L'esperto risponde / Società

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Vita in comune

Calunnie che uccidono

Passo la maggior parte del mio ascolto ad accogliere le osservazioni pungenti che giovani e meno giovani si fanno l’uno “contro” l’altro. È micidiale per il clima comunitario lo spirito critico esagerato e il parlare alle spalle che spesso arriva alla persona interessata e la ferisce al punto tale che poi ricucire la relazione col gruppo diventa complicatissimo. Vorrei che spendesse qualche parola su questo tema perché mi sembra un’emergenza del nostro tempo, trasversale alla cultura e alle generazioni. Da dove nasce? Come si può affrontare? Un formatore

Non credo di riuscire a rispondere in un’unica puntata della rubrica. Direi, allora, che questa volta introduco gli aspetti psicologici-personali che alimentano le critiche distruttive (in fondo questa è la mormorazione). Nel numero successivo affronterò, invece, l’aspetto naturale dell’antipatia che alimenta la maldicenza (si può orientare diversamente? Se l’altro mi è antipatico che posso farci?), e quello dello stile comunitario (dalla tradizione gerarchica e verticalista ad un nuovo clima relazionale).

Inizio raccontando una bella esperienza vissuta in una comunità maschile, nella quale i membri hanno competenze e attività professionali diverse. Ho potuto constatare in prima persona i fatti che sto per condividere.

Andrea parla di Luca (nomi di fantasia, per rispetto della privacy) come di «una persona attenta e sensibile». Luca, nello stesso tempo, descrive l’attività che svolge Marcello come «qualcosa di grande livello, che merita di essere vista» e diffonde inviti a partecipare ai vari eventi che coinvolgono le sue opere (Marcello è un artista). Non solo, ma dopo l’evento Luca provvede anche ad inviare, per messaggio, brevi flash di come sono andate le serate del suo confratello.

In occasione di una tensione interna, Giorgio, che è parte di quella stessa realtà, riporta che a tavola la sua comunità ha deciso di affrontare apertamente il disagio che sta vivendo e aggiunge che «c’è stima e grande rispetto reciproco, per cui, nonostante le nostre diversità, devo dire che in genere riusciamo a tirar fuori le difficoltà che si creano nel vivere insieme».

Rimango colpita da queste che considero testimonianze decisamente positive di vita in comune e di un buon clima relazionale anti-mormorazione. Prima di tutto in quanto si tratta di una realtà maschile, in genere meno “dipendente” dal clima emotivo del gruppo, e più propensa a funzionare con individualità autonome.

E poi perché troppo spesso all’interno dei gruppi umani, come fa notare il formatore nelle sue osservazioni, si creano voci di corridoio e parole critiche che raramente vengono rivolte direttamente alla persona interessata, la quale ne viene a conoscenza in modo trasversale, e quindi senz’altro doloroso.

Papa Francesco insiste moltissimo sulla mormorazione, come piaga del vivere insieme, e sulla calunnia che uccide come un «cancro diabolico»; l’ultima volta ne ha parlato nella recente udienza del mercoledì 25 settembre. Cosa vuol dire mormorare o peggio calunniare? Tecnicamente il primo termine indica la maldicenza pettegola, il secondo, più pesante, l’attribuzione consapevolmente falsa di una colpa a qualcuno. Ma andiamo al di là di queste distinzioni linguistiche.

Mi piace riportare la voce della Comunità scientifica internazionale (DSM-5), che quando parla di personalità che non funzionano al meglio utilizza alcune espressioni che possono esserci di aiuto:

  1. carenza di autonomia e autostima fragile;
  2. senso di minaccia in caso di opinioni divergenti o punti di vista alternativi;
  3. attenzione ipervigile;
  4. sentimenti predominanti, spesso attribuiti ad altri, di odio, di aggressività, o di intenti distruttivi.

 

Dunque il punto di partenza della mormorazione è un’insufficiente pace interiore, il non vivere una condizione di benessere e di appagamento rispetto a me stesso. L’obiettivo: trovare una conferma del mio valore, avere rassicurazioni che sono importante e valgo, e nessuno mi può scavalcare.

L’occasione: finché l’altro sta dalla mia parte e io non vengo messo in discussione, bene, ma se mi sento minacciato da lui o da lei, perché la pensa diversamente da me, perché ha delle qualità che io non ho e che potrebbero risultare migliori delle mie, allora questo diventa un problema. Anzi, talvolta prima ancora che l’altro possa mettermi in ombra, magari perché è una persona brillante, l’ho già eletto a potenziale nemico.

I mezzi: a questo punto devo “passare all’attacco”, demolendo il partner, l’amico/l’amica, il confratello/la consorella, il parroco, quel catechista… cioè “eliminare” chi potrebbe non riconoscere il mio ruolo e la mia importanza in quel contesto (di lavoro o comunitario), oppure chi potrebbe superarmi quanto ad apprezzamento altrui, e quindi farmi sentire marginale.

La tecnica migliore per farlo è proprio quella del demolire la persona scomoda. Certo non posso farlo fisicamente, ma posso utilizzare delle tecniche molto più sottili e perverse, in quanto non sono immediatamente visibili e quindi sono ancora più dannose: creando alleanze a mio favore col parlare male dell’altro, mettendo in luce le sue debolezze, le sue contraddizioni (che sempre si possono trovare in ciascuno di noi), e svuotandolo pian piano della sua dignità.

Ad esempio: racconto e magari amplifico gli errori che ha commesso in quella determinata situazione, metto in giro alcuni pezzi della sua storia familiare (come dire: “pensa un po’ da dove viene”), diffondendo cose vere o non vere che riguardano suoi aspetti personali, ma manipolati, riadattati per l’occasione, e che in ogni caso non hanno motivo di essere diffusi.

