L'esperto risponde / Spiritualità e mistica

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Insegno Psicologia dei processi vocazionali nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Vita in comune

Fantasia e desiderio

Quando noi giovani parliamo dei nostri desideri spesso veniamo “richiamati alla realtà”, come se quello che sperimentiamo fosse a priori sbagliato, e non invece qualche segnale importante e magari proprio la voce di Dio. Lei cosa ne pensa? Un seminarista

 

 

 

 

Mi trovo spesso ad affrontare questo argomento soprattutto con i giovani in formazione che, in seminario come nella vita comunitaria, stanno valutando se la strada intrapresa sia quella che permetterà la piena espressione di sé, e quindi un incontro autentico con Dio. Perché, come abbiamo detto più volte, una vocazione può dirsi “vera” quando permette alla persona di amare il meglio possibile e il più possibile: la “volontà di Dio” e la felicità umana, allora, si corrispondono meravigliosamente.

Arrivano, però, pensieri, bisogni, fantasie. Quali sono indicatori significativi rispetto alla propria vita e quali, invece, tentazioni che possono abbagliare e portare fuori strada? Quello del desiderio è un argomento non solo di interesse spirituale, ma anche psicologico.

Propongo tre esempi reali:

  1. una donna arriva nel mio studio e mi parla del malessere che vive perché il suo “desiderio di essere amata” non è corrisposto dal suo partner, come lei vorrebbe.
  2. un giovane sacerdote mi racconta del suo desiderio di creare un gruppo con i giovani della sua parrocchia, che però non riesce a realizzare: «dicono, dicono, ma poi non si vede nessuno…».
  3. un seminarista, dopo diversi anni di percorso vocazionale, sente il desiderio di costituire una famiglia propria perché si sente solo, e non sa come leggere questo pensiero ricorrente.

Come devono essere collocati questi desideri? Esiste una connotazione buona/meno buona rispetto a quello che attiva le nostre energie desideranti?

La donna si impegna per ricevere le attenzioni del marito, cerca di avere cura di sé, di avere sempre la casa in ordine, il sacerdote si impegna per cercare un linguaggio e delle attività che possano attirare i ragazzi, e il seminarista cerca di pregare di più per non lasciarsi distrarre dalle fantasie che sperimenta.

Tutti e tre sono mossi da un desiderio, dal bisogno di essere riconosciuti, e soffrono per non essere corrisposti, il che li fa sentire inadeguati, seppur per ragioni diverse, e vorrebbero approfondire questa condizione di non-appagamento.

Come sempre, nei processi umani la risposta non è univoca. Entrano in gioco diverse componenti da considerare. Torno agli esempi.

La donna che non sappia accogliere quello che il marito le offre, secondo le proprie capacità e potenzialità non sta “desiderando”. Non riesce più a vedere l’altro per ciò che è, rifiuta qualunque gesto che non corrisponda perfettamente a quello che lei aveva immaginato, non riesce a riconoscere anche il proprio limite, ma solo quello altrui. È intrappolata dentro i propri schemi. E ha intrappolato l’altro all’interno dei bisogni a cui lui dovrebbe corrispondere.

Il sacerdote desideroso di far conoscere Gesù ai giovani, se si scoraggia nell’impegno e soprattutto riferisce sempre e solo a se stesso conquiste e sconfitte, forse non sta desiderando in modo autentico. In altre parole l’anelito apostolico diventa una questione di gratificazione personale, che quindi si traduce in aumento o abbassamento dell’autostima, e non più nella passione per l’incontro dei ragazzi col Vangelo. Infatti abbandona il progetto perché non ne vede i frutti immediati, e diventa aggressivo con gli altri per questo “fallimento”.

