non basta la buona intenzione di vivere con altri perché questo funzioni e produca benefici. Quando manca una struttura psicologica minima o essa è molto fragile, lo stare insieme moltiplica i problemi, come una grande cassa di risonanza dove l’eco amplifica ogni suono… A riprova di quanto sto dicendo voglio condividere una delle ricerche riguardo all’efficacia dei gruppi di incontro (cf. Yalom, Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo) sui cambiamenti personali: lo stare in gruppo è migliorativo sul comportamento e la personalità del singolo? 210 partecipanti a 16 gruppi esperienziali trimestrali, con leader provenienti da 10 Scuole diverse, furono confrontati a 69 soggetti non partecipanti ad alcun gruppo a cui vennero dati questionari da riempire. I risultati furono che, appena dopo il termine dell’esperienza, i primi espressero una valutazione molto positiva dei gruppi di incontro quanto a “piacevolezza”, “costruttività” e “istruttività”; già nel follow up dei 6 mesi seguenti l’entusiasmo era diminuito, ma comunque un terzo di essi (circa il 39%) continuava a percepire un cambiamento positivo moderato o addirittura considerevole, l’8% dei partecipanti invece aveva subito un disagio che si era addirittura protratto per i 6 mesi seguenti la conclusione del gruppo; infine i soggetti di controllo, valutati nelle stesse dimensioni degli altri, mostravano un cambiamento minore sia in positivo che in negativo. Dipendeva forse dalla bravura del leader? Sembrerebbe di no: sebbene il ruolo del leader ed il suo equilibrio – e non la sua scuola di provenienza – influenzino notevolmente l’andamento del gruppo (un leader troppo direttivo genera un gruppo che non riesce a sviluppare autonomia, aritmico, uno troppo liberale genera gruppi confusi), egli non aveva una efficacia diretta sull’individuo. Qual era dunque la nota distintiva rispetto al cambiamento personale e alla sua durata? Ecco il fulcro della risposta: chi aveva la capacità di attribuire significati, di integrare e trasferire in altre situazioni di vita l’esperienza vissuta. Con altro linguaggio: chi aveva capacità di “insight”. Utilizzando questa ricerca per il contesto della vita in comune potremmo dire quindi che affinché la vita insieme possa funzionare è importante il ruolo di chi funge da coach, se è previsto che ci sia, ma è soprattutto una adeguata base di maturità a fare la differenza sostanziale. Se questa manca, anche la migliore esperienza comunitaria avrà un forte impatto sul momento che però di lì a poco scolora…
Vita in comune

Vita in comune, social, famiglia: quali scenari in futuro?

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Mi rincuorano certi dati che rilevano più che una crisi, un cambiamento (meno religiosi ma più diaconi per esempio). Mi preoccupa la crisi dei religiosi in Europa, quindi in Italia. Quante scuole cattoliche stanno chiudendo l'una dopo l'altra per mancanza di vocazioni che portino avanti carismi meravigliosi? Alessandro Pernini

 

I social network non aiutano la comunità, ma incentivano l'individualismo e la propria autocelebrazione, però penso anche che possano essere usati in modo formativo ed edificante, come può essere il tuo articolo "twittato". Ho 28 anni, non sono sposata e non ho figli, ma sto vivendo il mio discernimento vocazionale, ho molti amici coetanei alcuni sposati, alcuni con figli, altri soli e dediti totalmente al lavoro o allo studio, e guardandoli con gli occhi dell'amicizia vedo tanto spaesamento, molta confusione, in pochi sanno ciò che conta veramente nella loro vita, pochi hanno una meta. Penso che oggi ci sia bisogno di puntare sulle famiglie, di sostenerle su tutti i fronti, di considerare tutti i figli come propri e di non lasciarle sole. Credo questa sia la strada per tornare ad apprezzare la vita comune, le comunità e farle essere un focolare di amore per tutti. Rosa   social  