È una forma di mormorazione, quindi, anche mettere in giro, estrapolati dal loro contesto, e messi insieme secondo la mia narrazione, pezzi della vita dell’altro che io so bene lo renderebbero meno credibile nell’ambiente in cui viviamo entrambi. Questa è una delle forme più gravi di violenza e di sabotaggio alla vita comunitaria.

Come si potrebbe ridurre il rischio che questo accada? Partendo dal dato che comunque chi mormora è una persona scontenta, indico alcuni suggerimenti pratici, che sono nelle nostre possibilità.

  • Potremmo cercare di non accettare il semplice sfogo contro un altro quando questi non è presente – a meno che non abbiamo dei ruoli specifici –, altrimenti ci rendiamo inevitabilmente complici. Non rifiutando l’ascolto, ma magari chiedendo alla persona che ci racconta un fatto meno positivo, di dirlo al diretto interessato perché comunque è più utile. Ed è bene che un altro lo dica anche a noi quando ci troviamo nella stessa situazione. Fa male sentirselo dire, ma ci abitua ad una modalità più sana ed evangelica di comunicare e di affrontare le cose che non vanno.

E anche quando abbiamo degli incarichi di accompagnamento o formazione potremmo aiutare la persona a riflettere sul senso della “confidenza”, che se non attiva la ricerca di una soluzione o di una strategia nuova, forse serve a poco, quando non è dannosa perché lascia nell’aria parole amare.

  • Dovremmo invece essere più diretti – «non è bene parlarne in corridoio», «non è bello che se ne parli in gruppo quando Francesca non c’è!» – quando ascoltiamo parole critiche che vengono spese in contesti allargati.
  • Infine, dovremmo abituarci a valorizzarci reciprocamente. Siamo così abili a dirci le cose negative… Forse non ci viene spontaneo, perciò dobbiamo allenarci a parlare bene di chi ci vive accanto, perché un simile atteggiamento, inizialmente “forzato”, crea un po’ alla volta una forma mentis che consiste nel condividere le ricchezze altrui, come ci auspichiamo l’altro faccia con noi. Lo ripeto: non è immediato come modo di fare, ma può diventare uno stile di vivere insieme se non molliamo alla prima fatica. La testimonianza di quella comunità maschile ci conferma che questo è possibile.
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Consacrati “alla moda”?

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Sono un giovane che si sta preparando per diventare un sacerdote religioso. Sono felice della strada che sto percorrendo, però talvolta, nel confronto con i miei confratelli, coetanei o più grandi, sperimento cose che non mi vanno proprio. Le faccio qualche esempio molto concreto: l’acquisto di macchine costose, un abbigliamento ricercato, la pretesa di avere sempre qualcuno che provveda alle cose domestiche… Tutto questo mi infastidisce. Anzi, arriva a farmi mettere in dubbio che siano vere le cose che ci insegnano e che noi apprendiamo durante la formazione. Un domani vorrei essere un prete che la gente riconosca come proprio fratello, non come un principe. Un giovane in cammino


Trovo tanto coraggiosa quanto sincera la sua riflessione. Lei ha aggiunto anche altre considerazioni che per sole questioni di spazio non ho potuto inserire integralmente. È la punta di interrogativi profondi e per nulla semplici. Chi è il consacrato oggi? Come “dovrebbe essere” il prete del terzo millennio? Ho letto in filigrana anche queste domande. Le posso dire ciò che vedo attraverso la mia esperienza di affiancamento dei processi vocazionali, di giovani e meno giovani, uomini e donne in formazione o con scelte già definitive. Si dice spesso che c’è una fragilità nuova nella sua generazione, e questo è innegabile: la capacità di tenuta rispetto alle strade intraprese è più debole. Lo sappiamo, le realtà di coppia e gli stessi percorsi di appartenenza totale al Signore sono soggetti a moltissime pressioni che vengono dalle nuove modalità “relazionali” che la Rete permette, ma anche dai valori che oggi non sono più così fissi e univoci. E, più a monte, da esperienze familiari articolate per cui alle spalle non sempre si ha il sostegno ed il modello di una comunità domestica serena e unita a cui fare riferimento, o che sia di “esempio”. Ci sono famiglie più serene da cui nascono vocazioni meravigliose, e famiglie meno serene, divise o allargate, da cui nascono vocazioni altrettanto belle, ma che devono affrontare una complessità di partenza, che non andrebbe trascurata. Premesso questo, voglio dire, però, che proprio i giovani portano ed esprimono una sete di autenticità nuova. Voi giovani non vi accontentate di modelli preconfezionati, chiedete ragione di tutto: «ho capito che si è sempre fatto così, ma per me non ha molto senso», quante volte l’ho sentito dire. Dall’abito che si indossa, ai ritmi di preghiera, alle modalità di stare insieme o di accogliere ospiti, al tipo di apostolato… i giovani chiedono ai loro formatori e formatrici il senso delle tradizioni o anche di singoli comportamenti che a loro sembrano incomprensibili. Mi colpiscono in effetti il coraggio e talvolta la “sfrontatezza” con cui una consacrata in formazione vuole sapere perché i turni di servizio riguardino solo alcune consorelle e non tutte. Oppure il seminarista che chiede ragione di un acquisto fatto in comunità, secondo lui non necessario. Situazioni un tempo impensabili. Come non era pensabile per me contraddire un genitore. Tuttavia mi confronto anche con situazioni opposte, di giovani che faticano ad entrare in una logica di dono, e pretendono dalle proprie comunità vari generi di comfort. È la bellezza e la ricchezza di vocazioni a vita comune o al sacerdozio, che si incarnano in storie e personalità molto diverse tra loro. Non esiste un unico modello di appartenenza, non c’è una fraternità uguale per tutti, come non c’è un modello rigido di essere marito e moglie. Credo che ci siano sfide multiple per le scelte vocazionali: una di queste è certamente ripensare se stesse e capire, insieme, non individualmente, come vivere nell’oggi quello specifico carisma. Se siano valide le consuetudini vissute fino a quel momento, se l’apostolato corrisponda ai bisogni locali o eventualmente come ripensare alcuni aspetti importanti del vivere insieme secondo un Ideale. Credo sia un’enorme ricchezza proprio il confronto tra generazioni e culture diverse, che ormai sono la norma e non l’eccezione, e forse nelle comunità vocazionali questo non sempre è previsto. Ho l’impressione che spesso questo avvenga prevalentemente in teoria, cioè attraverso lezioni e corsi, ma molto meno avendo lo spazio ed il tempo concreto per discuterne. A proposito del tema che lei propone, un giovane mi raccontava una vicenda concreta che ha vissuto: la sua famiglia è andato a trovarlo e gli ha chiesto se poteva regalargli un nuovo cellulare. «Sembra una cosa da poco – mi diceva questo ragazzo –, invece so che a me avrebbe fatto molto piacere poter scegliere e comprare finalmente un bel telefono super-aggiornato, che desideravo da tempo. Poi, però, mi è venuto in mente che al campo con i ragazzi, appena pochi giorni prima, uno di loro mi aveva parlato delle difficoltà economiche della sua famiglia e allora qualcosa è risuonato dentro di me… e ho voluto rinunciarci. Con fatica, voglio precisarlo. È una briciola, lo so, ma non voglio diventare un prete fashion (alla moda, ndr), so che non sarei credibile poi tra la gente». Sono gocce, è chiaro, ma la vita ha una sua concretezza che andrebbe condivisa anche nelle piccole vittorie quotidiane. Per concludere: è profetico il desiderio di autenticità e di coerenza delle nuove generazioni, che può essere di grande stimolo per tutti noi e per i percorsi vocazionali che attraversano tempi non facili. Tuttavia, non c’è una sola forma per dire “sì”, per cui dialogare e confrontarsi all’interno del proprio ambiente di vita alleggerisce le tensioni e soprattutto favorisce uno sguardo comune, che non vuol dire identico o univoco, ma condivisibile da tutti.
Vita in comune