Infine il seminarista, che pur vivendo con impegno la preghiera, la condivisione quotidiana e l’apostolato, sperimenta ancora un senso di vuoto. Egli però non asseconda immediatamente i pensieri che gli attraversano la mente, non inizia a distrarsi chattando o a cercare consolazione navigando in Rete, bensì ne parla con i suoi formatori e accompagnatori. Con loro decide di provare ad impegnarsi di più per comprendere meglio cosa stia vivendo, non si ritira dalla vita comune, anzi cerca di vincere il momento di confusione compiendo qualche gesto in più verso i suoi fratelli. È un modo “sano” di gestire il desiderio per cercare di comprenderne, insieme, il significato profondo, e forse individuare un’altra strada che meglio corrisponda a quel giovane.

Allora… di fantasie effimere ne abbiamo tante lungo il giorno: quando sono stanca, fantastico di lasciare tutto e abbandonare ogni impegno; quando le cose in famiglia sono difficili, fantastico che le famiglie degli altri siano migliori della mia. Che un’altra condizione di vita sarebbe più adeguata.

Il desiderio autentico, invece, è proprio su un altro piano. Innanzitutto si iscrive all’interno della relazione intersoggettiva, e non unicamente del piacere personale. È costruzione di rapporti, è apertura all’altro, è confronto. Non è utilizzo del partner, del fratello, della sorella, della parrocchia, secondo il proprio bisogno del momento. L’altro invece diventa un riferimento essenziale per comprendere e collocare il desiderio.

Il desiderio autentico passa attraverso la capacità di affrontare la delusione e il dato di realtà che non sempre le cose vanno come vorrei. Quindi non pretende, non schiaccia, non opprime, non usa violenza. Sa attendere, pazientare e perdonare.

Infine, il desiderio autentico è capacità di perdere qualcosa di me: mi fa crescere, mi rende libero e non capriccioso, non rimpicciolisce il mio cuore, né lo rende un vagabondo compulsivo e sregolato, sempre alla ricerca di altro. «L’esperienza del desiderio è sempre esperienza di un’alterità e, dunque, porta con sé sempre una quota di perdita dell’identità» (M. Recalcati).

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Ho messo la mia vita nelle mani di incapaci

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Ho letto la sua rubrica dove si parla giustamente di discernimento comunitario. Ma se uno, dopo anni che ci prova, ha ormai deciso che ha messo la propria vita nelle mani di incapaci, forse è meglio che se ne vada. Che altro potrebbe fare?


