L'esperto risponde / Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Famiglia

Quando la mamma è depressa

Mio nipote Nicolò è figlio di una madre sempre depressa… come crescerà? E io che sono la nonna cosa posso fare? (una nonna preoccupata)

La depressione è la prima malattia d’Europa ed è causa di molta infelicità e tristezza.

La mamma di Nicolò

Prima di rispondere sulle conseguenze che i figli di madri depresse possono subire, mi permetta di esprimere la mia vicinanza, comprensione e solidarietà alla madre del piccolo Niccolò, che, a causa della sua malattia, si trova a vivere in modo faticoso ed ansiogeno.

La depressione infatti si caratterizza come uno stato d’animo, un modo di percepire la vita e le varie vicissitudini, come cariche di pesantezza e negatività, che necessariamente viene riversata sulle persone che più si amano e ci sono vicine.

È assolutamente importante reagire mediante due atteggiamenti:

Accettare la depressione: cioè sapere che a volte si possono avere le pile scariche e che le vicissitudini della vita possono portare a momenti di fatica e di stress.

Curarsi: cioè fare in modo che la scienza medica e psicologica ci possa aiutare, sia per il nostro benessere che per l’ambiente e l’armonia famigliare. Per questo si consiglia sia una cura farmacologica che un sostegno psicologico, insieme ad una apertura verso la dimensione sociale esterna, magari frequentando famiglie o persone che sembrano più serene e positive.

Certo il nostro piccolo Niccolò può soffrire nel vedere la madre depressa e arrabbiata, con il rischio di convincersi di essere lui la causa di questo disagio. Infatti non è raro trovare madri depresse che “scaricano” sui figli il loro malessere, contribuendo a creare talvolta nei bambini una idea di sé svalutativa e negativa.

La nonna di Nicolò

E allora? cosa fare? Per quanto riguarda la madre ho già risposto. I nonni devono essere sempre pronti ad accogliere il nipotino con il suo modo di fare e cercare di sdrammatizzare la situazione, magari dicendo a Niccolò che a volte capita che i grandi facciano fatica e non sono sempre in forma. Occorre evitare sia le prediche verso la madre, sia continuare a parlare della malattia.

Ma veniamo alla figura più importante: il padre.

Il padre di Nicolò

Questi non solo deve prendersi cura del figlio, ma sostenere la madre e aiutarla nel suo ruolo di donna. Il padre deve uscire solo con la madre e svagarsi con lei, magari andando a mangiare una pizza o a vedere un buon film. Perché è bene ricordare che i coniugi si sono scelti e devono coltivare il loro rapporto, soprattutto in questi momenti.

I nonni allora potranno favorire queste uscite di papà e mamma tenendo il nipote, sicuri che il loro contributo sarà di aiuto per tutta la famiglia.

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Psicologia

Mi sento sola

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A volte mi sento sola… vorrei qualcuno vicino, vorrei appartenere a qualcuno, insomma perché mi sento così? Carmen


La persona umana cresce e si sviluppa grazie alla compensazione di tre bisogni fondamentali: l’appartenenza, la stima e l’identificazione. Mediante il soddisfacimento di questi tre bisogni, la persona si sente sicura, amata e può portare il proprio contributo al vivere sociale. Il bisogno di appartenenza accompagna l’essere umano per tutta la vita. Sin dalla tenera età il bambino, dopo il processo di interiorizzazione materna del primo anno di vita, sente di “appartenere alla madre”. È infatti grazie a questa esperienza che il bambino può distaccarsi dalla madre ed esplorare il mondo circostante. Nella scuola dell’infanzia poi, vive la stessa esperienza nei confronti dell’insegnante, quando senza accorgersi la chiama “mamma”, e si sente sicuro di seguire quanto gli viene chiesto. Anche nella scuola elementare il vissuto relazionale di appartenenza alla classe, al gruppo, mediante una buona relazione con l’insegnante, è fondamentale per la crescita. Infatti la scuola inglese, la Tavistock di Londra, ha dimostrato che un bambino apprende e impara perché ha un buon rapporto con i genitori e le insegnanti. L’appartenenza poi è fondamentale nella vita di coppia, ove l’esperienza più importante, al di la delle varie tensioni e fatiche, è quella del sentire, da parte di entrambi i partner, che ciascuno appartiene all’altro. Perfino nell’esperienza religiosa e nella fede, l’appartenenza è fondamentale. Infatti, chi crede in Dio, in Gesù, se gli venisse chiesto “perché credi?”, risponderebbe: credo perché, nonostante gli sbagli, Gesù mi vuole bene, sento di appartenere a Lui. Anche le continue tensioni, fenomeni come il bullismo o le varie manifestazione di disagio da parte di molti ragazzi, rappresentano una richiesta disperata di appartenenza. Per cui è importante, mediante gesti, parole e azioni, “far sentire” questa appartenenza. La gentilezza, la cortesia, il sostegno, il sorriso, sono espressioni che mettono a proprio agio chi ci sta di fronte, perché esprimono il fatto che è bello vivere, è bello essere nati su questa terra. Anche se la vita è faticosa, e a volte i momenti di solitudine possono procurare tristezza e malinconia, sappiamo che nel nostro cuore alberga un'appartenenza viscerale: apparteniamo a Dio. È una appartenenza che non ci lascerà mai, tanto che Gesù, l’uomo Dio, è sceso fino a noi per dirci quanto siamo a Lui cari. Sembra assurdo, ma Dio ha bisogno di noi, di appartenere a Noi. Più Dio di così non si può!
Pediatria