Gioia o “depressione”?

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Non so Lei cosa ne pensa, ma ho timore di diventare anche io, negli anni, un prete dal viso cupo. Sono entrato in seminario perché vedevo un sacerdote della mia parrocchia sempre sorridente e ho pensato che volevo essere come lui, un prete che comunica speranza. Poi però l’esperienza che sto facendo in questi anni mi mostra che quella non dico sia un’eccezione, ma quasi. Un seminarista La nostra comunità è piccola, ma affiatata. Una sorella sta a casa e il resto di noi lavora fuori parecchie ore al giorno. C’è anche una giovane che studia e porta una bella freschezza in casa. A dirLe il vero, però, non si può dire che siamo una realtà “viva”. C’è un’aria stanca, quasi depressa. Quando abbiamo incontri allargati con altre nostre consacrate, dopo la gioia iniziale di ritrovarsi, sembra che prevalga un senso critico che, a mio parere, non ci fa per niente bene. Una consacrata


Ho accomunato queste riflessioni perché toccano lo stesso tema, che ritengo importante: dove è finita la gioia nelle nostre scelte di vita? Non è scontato, infatti, che le coppie, le comunità, i presbiteri, o gli ambienti di vita religiosa comunichino un senso di benessere rispetto alla propria vocazione e quindi trasmettano gioia. Che non è euforia passeggera, né allegria a buon mercato. La gioia è una cosa seria. Concordo con il seminarista e la consacrata: a volte c’è depressione anche negli ambienti di fede, c’è scoraggiamento. Ma è una contraddizione stare con Dio e nello stesso tempo con la tristezza. Vivere in comunità, credere in Gesù e nello stesso tempo tradire quello che si sta proponendo, mostrando un volto teso o rabbuiato. Eppure tutto questo è comprensibile! Ci sono tante ragioni che, purtroppo, alimentano lo sconforto, piuttosto che la speranza. Le mie sono considerazioni varie, che non formano un insieme organico, le condivido sia da credente che da psicologa. Spesso nell’accompagnare i percorsi vocazionali mi sento fare la domanda: dove starebbe la gioia di cui Lei parla? La domanda non è così rara, e più di una volta mi è stata fatta in modo diretto e pubblico. È giusto, quindi, affrontare l’argomento apertamente, e non farlo passare sotto silenzio, come fosse una vergogna. Oggi si vive un vero e proprio smarrimento dell’identità. Non è detto che questo sia un male in assoluto, dato che quando ci si smarrisce bisogna poi impegnarsi a ritrovare la strada, magari scoprendone una nuova. Fatto sta che è come se nessuno di noi riuscisse a “stare” nel ruolo in cui dovrebbe: il marito vuole i suoi spazi mentre la moglie rivendica una propria autonomia. Sono saltate quelle categorie chiare, anche se magari rigide, di condivisione di cosa voglia dire stare in coppia. Ciascuno vuole sentirsi libero di viverla a modo suo. Lo stesso vale per i genitori, che faticano ad assumere le proprie responsabilità, e spesso sono più disorientati dei loro figli. La genitorialità, in effetti, è diventata davvero complessa, e c’è grande richiesta di formazione e accompagnamento all’essere genitori. Non si può più improvvisare, come forse accadeva in passato. E veniamo al sacerdote e al consacrato, non certo immuni da questa frantumazione identitaria: se la santità è a portata di tutti, quale è il “valore aggiunto” di queste vocazioni? E con quale linguaggio possono continuare ad indicare quell’Oltre che dà senso e speranza alla vita? Sono interrogativi non da poco, perché le vocazioni non possono vivere di rendita. Il presbitero, ad esempio, ha perso quel ruolo “sacro” e quasi di superiorità rispetto ai comuni fedeli, come era fino a qualche decennio fa. Preti e consacrati oggi sembrano non avere più un posto chiaro nella gerarchia sociale, come nota Timothy Radcliffe, ex Maestro Generale dei Domenicani. Il prete, di conseguenza, si trova costretto a ripensare se stesso e a come stare in mezzo alla gente. Lo stesso interrogativo attraversa anche le realtà comunitarie che, come i seminari, oggi riflettono sia su che tipo di comunità vogliono essere, sia su quali strumenti formativi offrire alle nuove generazioni che intraprendono il percorso vocazionale. I programmi di qualche decennio fa richiedono un aggiornamento indispensabile. Poi non è da sottovalutare il calo numerico, per cui la vocazione oggi rimane schiacciata dal lavoro apostolico, che aumenta proporzionalmente alla diminuzione di vocazioni. Il risultato, come abbiamo già sottolineato in altri numeri di questa rubrica, è che spesso sacerdoti e consacrati hanno poco tempo da dedicare alla preghiera e alla vita comune. Queste tensioni di fondo, più o meno visibili, non