Anche ai tempi di Gesù si è posta una questione simile: il vangelo di Giovanni ci racconta che ad un certo momento «molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6, 66), forse delusi da aspettative tradite e da parole che suonavano per nulla piacevoli. Al punto che Gesù si mette a provocare anche i più vicini a lui: «Forse anche voi volete andarvene?» (6, 67). Insomma, nei contesti di fede ci sono sempre situazioni umane che possono sembrare un ostacolo alla crescita, perché non si comprendono o appaiono (e magari talvolta lo sono) stupide, e questo per un’intelligenza viva e sana è inaccettabile.   C’è un però. Il grande salto di scelte che non si fermano sul piano orizzontale. Cerco di spiegarmi: non sto dicendo che vadano assecondate, in nome di una presunta e mal compresa “obbedienza”, pratiche o consuetudini che oggi hanno perso di significato, né che debbano essere accettate, senza spirito critico, scelte comunitarie o dei responsabili. Tra l’altro ormai non mi pare che nella vita religiosa ci sia più nulla di inamovibile e assolutamente insindacabile, neppure negli ambienti femminili, storicamente più portati a sopprimere il conflitto e cercare soluzioni pacifiche, anche quando scomode o non condivise. Invece ho modo di constatare molta reattività nei giovani e meno giovani, nuovi spazi di dialogo che forse non sono ancora sufficienti, ma che danno modo ai membri di un’organizzazione a movente ideale di avere scambi e fare proposte, che non di rado si traducono poco per volta in cambiamenti concreti. Si stanno facendo, insomma, grandi sforzi per superare mentalità fuori tempo, riflettere sui cambiamenti antropologici in corso e aprirsi a una nuova comprensione della missione. Dunque c’è un fermento nuovo e la disponibilità ad un ripensamento, i cui segni sono già visibili.   Credo, tuttavia, che una comunità o un movimento carismatico non siano “un’azienda” con un sindacato che protegge i diritti dei lavoratori, e che procede con assunzioni, licenziamenti e dimissioni. La logica è umana, ma anche meta-umana. La vocazione a far parte di quel gruppo è individuale, la vocazione è personalissima, ma ci si mette insieme perché si crede che da soli quella intuizione non riuscirebbe a realizzarsi. Inoltre non ci si chiama da soli. La chiamata si riceve, si accoglie, si compie. Senza miracolismi o “divinismi”, ma il punto di partenza è senza dubbio oltre la persona umana. Non è un dettaglio. Se le dinamiche fossero le stesse di qualunque altro consesso umano, si perderebbe l’originalità e l’unicità della vocazione religiosa, che infatti non può essere ridotta dentro le leggi “del gruppo” dove il più capace e il più efficiente svolge il ruolo del leader, né in quelle della famiglia naturale, con padri/madri e figli. Questa è una delle ragioni, infatti, per cui la “terapia di gruppo” nella comunità è distruttiva, come possono testimoniare diverse (ed ingenue) realtà di vita in comune che negli anni passati, in totale buona fede, ne hanno fatto esperienza. Le motivazioni per entrare e rimanere in una realtà carismatica, come quelle per uscirne, hanno una forza, un alimento, più profondo e più ampio di quelle che animano una selezione del personale o il perseguimento di un obiettivo aziendale. Tutto ha un senso diverso, umano e trascendente insieme: la leadership, i rapporti fraterni, la presenza di un anziano. Perfino il conflitto e la sua risoluzione seguono una “politica” speciale. Altrimenti la comunità sarebbe una tra le molteplici forme di associazionismo. La sua vitalità trascendente si perderebbe. Il mondo, noi, ne abbiamo invece un grande bisogno.   Per concludere: se non si trovano più motivazioni di fede per andare avantila convinzione profonda che Dio mi voglia lì e che questo corrisponde alla mia felicità –, allora vengono a mancare gli unici veri presupposti che danno senso ad una scelta vocazionale. Meglio andarsene in questo caso. Mentre invece non può essere l’incompetenza umana (cioè i difficili rapporti con i responsabili o con alcuni fratelli e sorelle) a svuotare di significato una realtà carismatica. Mi dispiace liquidare in poche parole un tema interessante, che magari può essere l’inizio di un successivo approfondimento.
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Posso decidere da solo, anche se vivo in comunità?

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Ci viene detto spesso che è importante “formare il cuore” e la coscienza per diventare sempre più responsabili della nostra vocazione, ma di fatto mi sembra che la persona che fa parte di una comunità religiosa non abbia poi molta autonomia di decisione. Un consacrato