Che siamo tutti protagonisti e non solo spettatori di un vero e proprio cambiamento antropologico è fuori di dubbio: sta mutando ad una velocità impressionante il nostro modo di costruire l’identità, di vivere la corporeità, e di stare in relazione. Pensiamo al maschile e al femminile, la diade più antica dell’umanità: dimensioni che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe messo seriamente in discussione, oggi vengono frantumate in una varietà di sfumature e sul profilo Facebook – per ora solo su quello USA – si dispone di parole stravaganti, ben 58, per poter identificare il proprio genere di appartenenza (ma forse mentre scrivo sono già aumentate le opzioni). E se ci spostiamo sui rapporti interpersonali, chi di noi può dire che una conversazione in chat non sia spesso più appetibile di una dal vivo…? Alla domanda se tutto questo sia opera dei social network la risposta è no, peraltro i social ormai fanno parte della nostra vita, anzi si può dire che siano il pianeta del terzo millennio e non ha senso ragionare in termini di demonizzazione. Però siamo onesti: non esiste la “neutralità”, per cui l’uso dei social ha necessariamente un’incidenza nella nostra giornata, nella nostra mente. Ad esempio, più di una Responsabile di comunità mi raccontava sconfortata che al momento della ricreazione, quando cioè ci si dovrebbe incontrare volentieri per stare insieme senza impegni di lavoro, tutte scappano nella loro camera, per navigare, usare skype... Allora diciamo che:
  1. i social non hanno creato, piuttosto hanno colto uno scontento relazionale già in atto e hanno offerto delle risposte che in nessun caso vanno subite per il solo fatto che ormai così va il mondo;
  2. se c’è una domanda, vuol dire che dietro c’è un bisogno. Se si cercano nuove forme relazionali significa che quelle precedenti non funzionavano bene.
Come ne usciamo? Potremmo osare alcune considerazioni come risposte possibili:
  • aver voglia di un’identità chiara, solida e ben costruita non vuol dire tornare ad essere rigidi e fuori tempo. Il ritmo ordinato della vita consacrata o le norme che una famiglia si dà, non sono da disdegnare, anzi sono una bella sfida in questa direzione;
  • i nostri spazi familiari, proprio quelli che a volte dovrebbero essere profezia di comunione, sono segnati da rabbia e risentimenti. È più facile tagliare che ricucire: processi, come quello del perdono, sono anti-economici ma hanno una potenza straordinaria individuale e relazionale, vale la pena scoprirlo o riscoprirlo;
  • se il momento ricreativo di una realtà comunitaria non va a nessuno, forse non sono più attuali le forme proposte per stare insieme, perché magari erano state pensate in un contesto storico ben differente. Oppure: se i pasti diventano un fuggi-fuggi di genitori e figli (nessuno escluso) forse è perché a tavola non si riesce a condividere qualcosa di sé, e andando a monte, non si ha niente da dire perché in fondo non ci si sente veramente famiglia. La vita in comune reclama una umanizzazione che significa: ascolto, dialogo autentico, presenza, tenerezza…
Concludendo: le forme di vita insieme non possono auto-giustificarsi, come mi pare accadesse un tempo, quando si davano per assodate e giuste per il solo fatto di esserci; è urgente recuperare attrattiva perché, come osserva Francesco, la gente arrivi a dire: “vogliamo venire con voi!”.
Vita in comune

Le comunità religiose hanno ancora un futuro?

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Vocazioni in calo, problemi affettivi e un senso di "fatica". Nella nostra società individualistica le forme di vita comunitaria sembrano quasi anacronistiche. O no?   suore