favoriscono uno stato di benessere e quindi di gioia. Ma piuttosto che scandalizzarsi o esprimere pareri facili, proviamo a riflettere insieme su come recuperare la gioia. Di solito rispondo dicendo che “la fede non basta”, bisogna farsi aiutare anche dalle scienze umane, dall’impegno a diventare competenti in ciò che si fa. Stavolta invece provo a fare un percorso diverso. Al di là di quello che già si sta facendo per alleggerire il carico di ansia, nemico della gioia, per ciò che è nuovo e non controllabile, propongo di mettere in campo più fede. I numeri calanti e il nuovo scenario di questo millennio rispetto alle vocazioni, di cui abbiamo parlato finora, ci interpellano su come tornare all’essenza delle nostre scelte, delle nostre risposte di vita. Se osserviamo bene, nel Vangelo non ci sono grandi modelli di vittorie umane, di efficienza e di risultati! «Penso al grande fallimento che fu quella comunità [dell’ultima cena]: uno dei discepoli ha venduto Gesù, un altro lo ha rinnegato e tutti i restanti sono fuggiti. Gesù non è riuscito a riunire i suoi discepoli in una comunità quell’ultima notte, perciò non dobbiamo essere sorpresi se non riusciamo a fare meglio di lui» (T. Radcliffe). Vivere la vita sacerdotale e comunitaria (nonché di coppia) vuol dire mettere in conto che il fallimento, l’esilio, la pochezza umana, il tradimento sono parte integrante della chiamata e non una sua negazione. Non sono i numeri il criterio vincente e neppure la riuscita apostolica, per quanto l’efficienza sia un obiettivo sano. Quello che dà consistenza e rende profetico il sacerdote o il consacrato è il vivere in mezzo alla gente, continuando ad alzare lo sguardo per indicare un orizzonte diverso. Che non distoglie dall’impegno terreno, dallo sporcarsi le mani, piuttosto gli dà senso. Credo che la gioia debba ripartire da qui, possa alimentarsi, nonostante tutto, con questa Grande Certezza di non essere soli. La certezza che fin d’ora, nelle nostre storie, c’è un seme di bellezza eterna, di vita che non finisce. Lo dico da credente, non avrei altre competenze per farlo. Solo che nessuna vocazione si può vivere da soli. E anche la gioia non si trova da soli, senza una comunità che la sostenga. Perciò tutti dobbiamo aiutarci a non cadere nello sconforto. Laici, sacerdoti e consacrati/e, ciascuno secondo la propria chiamata, abbiamo la responsabilità della gioia gli uni degli altri. Noi tendiamo più spesso a dirci le cose che non vanno, che a richiamarci le cose belle, i semi di speranza, gli sprazzi di luce. Non ho, quindi, una risposta vera e propria, però mi hanno colpito alcune parole di Radcliffe che penso ci possano indicare la strada, l’atteggiamento da assumere per non soffocare nel malessere ma essere invece testimoni, per quanto zoppicanti, di una gioia possibile: «Non possiamo aspettare fino alla morte per diventare vivi. Diversamente, perché mai la gente dovrebbe credere che siamo in viaggio verso una meta? […] Bisogna che viviamo uno stile di vita in cui già ora irrompe l’eternità. Non è sufficiente sopravvivere. Dobbiamo fiorire. Ciascuno di noi ha bisogno di un genere di vita che realmente ci offra vita, di vivere pregustando la vita eterna. In caso contrario saremo sopraffatti dalle sofferenze del nostro tempo, oppure soccomberemo alla sua cultura della banalità. Il nome primitivo della vita cristiana era “la via”. Dobbiamo mostrare che è una via verso una meta e non un girare intorno nel deserto» (T. Radcliffe).
lavoro

Lavoro e fiducia

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Sono sposato con Marta e abbiamo due bambini di 8 e 4 anni. Sono responsabile di un laboratorio di produzione di farmaci in una grande azienda multinazionale, mi piace e sono orgoglioso di quello che faccio, cerco di vivere anche lì la mia vocazione di volontario. Da un paio di anni ho assunto questo ruolo […]. È un gruppo piccolo di persone che nel tempo – anche prima del mio arrivo – ha sviluppato una scarsa fiducia nell’azienda e nei dirigenti, compreso il mio responsabile. Anche le possibilità di crescita individuale e gli investimenti fatti nel laboratorio sono spesso giudicati con il dubbio del secondo fine... insomma manca totalmente la fiducia. Ultimamente, anche da parte del mio responsabile, è stata adottata una posizione di sfiducia verso questo gruppo e – se anche non direttamente su di me – verso alcune mie scelte o 'mancanza di polso' nel far rispettare certe richieste. […] Io ho spiegato che […] la fiducia è l'unico modo con cui collaborare e che dobbiamo invece trovare il modo per accrescere la fiducia nei confronti delle decisioni dei vertici aziendali. Andrea