Lo sviluppo del linguaggio nel bambino

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Mio figlio Luca, di 20 mesi, non parla molto e quando vuole qualcosa fa qualche gesto o mi chiama con qualche semplice parolina. Ho visto altri bambini della sua età che già si esprimono con diversi vocaboli. È tutto normale? Mi devo preoccupare? Margherita


Uno dei principali studiosi dello sviluppo del linguaggio è stato il grande psicologo sovietico Lev Semenovic Vygotskij (1896-1934), che considerava lo sviluppo della psiche guidato e influenzato dal contesto sociale e dalla cultura, che provoca continue stimolazioni nel bambino. Grazie a strumenti come il linguaggio e altri stimoli, il bambino conosce sempre più il mondo e le cose che lo circondano. Generalmente le tappe principali dello sviluppo linguistico si collocano tra 8 e 36 mesi di età. Vi sono bambini però che iniziano a parlare più tardi. Occorre tener conto che nella maggior parte dei casi il fenomeno è normale, purché siano presenti i prodromi del linguaggio, come la comprensione, l’elaborazione e la produzione. In seguito la competenza linguistica di base si espande e si perfeziona, soprattutto per quanto concerne l’ampliamento del vocabolario, l’uso delle regole morfologiche e sintattiche e la riorganizzazione grammaticale, indispensabile per passare dal livello della semplice frase a quello del discorso e della riflessione. Le tappe più importanti però sono le prime due: l’inizio della comprensione delle parole e l’inizio della produzione delle parole. Queste tappe di solito si raggiungono nei primi 18 mesi e sono indispensabili per verificare le capacità del bambino che, ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi è del tutto normale. L’inizio della comprensione di parole è collocabile fra gli 8 e gli 11 mesi e questa tappa è fortemente influenzata dal contesto. Il bambino, di solito, è in grado di rispondere in modo appropriato soltanto a semplici ordini come “batti le mani, fai ciao”: se questi stimoli sono ripetuti e il bambino risponde sempre correttamente, significa che la comprensione elementare delle parole è acquisita. Già nel secondo anno di vita la comprensione aumenta sensibilmente: generalmente il bambino passa da una comprensione di 60 parole a 10 mesi a circa 200 parole a 16 mesi. Nello stesso periodo il bambino comincia a produrre le parole, dapprima come ripetizione durante il contesto, poi anche senza il contesto. Questa produzione di parole è diversa da bambino a bambino: vi sono bambini che arrivano a produrre entro i venti mesi almeno 50 parole, e altri più precoci che arrivano a produrre anche 500 /600 parole. L’ultima tappa di base importante per il linguaggio è la combinazione di parole, che caratterizza la struttura minima nucleare della frase. Naturalmente, oltre alle capacità del bambino, sono molte le variabili che entrano in gioco durante lo sviluppo del linguaggio e tutte hanno la loro importanza nel facilitare la padronanza, da parte del bambino, delle parole e delle varie combinazioni. I genitori possono favorire questo parlando al bambino in modo affettuoso, carico di emotività, o leggendo al bambino i giocattoli (sì, un giocattolo si può leggere e può essere la fonte di racconti e storie fantastiche che sviluppano nel bambino la fantasia, il desiderio del racconto e la creatività). Il bambino allora comprenderà sempre più che la parola è frutto di attenzione, di amore, di cura. In fondo il vero significato del linguaggio dovrebbe essere di facilitare sempre più i rapporti, il dialogo fra le persone, la gioia di stare insieme. Ecco perché penso che Dio abbia dato all’uomo il linguaggio: per esprimere, ad una sola voce, la molteplicità delle bellezze racchiuse nelle diverse parole.  
Psicologia