Quanto è delicato l’argomento! Poco tempo fa leggevo una riflessione molto intensa di Luigino Bruni sulla chiamata di Samuele e sulla presenza di Eli che lo aiuta a riconoscere la provenienza di quella voce. È uno scenario psicologico, non solo di fede, che, come un quadro ricco di dettagli, richiede di sostare ad osservarlo con un po’ di calma, senza fretta. Eli non ha poteri speciali, è un essere umano che ha bisogno «di tre “chiamate” per riconoscere la natura della voce. Forse, conoscendo molto bene Samuele, aveva riconosciuto i sintomi della sua chiamata profetica già nel primo risveglio, ma ha voluto attendere» (da: Meraviglioso mestiere è vivere). Sulla scena tra Dio e la persona chiamata c’è dunque un terzo indispensabile, perché da solo il giovane Samuele non ce l’avrebbe fatta. Questo è l’aspetto più immediato che salta all’occhio. Vorrei provare, ora, ad allargare lo scenario con alcune questioni concrete: se sia proprio necessario il confronto tra la persona e il/la formatore/formatrice o responsabile, e fino a quando. Quale sia il peso del parere o della decisione di un formatore, di un superiore, o della stessa comunità, rispetto all’autonomia personale. Se poi la persona e chi l’accompagna hanno pareri diversi, tutto diventa ancora più difficile. Questo vale sia per le questioni ordinarie, sia per la grande domanda che riguarda la scelta esistenziale. Ho incontrato giovani determinati a proseguire nel percorso vocazionale, convinti di essere sulla strada giusta mentre invece la comunità, attraverso i formatori, aveva valutato diversamente quel percorso. Può accadere dunque che il giovane o la giovane insiste di sentirsi bene e di essere contento/a, ma chi accompagna da fuori non è dello stesso parere. Succede anche il contrario: la persona ha molti dubbi sulla propria vita, ma riceve invece conferme di essere nella giusta direzione. «Pochissime manipolazioni, più o meno in buona fede, sono più devastanti di quelle vocazionali» (ib.). Non credo esista una soluzione univoca, tuttavia, riprendendo l’osservazione iniziale sull’«autonomia di decisione», condivido alcune convinzioni maturate attraverso l’esperienza. Innanzitutto è vero che le realtà comunitarie, soprattutto quelle femminili, non sempre hanno sostenuto il divenire adulti dei consacrati e l’assunzione di responsabilità personali. La famiglia sana, invece, favorisce e incoraggia la crescita dei propri membri. Tuttavia è vero anche un altro aspetto: la scelta di una vita insieme significa che parte integrante della vocazione diventa la comunità. Non che “io” scompaio nel “noi”, ma senza dubbio quel noi ha un valore molto significativo, entra nell’esistenza della persona, come sua parte, e diventa per lei un criterio fondamentale di valutazione. In qualunque momento della vita, quindi non solo nelle prime tappe formative, la comunità di appartenenza rimane un interlocutore fondamentale, pur con i suoi tempi ed i suoi limiti. Procedere da soli significa in qualche modo tradire la scelta di vivere in comunità. C’è da considerare anche un altro aspetto, che riguarda chi accompagna i percorsi di formazione o chi è responsabile di una realtà di vita in comune. Non sono compiti che può sostenere chiunque, nel senso che occorre una formazione personale che non si può improvvisare, né lasciare semplicemente al buon senso. Diversi consacrati, ormai anziani, raccontano di aver fatto i formatori o i superiori grazie al loro “buon carattere”, ma senza alcuna competenza specifica. Dunque, per concludere: il pericolo di fanatismi e totalitarismi per cui il gruppo lascia ad un stadio infantile chi ne fa parte, o lo assorbe completamente, è reale. Sarebbe un peccato, però, anche voler decidere da soli, rendendo solo formale una vocazione comunitaria che, come ho già detto spesso, è la grande profezia del nostro millennio, così solitario.
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Il posto del dolore

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Vorrei capire come distinguere la sofferenza legata al sacrificio, che qualunque vocazione richiede, da quella che invece può segnalare di non essere nel contesto giusto. Oggi si sfugge a qualunque impegno, ma “fin dove” Dio può chiedere la rinuncia a se stessi? Un consacrato