Grazie Andrea per le sue riflessioni generose e anche per la domanda che pone, che in realtà esula dallo spazio più specifico di questa rubrica dedicata ai percorsi vocazionali, sacerdotali e di vita in comune. Tuttavia accolgo volentieri e con interesse quanto scrive. Mi ha sempre fatto molto riflettere l’effetto Rosenthal altrimenti noto come effetto Pigmalione, re di Cipro il quale si innamorò di una statua da lui stesso scolpita. Era tale il suo desiderio che la statua fosse reale che ella prese effettivamente vita. Il corrispondente psicologico di questo mito tocca proprio il tema che lei sollecita: quello della fiducia e delle aspettative. Per dirla in breve: lo psicologo Robert Rosenthal fece un esperimento in una scuola e verificò che i bambini su cui gli insegnanti avevano riversato aspettative maggiori, considerandoli migliori degli altri, per intelligenza e possibilità prestazionali più elevate – gruppo, in realtà, scelto causalmente dai ricercatori, ma indicato come quello che aveva superato più brillantemente dei test –, alla fine dell’anno avevano conseguito effettivamente un rendimento più alto. L’atteggiamento positivo e incoraggiante dei docenti verso quegli alunni, aveva favorito l’impiego delle loro migliori risorse. L’esperimento dimostra che col nostro comportamento, attraverso i nostri desideri, e la fiducia che diamo agli altri, nel bene e nel male, finiamo con l’influenzare l’atteggiamento altrui, favorendolo in una direzione o in un’altra. Sentirsi guardati con occhi positivi ci stimola ad essere persone migliori. Ricevere la stima di chi lavora accanto a noi, in qualche modo ci dà energie e ci “costringe” a dar credito al bello che ci viene rimandato. Naturalmente è vero anche l’opposto. Dunque il suo atteggiamento, Andrea, è estremamente valido ed è l’unico modo per favorire la coesione e il rendimento di un gruppo. Lo hanno compreso diverse grandi aziende americane che stanno cercando di rendere i luoghi di lavoro quasi domestici, confortevoli, accoglienti, dove i dipendenti vadano volentieri e non debbano inventare vie di fuga o malattie di comodo. Ci sono addirittura spazi per praticare sport durante le pause, luoghi di ristoro ben curati perché il tempo del pasto sia davvero rigenerante, e attenzioni simili. Per motivare le persone a dare il meglio di loro stesse, come anche tu rilevi, è necessario, allora, rendere belli i luoghi di lavoro, anche dal punto di vista umano-relazionale. Coinvolgere i dipendenti nelle decisioni aziendali, nella misura del possibile, favorisce un senso di appartenenza e di responsabilità verso il lavoro che, invece di essere un adempimento arido e prevalentemente orientato al guadagno, diventa una sorta di “missione” o comunque una passione personale e non solo imposta dal di fuori. Non c’è altra strada. I responsabili di settore, i direttori, coloro che hanno ruoli di responsabilità dovrebbero acquisire competenze umane di conduzione e animazione dei gruppi proprio negli ambienti di lavoro. Creare un clima favorevole e cordiale, ma non per questo meno attivo o serio (anzi), migliora la quantità e la qualità dei prodotti. Concretamente, Andrea: ascoltare chi lavora per avere un’opinione personale o un riscontro su ciò che sta facendo, o chiedere un consiglio per concordare una decisione, fa sentire meno estranei e favorisce un senso di fiducia verso l’azienda e i suoi capi. Immagino che sia una sana strategia che lei già adotta, perciò non posso che incoraggiarla a continuare in questa direzione, nella speranza che il suo atteggiamento diventi contagioso e di esempio anche per l’ambiente circostante, incluso il suo responsabile.
Vita in comune

Pastore o funzionario del sacro?

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Sono un presbitero di mezza età di una grande diocesi, e seguo fedelmente la vostra rubrica. Ho deciso di offrire anche io una breve riflessione, sperando che possa contribuire in qualche modo in questo tempo non facile. Ho l’impressione che tra noi preti prevalga un senso di competizione come se dovessimo fare i primi della classe rispetto alla gente o allo stesso Vescovo; insomma alla fine l’impressione è che siamo più colleghi di lavoro (da cui un certo carrierismo) che pastori di una stessa realtà territoriale. Mi permetto di aggiungere che non mi considero un ingenuo, anche a motivo degli anni di esperienza, ma mi rendo conto che ormai il prete è piuttosto un funzionario, quasi un burocrate piuttosto che un uomo “per la gente”.