Il bambino: l’eterno innamorato

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Sono indignata per quei bambini lasciati al freddo in quelle navi, senza la possibilità di sbarcare ed essere accolti. Una mamma


L’innamoramento è l’energia vitale dell’anima. Lo spazio e il tempo non esistono più, se non nell’assolutezza eterna del presente. Lo sguardo dell’innamorato è pieno di luce e dell’infinito desiderio dell’attesa. Assomiglia allo sguardo del bambino che attende le cure della mamma, i racconti del papà e le sorprese della vita. Se c’è un argomento che mette tutti d’accordo è quello che riguarda i bambini. Infatti sono considerati un bene prezioso per qualsiasi continente, nazione, popolo, in quanto rappresentano il futuro. I bambini sono il domani, il dopo, la continuità, quello che verrà dopo di noi. I bambini inoltre anticipano con la loro presenza il tempo che potrà ancora continuare, quindi il mondo che, finché loro ci sono, esisterà portando le tracce della nostra presenza. Questa attenzione e cura è talmente universale che sugli aerei e sui treni i bambini salgono prima. Di fronte a una catastrofe, un incidente o un terremoto i bambini hanno la precedenza nell’essere salvati e curati. Eppure, molte volte, quello che si vede in questo mondo sembra completamente estraneo ai bambini, anzi questo mondo a volte è talmente crudele che l’unica parola che si può pronunciare è indignazione. Questa indignazione ancora oggi è il grido di tutti i bambini che sono infelici o costretti alla solitudine. Sono bambini castigati, picchiati, abusati, che muoiono di freddo e fame, che vivono nelle baracche e nei campi profughi. Bambini che frugano nell’immondizia per trovare qualcosa da mangiare. Bambini che vivono nelle guerre, tra le armi della morte. Bambini costretti a lavorare come schiavi, obbligati a chiedere l’elemosina. Bambini senza scuola e istruzione. Bambini che gridano in ogni dove, che gridano indignazione per come vivono e che ci scuotono. Per non parlare poi di quando questi bambini vengono lasciati sulle navi, senza poter sbarcare, perché i grandi sono troppo sciocchi e duri di cuore per accoglierli. Ma nonostante tutto i bambini non smetteranno mai di essere innamorati della vita, non smetteranno mai di credere al nostro amore. E allora cosa fare? Forse dovremmo terminare qui l’articolo, ma almeno cerchiamo di non deluderli più, e questo possiamo farlo in due modi: prima di tutto continuando ad indignarci ogni volta che li vediamo nella sofferenza. E poi mettendo in campo tutte quelle azioni concrete per essere come loro, cioè semplici e, nonostante tutto, innamorati della vita.
Psicologia

Spezzare il circolo perverso dello sballo

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Sono agghiacciata dalle immagini di quei ragazzi morti in discoteca. Mi sento impotente… (una mamma)


Mentre sto scrivendo, le immagini televisive aggiornano sull’ennesima tragedia: adolescenti e giovani perdono la vita in una discoteca a Corinaldo, in provincia di Como. Si cercano le colpe, le cause. Insieme allo sgomento, si cerca in qualche modo di reagire: innanzitutto il pensiero va alle vittime e a tutti i familiari coinvolti, con la nostra preghiera e la nostra vicinanza. Non voglio inoltrarmi nel cercare la colpa. Questa verrà accertata in termini di sicurezza e di giustizia. Vorrei invece fare una riflessione fuori dal coro, fuori dalle norme usuali. Se centinaia di adolescenti e giovani vengono attirati dagli idoli di turno, che con musica assordante aiutano a sfogare gli istinti e le emozioni giovanili in un luogo dove di positivo c’è ben poco, significa che noi grandi dobbiamo interrogarci. La discoteca non è un luogo negativo, ma non è neanche un luogo dove si sviluppa il positivo. Anzi, spesso si beve e si commettono esperienze particolari che non educano i ragazzi. Senza falsi moralismi, occorre ribadire che oggi le istituzioni educative come i centri sociali, i luoghi di aggregazione, gli oratori, la stessa Chiesa, sono un po’ allo sbando e sembrano non più in grado di attirare i ragazzi e i giovani. Proviamo a immaginare se tutti gli istinti e le emozioni giovanili fossero indirizzate verso il bene, il positivo, verso esperienze di sano divertimento, esperienze dove la gioia e la speranza si possano riaccendere. In fondo si tratta di attirare adolescenti e giovani verso esperienze di solidarietà e altruismo, perché nelle discoteche, dopo un divertimento effimero, di solito si rimane tristi, più soli di prima. La solitudine è uno dei grandi problemi che hanno i nostri ragazzi. La Chiesa, la società civile e lo stato dovrebbero smettere di chiedere a chi tocca fare qualcosa e giocare a scarica barile. Occorre che il mondo dei grandi si metta insieme. Quanto siamo stolti e sciocchi a continuare a discutere di chi è la colpa. Musica, divertimento e ballo si possono organizzare benissimo con esperienze di condivisione, di apertura all’altro, di solidarietà. Bisognerà pure avere il coraggio di spezzare questo circolo perverso della musica senza alcun fine, del divertimento sfrenato dove alla fine la vince chi grida di più o chi cerca di sopprimere l’altro. Insomma, è arrivato il tempo di una grande kermesse, di una grande manifestazione dove i grandi, e la Chiesa in primis, si mettano in discussione.
Psicologia