È profondo e delicato l’interrogativo. Lei ha ragione, sia dal punto di vista psicologico che della fede: il limite e la fatica fanno parte del cammino di crescita dell’essere umano. Un bellissimo studio di André Godin rilegge la vicenda di Saulo di Tarso, mettendo in evidenza come l’autenticità della sua vocazione sta nel totale stravolgimento di vita. Era un uomo colto, già profondamente credente e retto, che seguiva Dio, difendendolo però con violenza. A un certo punto succede qualcosa: Saulo scopre che quel Dio non era come lo aveva immaginato, non era forte e vendicatore, bensì si identificava totalmente con i poveri, gli ultimi, i perseguitati. Deve essere stato sconvolgente! La caduta da cavallo, tramandata dalla tradizione, è l’immagine metaforica di un processo stra-ordinario di cambiamento dei propri orizzonti, verso altri fino a quel momento del tutto sconosciuti. Saulo diventa perfino cieco, come a dire che perde la capacità di controllo e gestione della sua vita. Non si potevano trovare immagini più vivide per rappresentare la fatica di Saulo, ora Paolo, il quale non solo scopre che l’Altro ha un volto diverso da quello che finora si era figurato, ma dovrà anche ingegnarsi a trovare nuove strade per corrispondergli. Si può dire, allora, che la vocazione religiosa da una parte è in linea col desiderio profondo del cuore umano, dall’altra però apre spazi nuovi e questo non avviene in modo “indolore”. Come potrebbe, del resto, un aggressore diventare “spontaneamente” apostolo dell’unità, senza alcuna resistenza interiore? Qui mi sembra il punto nodale della domanda posta all’inizio. Immagino, infatti, che Paolo ogni giorno avrà dovuto rinnovare la propria adesione a Colui che da poco aveva ri-conosciuto, ma immagino pure che questa lotta non abbia significato per lui la fatica immane di ricominciare ogni giorno e ogni momento da zero, perché una vita del genere sarebbe insopportabile. Dunque una vocazione autentica non è una continua salita. Paolo sente che quel Dio-uno-con i piccoli è degno di credibilità e questo gli dà energia, volontà, senso totale di vita. Paolo è più felice del vecchio Saulo di Tarso e si spende senza misura per essere come Colui che ha messo al centro della propria esistenza, vivendo secondo l’intuizione ricevuta. Credo che questi siano i segni di una vocazione autentica: espande l’umanità, non la rattrappisce, non rende la persona più cupa e meno generosa. Ciò non ha nulla a che vedere con il carattere, più aperto o più riservato, né con le difficoltà, maggiori o minori, che ciascuno affronta a causa dei propri tratti personali e della propria storia. Ha piuttosto a che vedere con il senso di appartenenza: fare mia quella realtà scelta, e darmi tutta ad essa. Come è stato per Paolo. Quali sono i segni concreti per capire che l’appartenenza non si è sviluppata? Chi è sempre molto critico rispetto al proprio ambiente di vita, o ha un umore fuori partitura, perché raramente riesce a sintonizzarsi con l’atmosfera emotiva del gruppo, o chi conteggia il dare e il ricevere. Queste persone forse non sono ancora “cadute da cavallo”, e ciò non ha nulla di moralistico, né di patologico. Non si tratta di diventare esaltati rispetto alla propria vocazione, né degli iperattivi (anche Saulo lo era), ma di sentire una corrispondenza – “attiva” la chiama Godin – tra i desideri personali e quelli della realtà scelta. Perciò il soffrire non è necessariamente indice di vocazione realizzata – vedo tante persone che stanno male, convintissime (sbagliando) che il dolore sia proprio il segno della volontà di Dio. Allo stesso tempo, la fatica che si impiega quotidianamente non è indice di una vocazione imperfetta. C’è un altro segno, a mio parere significativo, per leggere una vocazione e il suo essere autentica: il discernimento comunitario. Ma ne parleremo un’altra volta.
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Soli insieme?

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Sono preoccupato per l’isolamento che viviamo nella mia comunità: ciascuno si occupa delle proprie cose, con relazioni minime con i fratelli, mentre verso l’esterno c’è un’attività frenetica. È come una specie di doppia personalità: estremamente sociale, simpatica e disponibile ad extra, ma alquanto ermetica ad intra, forse perché le persone non si sentono valorizzate. Un formatore