Grazie per il suo contributo con cui porta alla luce un disagio molto attuale. Non so se sono in grado di offrire una vera “risposta”, lo consideri piuttosto uno scambio di riflessioni. A motivo della ben nota crisi vocazionale il numero di sacerdoti e religiosi/e è notevolmente diminuito, e con esso di pari passo, ma in modo inversamente proporzionale, è aumentato il vostro carico di lavoro. Sono testimone – e non credo di dire nulla di nuovo – di sacerdoti giovani e meno giovani carichi di impegni, che forse appaiono gratificanti nei primi anni dopo l’ordinazione quando alimentano il senso di onnipotenza – di cui tutti noi, a turno, siamo vittime – ma che, nel corso del tempo, finiscono per diventare degli oneri enormi. Forse, come lei accenna con sapienza e insieme discrezione, è necessario ripensare il “modello di prete” nel terzo millennio, perché questa vocazione non si appiattisca all’essere un “burocrate del sacro”, come si autodefinisce un mio amico sacerdote. Mi vengono in mente alcune considerazioni: ormai abbiamo superato il mito del prete come di un uomo superdotato e sempre disponibile, come se non fosse un essere umano con i suoi limiti e le esigenze più semplici di un ritmo di vita sano. Però bisogna ancora sfatare il mito del prete inteso come uomo singolo a servizio degli altri. Una vocazione infatti, anzi qualunque vocazione, anche quella degli sposi, non è mai una vocazione individuale che possa sussistere in se stessa, o che possa appoggiarsi unicamente sulla singola personalità, per quanto eccellente sia. Ogni vocazione è inserita all’interno di una comunità che dà senso, sostiene, collabora alla buona riuscita della coppia, del sacerdote, dell’uomo e della donna consacrata. Forse lo si dice, ma in modo vago ed ideale, invece ha una valenza estremamente seria e concreta. Tutti siamo reciprocamente responsabili della vocazione altrui. La vocazione del singolo chiamato da Dio, o della coppia, acquistano significato solo all’interno di un noi comunitario. Nessuno sarebbe in grado di realizzare compiutamente l’essere marito, l’essere moglie, l’essere genitore, l’essere sacerdote, l’essere religioso senza il sostegno di preghiera, ma anche di presenza, di incoraggiamento e di collaborazione degli altri. Di fatto accade così, ma come può il sacerdote addossarsi da solo, o al massimo con un “vice”, tutte le attività che ruotano attorno a una parrocchia, o comunque a un servizio di apostolato? Non solo per il grande carico materiale, ma anche per quello emotivo, psicologico ed affettivo. Lo stesso vale per la famiglia che non può portare avanti da sola la chiamata a vivere l’amore in modo esclusivo e generativo, senza persone intorno che la sostengono e la aiutano a custodire il dono reciproco. Ciascuno, secondo la propria parte – ma il discorso qui è complesso e articolato perché chiama in causa un serio ripensamento dell’organizzazione della Chiesa –, è chiamato a dare ascolto, ad offrire accoglienza, a prestare attenzione, a portare un aiuto materiale perché l’altro funzioni. E se uno di noi cade durante il cammino, tutti cadiamo con lui o con lei, e siamo in qualche modo responsabili della superficialità che non ci ha permesso di cogliere un eventuale malessere o una necessità importante. Per la fragilità dell’essere umano attuale, per la complessità del mondo contemporaneo, per la quantità di esigenze che ci sono nel mondo, non possiamo più permetterci di ragionare con le categorie dell’io. Certo è una mentalità oggi tutt’altro che spontanea, per il narcisismo e l’individualismo diffusissimi, e forse il discorso suona utopico, però ritengo che gli anni di formazione alla vita sacerdotale, a quella religiosa, e a quella familiare, dovrebbero introdurre questo modo di intendere la vocazione. Altrimenti tutto si concentra attorno alle capacità strettamente personali e alle doti di questo o quello. È chiaro che ciascuno ha delle qualità e delle risorse umane uniche, non si tratta di spersonalizzare l’identità del singolo, tuttavia è la comunità di fede ad accogliere una famiglia che si forma e a collaborare perché la sua vocazione si compia, ed è la comunità di fede ad accogliere e sostenere il sacerdote o il religioso, perché la sua specifica missione si realizzi il meglio possibile. Questo significa formare la mente e il cuore che la fraternità, la “casa”, è una sola. Quando si percepisce un ambiente come proprio, si ha cura di ogni suo angolo senza pensare a chi tocchi pulirlo, ad esempio. Dentro casa, moglie, marito e figli si ripartiscono i compiti, perché tutto funzioni al meglio, ma ciascuno vive lo spazio della casa come proprio, e sente di essere responsabile del buon andamento generale. Questo significa aver maturato un senso di appartenenza alla propria vocazione. Altrimenti si è solo ospiti o eternamente bambini. La persona adulta, che ha sviluppato un senso di appartenenza alla propria comunità familiare e di fede, si impegna perché questa funzioni bene, vive come propria responsabilità il benessere dei suoi membri, si preoccupa per loro, si accorge se c’è qualcosa che non va. Se gradualmente facessimo nostra questa prospettiva di fraternità, per tornare alla riflessione iniziale, si smorzerebbe la competizione, il conflitto, il voler primeggiare: che senso ha fare a gara in casa propria? Se l’obiettivo è comune, e il compito è portato avanti insieme, diventa molto meno importante chi lo realizza in quel momento. Ciò significa, almeno questo è ciò che riesco a intuire, far sentire la persona parte di una fraternità più vasta e non caricarla di oneri che, se possono farla sentire in gloria in alcuni momenti, possono anche schiacciarla e farla sentire isolata in molti altri.
Vita in comune

La solitudine dei sacerdoti

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Vedevo da tempo un mio confratello sempre più giù di morale, sempre più isolato e meno disposto a partecipare agli incontri di presbiterio. Gli ho chiesto se andava tutto bene e lui mi ha detto che era solo molto stanco. Gli ho creduto. Invece ha iniziato a bere, e nessuno di noi si è accorto che la cosa era ben più grave di quanto lui riuscisse ad ammettere. Oggi la sua condizione di salute è peggiorata molto. Questo mi genera forti sensi di colpa e l’angoscia che ciascuno di noi possa cadere vittima della solitudine. Ho pensato di condividerle questa triste esperienza. Un giovane sacerdote diocesano