Il bisogno di sentirci amati

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Mi commuovo sempre quando vedo i bambini nella povertà e nel bisogno… Laura


Qualche giorno fa è stata celebrata la giornata mondiale dell’infanzia, come testimonianza da parte del mondo nei confronti delle generazioni che dovranno continuare la vita. Come al solito giustamente sono stati presentati report, ricerche e analisi sulla sofferenza di tanti bambini, che ancora oggi nel mondo muoiono per carestie, guerre, dittature, ingiustizie di ogni genere. Tutto ciò deve sicuramente indignarci: dobbiamo prendere atto di quanto ancora occorre mettere in campo per cercare risposte urgenti e concrete agli innumerevoli bisogni dei bambini. Ma vorrei gettare una lancia in favore di un’altra riflessione, che mi sembra possa aiutare a vivere meglio nella nostra società. Vorrei chiedermi e chiedervi: cos’è l’infanzia? Perché io ritengo che l’infanzia salverà il mondo. L’infanzia è caratterizzata da un amore infinito e passivo. I bambini non possono vivere senza le premure e le cure dei grandi. È proprio questo amore passivo che rappresenta il bisogno di tutti gli esseri umani di sentirsi amati, presi per mano. L’infanzia ci ricorda che tutti necessitiamo di una cura reciproca senza la quale non possiamo vivere, se non nella tristezza e nella disperazione. Questo amore passivo ci rammenta che dipendiamo l’uno dall’altro, come i bambini dipendono da noi grandi. C’è una differenza però: i bambini hanno una fiducia smisurata in noi, nell’amore degli adulti. Una fiducia che ha il potere di muovere il cuore e stimolare in ciascuno il bello, il buono e il bene. Purtroppo per i grandi talvolta non è così. Allora impariamo a donarci reciprocamente questa fiducia. Con il rischio magari di non trovare sempre risposte, ma con la certezza che prima o poi questa smuoverà il cuore di tutti.
Psicologia

Un carattere permaloso

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Mio figlio è permaloso e si arrabbia facilmente. Ha un pessimo carattere, cosa posso fare? Un papà Mia figlia ha un carattere debole e fa tutto quello che gli altri le dicono. Cosa posso fare per renderla più sicura. Una mamma


La prima cosa che possiamo fare tutti quanti è togliere dai nostri pensieri l’idea che esista un carattere bello e un carattere brutto, un carattere difficile e un carattere facile. Questa idea è pericolosa perché condiziona i nostri rapporti e soprattutto tende a categorizzare le persone. No, ciascuno ha il proprio carattere, e ogni carattere, ogni temperamento presenta fragilità e opportunità, presenta caratteristiche che possono trasformarsi in aspetti positivi o negativi. Tutto dipende da come ciascuno lo utilizza. Ad esempio la persona timida e attenta ai particolari, può essere premurosa e di aiuto per tanta gente; viceversa, se non utilizza bene il proprio temperamento può ritirarsi e fuggire le proprie responsabilità. La persona intraprendente, invece, utilizza bene le proprie caratteristiche se è decisa nelle cose positive che fa, portando fino in fondo gli impegni presi; viceversa può trasformarsi in una persona aggressiva, imponendo agli altri il proprio punto di vista. Tutto dipende da come utilizziamo le nostre risorse, il nostro temperamento. E quando ci occupiamo degli altri, possiamo favorire gli aspetti positivi di ciascuno, cercando di sostenerli e incoraggiarli in tutto quello che fanno. Maestro di questo è stato il grande educatore san Giovanni Bosco, che quando aveva a che fare con carcerati o persone che avevano sbagliato, cercava di sostenere gli aspetti preponderanti e positivi del loro carattere. Il risultato? Quando questi uscivano dal carcere, tendevano a dare il meglio di sé, a vivere meglio e realizzare il proprio positivo.  
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