Ricordo un giorno speciale di fine liceo: in uno di quei campi scuola organizzati per far conoscere a ragazzi e ragazze le diverse strade vocazionali, ci portarono in un monastero di clausura. Fu un’occasione folgorante per noi adolescenti qualunque: nonostante l’abito, le grate e l’ingresso buio mettessero un che di soggezione, l’incontro con delle giovani così particolari rese quel pomeriggio indimenticabile. I numerosi volti, allegri e accoglienti, tutti under trenta, provenienti da varie regioni d’Italia, facevano un forte contrasto con l’ambiente austero nel quale ci accoglievano. I miei 17-18 anni non mi permisero di fare le domande giuste per arrivare alle radici della loro scelta di vita, radicale e apparentemente sganciata dalla realtà circostante; quasi certamente ci attenemmo ad un copione banale di curiosità del tipo: «Ma tu puoi fare questo…, puoi fare quello…?». Sta di fatto che da allora mi hanno incuriosito e affascinato, per svariate ragioni, non solo quelle stra-ordinarie realtà divine-umane racchiuse spesso in case monumentali, con prati ben curati dal verde invidiabile, ritmate da campane e preghiere raffinate, ma tutte le forme di vita in comune, fatte di un'umanità eterogenea che condivide la quotidianità, con le innumerevoli fatiche che qualunque convivenza comporta, e sotto la spinta di un medesimo progetto di fede, il “carisma”. I numeri da allora sono scesi: 15/20 giovani che si trovano insieme in un percorso del genere sarebbero eccezionali oggi, almeno in Italia. Dando un’occhiata alle statistiche ufficiali dell’Annuario Pontificio 2016 che riferisce vari report numerici riguardanti la Chiesa cattolica nel mondo, ho trovato dati molto interessanti, che rappresentano uno spaccato significativo del nostro tempo. Uno sguardo generale: nel corso degli ultimi nove anni il numero dei cattolici battezzati nel mondo è cresciuto ad un ritmo superiore (14,1%) a quello della popolazione mondiale nello stesso periodo (10,8%). La presenza cattolica sale, pertanto, al 17,8% nel 2014, dal 17,3% del 2005. In termini assoluti si contano circa 1.272 milioni di cattolici nel 2014 a fronte dei 1.115 milioni del 2005. L’Europa è l’area meno dinamica in assoluto, al contrario dei due continenti emergenti di Asia e Africa. E fin qui forse niente di nuovo. Se proviamo a leggere nello specifico l’andamento delle vocazioni “particolari”, cioè quelle di impegno radicale, attivo ed esplicito nella Chiesa, inizia a delinearsi almeno il contorno di questo millennio, anche da un punto di vista geografico. Sono in aumento, a livello mondiale, (ma non in America del Nord ed in Europa dove invece sono in ribasso) i numeri del clero, cioè dei sacerdoti diocesani e religiosi, da 406.411 nel 2005 sono passati a 415.792 nel 2014, poi il numero grosso modo si stabilizza. Per essere più precisi però, i sacerdoti diocesani presentano un andamento nel complesso crescente rispetto ai sacerdoti del clero religioso che invece, a livello globale, sono piuttosto in calo. Un altro dato importante: meno sacerdoti abbandonano la loro strada; bene, si direbbe che l’attenzione formativa post-conciliare, nel discernimento e nell’accompagnamento, inizi a produrre i suoi frutti. Sono però in aumento i decessi per età avanzata, soprattutto in Europa dove l’indice di natalità è basso mentre quello di invecchiamento è elevato. Ancora un dato molto significativo: diminuiscono religiosi e suore nei tre continenti di America, Europa ed Oceania; in Africa ed in Asia, invece, l’incremento è decisamente sostenuto, intorno al 20% il primo e all’11% il secondo. In altre parole e a grandi linee, la vocazione sacerdotale diocesana ha ancora generalmente presa; sembra invece averne meno, almeno in America del Nord ed Europa, quella alla vita religiosa. Osserviamo allora che l’Europa chiaramente cessa di essere un modello di riferimento quanto a contributo demografico e vocazionale in senso stretto. Tuttavia proprio qui, e nelle regioni dove stanno venendo meno scelte di consacrazione, sta crescendo a ritmo sostenuto il numero dei diaconi permanenti, cioè di uomini sposati che coadiuvano i sacerdoti nell’azione pastorale sul territorio, e ciò «non è certamente riconducibile a motivazioni temporanee e contingenti, ma sembra esprimere nuove e differenti scelte nell’esplicazione dell’attività di diffusione della fede»; in Asia ed Africa questa vocazione invece è ancora poco conosciuta e forse meno “necessaria”. Qualche altra considerazione immediata: appare evidente che alcuni stili di vita hanno ancora appeal sull’uomo contemporaneo, altri invece ne hanno molto meno. Non sarà un caso se le vocazioni più “collettive”, cioè che richiedono il vivere insieme, non sono così numerose nei paesi del benessere materiale dove invece – scorriamo semplicemente i numeri – quelle di carattere più individuale attirano maggiormente. Mi pare inoltre, al di là delle statistiche ufficiali, che alcune forme di consacrazione laica che non richiedono necessariamente la vita comunitaria e forme più “moderne”, per quanto pur sempre di vita consacrata, di convivenza si stiano invece diversificando. Alla base di tutto, oltre alla vocazione personale che è la prima chiave di lettura, c’è probabilmente una fatica generalizzata a vivere insieme, complici i social che hanno potenziato modalità rapide e light di connessione più che di relazione, una moderna e magari giustificata intolleranza verso le strutture eccessivamente rigide, ma anche il bisogno lecito di rinnovare la vita comune che forse deve ritrovare forme più attuali e convincenti, rispetto a quelle del passato, che poi così perfette non erano. Per concludere: la condivisione di vita (religiosa e non) è una scelta controcorrente, ma ha ancora un futuro, secondo me, anzi proprio oggi rappresenta una scelta profetica.  
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