Fino a qualche anno fa queste parole potevano riferirsi, con certezza, soprattutto alle realtà maschili. Oggi invece non si può dire la stessa cosa: anche molte realtà femminili soffrono nel vedere le loro giovani e meno giovani chiudersi nelle proprie stanze, non appena possono. Qui, davanti a cellulare e computer si apre un mondo, anche bello: si naviga tra notizie di attualità, scambio di chat, Skype con la propria famiglia o con gli amici. Insomma, dentro la propria stanza c’è un intero mondo relazionale, invisibile a chi sta intorno, ma reale. Oppure ci si dedica appassionatamente ad attività apostoliche, solo che mentre fuori la persona è una sorta di eroe multitasking, dentro il proprio ambiente si spegne. Pare ci sia una forza centrifuga che allontana i membri delle comunità dai propri focolari domestici. Che succede? A domanda rilancio un’altra domanda: la vita comunitaria è ancora attraente per i suoi membri? Talvolta ho l’impressione che il modo di pregare, il modo di stare insieme, perfino il modo di svagarsi non corrisponda ai desideri e alle esigenze dei suoi membri. Consacrati e consacrate possono vivere secondo uno stile che non piace proprio a loro stessi, il che è piuttosto paradossale. Alessandro d’Avenia, ricordando l’esperienza di Ulisse, mosso dal desiderio e dalla passione di tornare ad Itaca, per sé e per i suoi compagni, aggiunge che però «prima bisogna aver reso la pietrosa Itaca il luogo più bello per cui lottare […] Ma dov’è finita Itaca?». Per accendere la passione per la propria “terra” occorre ripensare a come renderla ospitale per chi vi abita. Penso soprattutto al rapporto (spesso indefinibile) che lega i membri tra loro: relazioni a volte adolescenziali, cioè fatte di affetti appiccicosi e limitanti, relazioni altre volte formali, più che fraterne, che non sanno di molto e non possono certo animare la vita di comunità, né rappresentare una forza di attrazione reciproca. Non è raro che un seminarista o una consacrata dicano di sentirsi più valorizzati in parrocchia che in comunità. Eppure Itaca è tale «proprio grazie ai legami che la rendano Itaca». Allora c’è qualcosa che non torna: ci si conosce poco, tempo ed energie scarseggiano, forse si dà per scontato che una stessa vocazione renda automaticamente il vivere insieme una fraternità, invece non è così. C’è però un altro aspetto che mi sembra di cogliere oggi: le comunità spesso sono vissute come luoghi di passaggio, o trampolino di lancio per i percorsi individuali, come se la vita in comune non avesse un senso in se stessa. Molti “soffrono” la vita comunitaria perché non è abbastanza attenta alla persona, a “me”, e per questo cercano spazi esterni di realizzazione di sé. Allora c’è da riflettere su cosa ci si attenda dalla vita comunitaria, cosa la vita comunitaria voglia dare ai suoi membri, e viceversa. È come se l’aspetto del vivere insieme non fosse parte integrante della vocazione, ma un dettaglio eventuale, che deve comunque sottomettersi alle esigenze di ciascuno. I gruppi a movente ideale soffrono molto oggi un indebolimento del loro aspetto comunitario, forse proprio come reazione ad un passato dove invece il gruppo era una sorta di “mito”, a discapito dell’individuo. Mi pare sia questa la grande sfida della vita in comune nel nostro tempo, lo dico da laica che la osserva ammirata: tornare a credere di più in se stessa grazie ai suoi testimoni appassionati ed autentici, che insieme ad altri fratelli e sorelle – non amici, né sposi/e, né commilitoni – desiderano vivere il carisma scelto e, perché no?, che hanno anche il coraggio di ripensare se la propria terra si possa migliorare, rendendo Itaca meno pietrosa.
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Vocazioni di serie A e di serie B?