Quanto lei dice è una cosa molto seria e veramente dolorosa, la ringrazio per la franchezza e per aver avuto il coraggio di parlarne qui. Se la vita in comune incontra le fatiche dello stare insieme tra persone di provenienze, età e sensibilità differenti, l’aspetto più faticoso del sacerdote diocesano è quello della solitudine, lei ha ragione, talvolta per la distanza rispetto agli altri presbiteri, ma il più delle volte perché ciascuno è preso dagli impegni e da tutto ciò che ruota attorno alla propria parrocchia. Ci può essere la presenza di un altro sacerdote, ma quanti giovani lamentano di affiancare o essere affiancati da confratelli molto anziani che al massimo garantiscono le celebrazioni eucaristiche, mentre difficilmente rappresentano un sostegno “amicale”. In molti casi sono soprattutto le famiglie del territorio a stare vicino, con il loro affetto e qualche invito a casa, alla vita dei propri parroci. Questo però non è sufficiente. Innanzitutto perché il sacerdote non sempre se la sente di raccontare se stesso e condividere le proprie preoccupazioni, e i propri carichi interiori, con i laici che collaborano con lui. Magari non lo ritiene opportuno, o non vuole angosciare uomini e donne che hanno abbastanza cose a cui pensare, oppure non si sente sufficientemente compreso da chi non sperimenta la stessa esperienza quotidiana. Se vive un momento difficile accade, perciò, che possa trascorrere un lungo tempo prima che il prete trovi l’opportunità o il coraggio di rivolgersi al proprio vescovo, semplicemente per sfogarsi (e, a dire il vero, è proprio raro che accada). Quando ha nel presbiterio un sacerdote amico, allora quello può essere lo spazio per confidare il proprio stato d’animo e chiedere consiglio, ma neppure questa è la norma purtroppo. Diversi sacerdoti giovani raccontano, infatti, di aver attraversato un periodo complicato e colmo di impegni, senza che nessuno si sia reso conto del loro disagio, né loro stessi hanno avuto la forza di chiedere aiuto. Come mai può accadere una situazione simile? Come può succedere che un prete arrivi ad una solitudine “mortale”? Non c’è da scandalizzarsi, ma non tutto si può risolvere dicendo che è solo questione di fede (anche, ma non solo). Innanzitutto siamo in un tempo di grandi individualismi, e questa “malattia” colpisce tutti. Se si parla tanto del bisogno di ri-umanizzarsi, soprattutto nei rapporti interpersonali, è perché lì c’è il punto debole della nostra epoca. Non è un modo di dire. Ci sono tante belle menti, ma non è scontato che abbiano la stessa capacità di fare rete, di saper dialogare, di ascoltare, di collaborare, di interessarsi veramente agli altri. Questo è difficilissimo. Richiede una tale uscita da se stessi che un simile “movimento” non può essere improvvisato, va anzi costruito, alimentato, e sostenuto. Vale per le coppie di sposi e vale per chi inizia e porta avanti un percorso vocazionale.   A partire dalla formazione nei seminari, giovani e meno giovani vanno, perciò, aiutati e verificati non solo in ambito accademico o nel servizio dell’apostolato, ma anche nella capacità di interessarsi all’altro, di stabilire relazioni alla pari serene ed equilibrate (il rapporto con l’autorità è solo un aspetto). Non basta che non litighi o non abbia mai dato problemi, per dire che un seminarista abbia una buona maturità relazionale. Senza questa competenza non sarà in grado di procedere in modo sano nella sua vita pastorale. La formazione deve prevedere l’aspetto interpersonale in modo anche esperienziale, attraverso momenti concreti di condivisione, attraverso la possibilità di portare avanti, insieme con altri confratelli, un’attività, un servizio, un progetto. I giovani vanno verificati sul fronte della collaborazione, della generosità reciproca, anche quando non sono dentro una realtà di vita comune, perché il saper stare con altri fratelli e sorelle non è un “compito” solo dei religiosi. Sappiamo molto bene quanto la rete offra delle soluzioni alternative a buon mercato alla solitudine del nostro tempo. E alcol e droga – la riflessione di oggi è molto chiara su questo punto – non sono tentazioni solo per i giovani. È chiaro che ormai i numeri vocazionali si sono notevolmente ridotti, il lavoro pastorale è enorme e i laici hanno un ruolo importantissimo nella vita ecclesiale e nel lavorare insieme alle comunità religiose e nelle parrocchie. Tuttavia il presbitero ha bisogno anche di rapporti fraterni, che vadano oltre il tempo del seminario. Ha bisogno, una volta uscito dalla prima formazione, di saper guardare oltre il proprio confine “geografico” di competenza, di saper dedicare del tempo a curare le relazioni all’interno del presbiterio, di sapersi interessare alla vita degli altri preti, per intercettarne eventuali momenti bui, e, non ultimo, di imparare a chiedere aiuto per sé. Non poter contare su nessuno, sia per un momento di svago, che quando si sta male, è terribile. Per fortuna diventano sempre più frequenti, e preziose, piccole esperienze di vita fraterna tra sacerdoti diocesani che decidono di vivere insieme almeno qualche momento della giornata. È vitale. Umanamente e spiritualmente vitale. Che non tutti siano ugualmente simpatici o amici è normale, ma questo non può significare isolamento, disinteresse per l’altro confratello. Non è credibile un prete simile. Chiedo scusa se chiamo nuovamente in causa il Manuale diagnostico di ultima generazione (DSM-5), ma questo prevede nel funzionamento ottimale della personalità una griglia molto valida e pienamente compatibile con l’antropologia cristiana che attiene proprio all’area interpersonale. Qui sono contemplate la capacità di empatia e di intimità che riguardano ogni essere umano che possa dirsi sufficientemente maturo dal punto di vista psico-affettivo. Insisto su questo aspetto perché i percorsi vocazionali non possono prescindere dalla formazione, non solo rispetto a se stessi, ma anche al sé-in-relazione-all’altro.
Vita in comune