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Ho letto su questa rubrica le considerazioni della consacrata non-italiana, e sull’Osservatore Romano la denuncia coraggiosa sulle suore sfruttate, denuncia che ha fatto il giro del web. Allora le nostre proteste non sono poi così lontane dalla realtà! Una consacrata non-italiana In parrocchia cerco di coinvolgere le suore che sono nel quartiere per darmi una mano nelle catechesi o nella formazione dei laici, ma mi rispondono spesso che non si sentono all’altezza; sono loro stesse che si sentono più a loro agio in ruoli di retroguardia. Un sacerdote


Non credo che serva esattamente una “risposta” a queste riflessioni così significative. Preferisco condividere pensieri vari, allargando lo sguardo, ma cercando di non perdere di vista il tema. Qualche anno fa Francesco rivolgendosi all’Unione dei Superiori Maggiori in Italia, in un discorso poi riportato nell’articolo di Civiltà Cattolica «Svegliate il mondo», ha parlato della formazione come opera artigianale e non poliziesca, della necessità di formare i cuori altrimenti si formano «piccoli mostri» (diceva proprio così!), e di tenere aperti gli occhi sulla cosiddetta «tratta delle novizie», denunciata dai vescovi filippini. È la triste, ma reale situazione, del reclutare vocazioni straniere da inviare in Europa, continente che attraversa un periodo di grave crisi numerica. Nello stesso discorso il Papa si è pure lamentato della consapevolezza, oggi ancora inadeguata, della vocazione dei religiosi-non sacerdoti, alludendo, credo, al fatto che a volte si creano vocazioni di serie A, B, C... Faccio riferimento a quel discorso per dire innanzitutto che situazioni di squilibrio all’interno della Chiesa sono innegabili, e lo sono a più livelli, sia riguardo al rapporto maschile-femminile, sia riguardo al rapporto tra le diverse scelte vocazionali. E poi perché penso che alcune gravissime collusioni siano una responsabilità comune di vescovi, sacerdoti, ma anche delle Congregazioni stesse che non aiutano le proprie sorelle a crescere adeguatamente rendendosi donne libere, veramente adulte, condizioni essenziali per un cammino di fede e vocazionale autentico. Offrire un percorso di studi rischia di rendere le persone “fin troppo autonome”, dicono alcune superiore, ma più a monte la questione riguarda sempre un discernimento adeguato e la necessità imprescindibile di favorire la maturazione personale, aiutando chi non è nel posto giusto a scegliere altro. Non è certo una soluzione quella di lasciare nell’ignoranza i membri di una comunità, eventualità ancora oggi più frequente in ambito femminile che maschile, come del resto non è custodire una vocazione quella di lasciare il giovane/la giovane entro le 4 mura domestiche così non ha “tentazioni”. D’altro canto, riprendendo l’osservazione del sacerdote, spesso sono le consacrate stesse, pur avendo ricevuto strumenti adeguati, a non buttarsi nell’apostolato, a rimanere “come principesse”, diceva una formatrice, “sempre scontente”. Allora… la fraternità non ha “posti fissi” (chi pulisce e chi insegna), ed è possibile solo quando, uomo o donna, mi impegno a valorizzare la sensibilità e i talenti dell’altro, ad oppormi se la dignità del fratello o della sorella è sminuita in qualunque modo, ad incoraggiare e sostenere chi è più timoroso o insicuro nell’abbracciare un compito di cui si sente incapace, solo per stereotipi ormai interiorizzati. Insomma uomini e donne hanno ancora un bel daffare per potersi guardare negli occhi alla pari, perché, come diceva Etty Hillesum «Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato, e soprattutto che si lascia umiliare» (Diario 1941-1943).
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Quanti problemi per le suore giovani straniere…

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Parliamo di congregazioni interculturali? Tante congregazioni, come nel mio caso, scarseggiano di vocazioni italiane, ma grazie a Dio arrivano dagli altri continenti. È difficile però parlare di interculturalità, è difficile parlare della preparazione di suore giovani che possano prendere delle responsabilità, come anche del passaggio di autorità. Le nostre idee, suggerimenti e proposte sono sempre sottovalutate. Quale futuro abbiamo noi, oltre alle strutture, se non abbiamo voce in capitolo come fossimo incapaci? Una consacrata non italiana        


La domanda è forte, nel senso che esprime tutta la passione con cui è scritta. Le racconto un’esperienza singolare, che faccio ultimamente nell’accompagnare alcuni consacrati non italiani: un tempo, mi pare, l’Italia era una meta ambita, per il tenore di vita che si supponeva migliore rispetto ad altre realtà, per la ricchezza culturale ed artistica del nostro paese e, in particolare, per l’unicità di un luogo come Roma che trasuda arte e storia. Oggi, invece, mi rendo conto che i giovani, dopo aver trascorso un tempo qui da noi, per studio o per apostolato, hanno una gran voglia di tornare nella propria terra, di servire il proprio popolo, anche se la missione è universale, e questo fa pensare a come siano cambiate le prospettive. Bisogna essere onesti, le nostre realtà comunitarie hanno una prevalenza di persone anziane ed è vero ciò che lei dice che le giovani di altri continenti sono vere e proprie missionarie rispetto ad ambienti per nulla facili, proprio per il gap di età talvolta enorme. È anche vero che alcuni anziani non si sono mai aperti all’interculturalità e continuano a guardare con sospetto lo “straniero”. Mentre oggi la vita comunitaria italiana dovrebbe esser grata dell’apporto prezioso e generoso di fratelli e sorelle che vengono spesso da molto lontano, portando un aiuto concreto e una ventata di freschezza davvero indispensabile. Quante liturgie prendono energia e vitalità dai canti e dalla bellezza di una ritualità diversa dalla nostra! Riguardo a quanto lei dice mi consenta, però, un tentativo di equa distribuzione (si fa per dire) delle “colpe” all’interno del gruppo: chi arriva da fuori-Italia soffre quando non si sente integrato, ma poi non sempre al desiderio di partecipare fa seguire un impegno effettivo di collaborazione e progettualità. I giovani e le giovani che chiedono di essere coinvolti nelle responsabilità istituzionali o negli incarichi apostolici, non sempre si buttano attivamente nell’avventura dell’unico carisma: talvolta alla critica non segue la disponibilità a rimboccarsi le maniche per risolvere il problema insieme. Dall’altro lato, però, discriminare le giovani suore per la loro provenienza è veramente grave. Anzi, le dirò di più, uno degli ultimi documenti della Congregazione per la Vita consacrata e le Società di vita apostolica, del 2017, Per vino nuovo otri nuovi, al n. 40 riconosce che la vita consacrata non deve rimanere “impermeabile” nell’incontro con le diverse culture, ma al contrario può diventare un laboratorio dove sensibilità e culture diverse acquistano «forza e significati non conosciuti altrove». La vita in comune è quindi lo spazio privilegiato per un incontro pienamente integrato e reciprocamente arricchente di varietà geografiche! Parole fortissime a cui il documento aggiunge, nello stesso numero, che «nessuna sorella deve essere relegata in uno stato di sudditanza, cosa che si riscontra purtroppo con frequenza». Lo dice a proposito del rapporto superiori/membri, ma è logico estendere questa chiara considerazione ai rapporti interculturali all’interno della comunità. Non ci sarebbe da aggiungere altro: il confronto aperto e costante è vitale, serve un continuo dialogo schietto, negli spazi e nei tempi opportuni, per affrontare le inevitabili criticità del vivere insieme. La comunità basata su un ideale è fatta di persone tutte adulte e tutte allo stesso livello. Ciò che cambiano sono i ruoli, ma questi non sono a vita. Chi è superiora oggi, domani torna a essere una sorella come le altre. Ci vuole tempo ma bisogna parlare, raccontarsi le soddisfazioni di ogni giorno (oltre ai problemi). Esprimere i disagi, farli venire fuori e confrontarli senza recriminazioni sterili, alla lunga paga e costruisce lo stare insieme. Le comunità che vivono separate al loro interno secondo delle caste finiscono per perdere qualunque efficacia missionaria e profetica.  
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