La comunità di anziane

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Dovrò prendermi in carico un gruppo di suore anziane (18) ultraottantenni di cui sarei responsabile. Vorrei poter iniziare bene questa esperienza, per questo gradirei qualche suggerimento circa il tipo di relazione impostare con loro e la formazione da intraprendere. Sicuramente sarà un gruppo eterogeneo come formazione culturale, un po’ stanche, ripiegate sui loro disturbi legati all’età. Come aiutarle ad accettarsi ed accettare il loro corpo a questa età, che sicuramente non risponde più come vorrebbero? Grazie infinite, seguo le sue risposte, ma sono poche sull’anzianità tra le religiose. Sr Angela


La ringrazio per la sua domanda veramente preziosa, che mi dà l’occasione di affrontare un tema molto delicato, quello degli anziani/delle anziane nelle comunità. Lei ha ragione, ne ho parlato troppo poco. Lei accenna all’esperienza imminente di essere responsabile di un gruppo di sorelle già avanti negli anni e questa è proprio una bella sfida. Il nostro papa raccomanda che ci sia almeno un anziano per comunità, ma direi che in Italia non abbiamo proprio questo problema! Di doverci, cioè, impegnare ad inserire una presenza (anziana) testimone della storia del carisma, perché in effetti queste prevalgono rispetto alle vocazioni più giovani, almeno nella maggior parte delle esperienze comunitarie. Cerco di essere concreta e di condividere alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza di incontro con i gruppi comunitari eterogenei per età e provenienza geografica. Innanzitutto, come già ho avuto modo di dire in un precedente numero di questa rubrica («Domande e speranze di giovani consacrati e consacrate»), papa Francesco indica un modello ben preciso di anziano, che non è legato semplicemente all’essere avanti negli anni, ma che rimanda ad una coerenza di vita, fino al prezzo della propria esistenza, per essere testimone credibile e non scandalizzare i giovani. Così il vecchio Eleazaro. Questo è un aspetto estremamente importante in quanto significa che l’anziano, inteso come “saggio”, è colui o colei che ha imparato ad invecchiare. Si potrebbe obiettare che la vecchiaia arriva da sola, e non è certo da imparare. In realtà l’invecchiamento è un’arte che si affina durante il corso della vita, e non la si improvvisa. In altre parole, il consacrato o la consacrata che ha imparato e mantenuto la capacità di confrontare se stesso con gli altri, non si è irrigidito sulle tradizioni, ma ha saputo aprirsi alle novità del tempo, generalmente è un uomo ed una donna che vive bene la sua vecchiaia, serenamente, nonostante le fatiche e gli acciacchi dell’età. Trasmette la gioia della sua vocazione, non quella effimera o semplicemente sensibile, ma profonda e contagiosa, sa confortare ed incoraggiare, e ha voglia di fare spazio a chi porterà avanti il carisma. Non sempre, purtroppo, si incontrano consacrati anziani sorridenti e riconciliati, e questo per ragioni diverse che possono riguardare la formazione – un tempo meno attenta nel discernimento e nei valori umani – sopraggiunte malattie fisiche che la persona vive male, l’essersi trovata senza più un apostolato, magari portato avanti per tanti anni a cui è rimasta legata… e così via. Ci si trova, allora, come lei giustamente nota, con sorelle anziane molto diverse tra loro anche in quanto “stile di invecchiamento”. Cosa si potrebbe fare? Credo che la parte più bella di chi ha vissuto 60, 70, 80 anni di vita sia la possibilità di mantenere viva la memoria della propria storia vocazionale e comunitaria. Perciò si potrebbe dare a ciascuna il tempo e lo spazio per raccontare il primo incontro con Gesù, il ricordo di cosa l’abbia affascinata di quel carisma, quali erano le tradizioni dell’Istituto che magari oggi sono cambiate. Senz’altro è vitale che siano ascoltate. In genere gli anziani amano narrare e hanno un gran bisogno di accoglienza, ma non è raro che si sentano poco interessanti per la loro stessa comunità. Certo, bisogna mettere in conto tanta pazienza. Come Lei dice, ciascuna vive in modo diverso il declino del corpo e delle proprie energie. Inoltre, devono sentirsi impegnate ed ancora utili, per cui, oltre ai piccoli lavori manuali che possono svolgere, potrebbe essere di grande aiuto reciproco invitare qualche giovane a raccogliere i loro preziosissimi spicchi di storia. È anche importante che le sorelle anziane non rimangano isolate come gruppo, perché probabilmente prevarrebbe il senso di nostalgia, quando erano nel pieno delle loro forze e quando si sentivano apprezzate. La comunità, allora, potrebbe prevedere, con persone esterne, dei momenti di festa, il preparare qualche pasto e lo stare a tavola insieme, il poter condividere dei momenti di preghiera e piccole occupazioni pratiche, l’ascolto da parte delle stesse sorelle (quanto bisogno ne abbiamo tutti). In fondo, si tratta di una modalità alternativa e realistica di formazione permanente. Ci tengo a dire, tuttavia, che nonostante sia Lei la responsabile della comunità, tutta la Congregazione è corresponsabile delle proprie sorelle. Non è un onere che si può portare avanti da soli, perché rischia di diventare molto stancante e forse frustrante. Perciò quando sente un carico eccessivo non esiti a prendersi dei momenti di recupero e a chiedere aiuto, è fondamentale poter contare sul sostegno di altri quando si hanno incarichi di governo. Se però la Famiglia religiosa si rende presente e collabora nella riuscita di questa esperienza – non affidando interamente a lei tale sfida – sono certa che la vostra comunità potrà diventare un importante punto di riferimento nel quartiere e nella parrocchia alla quale appartiene. Può rappresentare, infatti, uno spazio di accoglienza prezioso, anzi unico, in quanto portatore di un “ritmo” diverso, di cui altri possono godere, in mezzo alle corse e alla frenesia del nostro tempo. E Lei non immagina quanto sia desiderabile, per noi laici, poter contare su comunità simili.
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