L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Insegno Psicologia dei processi vocazionali nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Lui, lei e il cuore

A volte subentra il timore che nei rapporti interpersonali tra uomo e donna prevalga la componente “più umana” a scapito di quella soprannaturale. Come mantenere la propria specificità di genere e sviluppare quel “capolavoro” che è ciascuno personalmente nel Dono di sé all’altro, per il Bene della Comunità stessa? Un consacrato

Senza dubbio ha toccato un tema molto caldo. Le scelte celibatarie e quelle matrimoniali, infatti, devono fare i conti con l’alterità dell’altro sesso, non solo negli anni giovanili, quando il cuore e il corpo sono particolarmente sensibili al bisogno di contatto fisico e affettivo, ma anche durante tutto il corso della vita.

Pare che il grande teologo canadese, Bernard Lonergan, religioso, si fosse innamorato durante gli anni dell’anzianità, forse quando non si aspettava più che, dopo un lungo e fedele percorso vocazionale, il suo cuore potesse coinvolgersi ancora. Non c’è un’età in cui si è immuni dal vivere l’esperienza del sentirsi profondamente attratti da un altro.

Qualche consacrato, a volte, tenta di escludere il contatto con l’altro sesso, circoscrivendolo allo stretto indispensabile, per paura di eventuali coinvolgimenti. Eppure durezza e rigidità non possono essere considerate le vie ottimali di “prevenzione” di cadute. La paura non è mai una buona consigliera.

Credo, piuttosto, che debbano entrare in campo innanzitutto le motivazioni di fondo, che vanno rinegoziate continuamente nel corso della vita. Questo vale per i consacrati, come per gli sposi, che durante tutta la vita possono trovarsi nell’occasione di “perdere la testa” e innamorarsi.

Purtroppo non ci sono strategie sicure per evitarlo! Però vale la pena rendersi sempre consapevoli – è un impegno costante e non sempre scontato – che se sono una donna sposata e vivo un’unione stabile con mio marito, quando esco e incontro un’altra persona esterna alla coppia siamo sempre in due (mio marito ed io). Anche quando sono di fatto da sola, lavoro, prego, mi ritrovo con gli amici non solo in quanto “io”, ma in quanto “noi”. E questo noi passa sia attraverso le scelte quotidiane, per cui organizzo la mia giornata tenendo conto che ho un partner, sia attraverso il linguaggio, il corpo e perfino l’abbigliamento. Il mio modo di vestire, di parlare, di mettere in gioco il mio corpo rivela chi sono e com’è la mia vita sentimentale di coppia. Oggi queste attenzioni sembrano superate, ma non lo sono affatto.

Ugualmente, come persona consacrata mi rapporto con l’altro essendo cosciente che appartengo a una vocazione che mi rende fratello, sorella, amico, amica universale, perché ho scelto Cristo in una fedeltà a lui anche fisica, che comprende la dimensione relazionale-sessuale. Non escludo gli altri, ma ho un “ordine” di amore.

Anche questa relazione con Cristo, così profonda e vera sebbene impalpabile ai sensi umani (la fede è spesso una gran fatica), si esprime e passa attraverso la gestualità, il modo di scrivere messaggi – perché non aprano lo spazio ad ambiguità e doppiezze –, il modo di stare insieme all’altro, uomo o donna. Tutto questo dice moltissimo di me e della mia vocazione.

Vorrei aggiungere una convinzione: la crisi, quella che ci fa mettere fortemente in dubbio la nostra scelta vocazionale, non arriva all’improvviso. Si “prepara” attraverso micro-fratture, percepite dalla coscienza – come diceva qualcuno l’inconscio non è del tutto muto, anzi ha le sue strade per esprimere che qualcosa in fondo non va come dovrebbe –, ma che tendiamo a rimuovere perché troppo scomode. E spesso, quando decidiamo di prestare attenzione a quei segnali labili, ma allo stesso tempo forti, qualcosa è già successo dentro di noi, il varco interiore è già molto profondo, e il cuore è entrato in confusione.

Voglio dire, e non ha nulla di moralistico, che è essenziale formare, curare e consolidare la propria vocazione, in coppia come in comunità, non chiudendosi all’alterità di genere, per cui tutto diventa un tabù o una fonte di tentazione, non lasciandosi sommergere dagli scrupoli e rendendo innaturale la vita, che si nutre e si alimenta di rapporti e di amicizie.

Anzi, dobbiamo stare dentro a tutto ciò che ci circonda, saper stare sul serio dentro le relazioni, ma sapendo che tutto di noi dice chi siamo e a chi apparteniamo. Siamo onesti: questo passa anche all’esterno.

Perciò, per concludere: quando il rapporto tra due persone rischia di coinvolgere la dimensione affettiva ed erotica, la relazione diventa meravigliosamente piena e insieme meravigliosamente libera solo tenendo conto che dietro ciascuno dei due c’è un marito, una moglie, una comunità, una realtà carismatica, altrimenti è fortemente probabile che l’intimità che nasce tra i due porti fuori strada.

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Consacrati e Internet: binomio rischioso?

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Papa Francesco ha parlato delle suore chiuse nello loro stanze col pc. Internet e i social riducono la vita in comune? Piera   pc


Fino a poco tempo fa erano soprattutto le realtà maschili a trovarsi coinvolte in questa riflessione, perché l’impronta più individualista – più autonoma se vogliamo dirla in positivo – dei gruppi di uomini favorisce la creazione di spazi alternativi a quelli comunitari. Anche pornografia e alcol sono stati fino a poco tempo fa problematiche prevalentemente maschili, perché di fronte alle difficoltà c’è un’attitudine allo sfogo che nell’uomo è immediata, esplicita e concreta, nella donna è più “contorta” ed elaborata, anche se non per questo meno grave. Due uomini che non vadano d’accordo in genere discutono apertamente, due donne utilizzano strategie passive micidiali. Ora però le cose stanno cambiando, nel senso che anche le comunità femminili si trovano a fare i conti con un uso massiccio dei social e con esperienze di amicizie in rete piuttosto che dentro casa. Certo, all’inizio di un percorso vocazionale alcune accortezze possono essere utili – ad esempio non disporre di mezzi propri, computer o cellullare, soluzione che alcune Congregazioni adottano – ma poi come si procede? Qualche giorno fa ero con un gruppo vivace di giovani consacrate, impegnate e riflettere sulla qualità della loro vita fraterna, perché dopo vari anni di vita insieme si sono rese conto che c’è bisogno di conoscersi “veramente”, cioè oltre la forma di atti compiuti negli stessi orari e sotto lo stesso tetto. Mi hanno colpito, c’è voluto del coraggio per trovarsi insieme un’intera giornata a dirsi apertamente che forse oltre agli studi individuali o alle lezioni accademiche serve un contatto reciproco più umano, più caldo, dove ciascuna si senta riconosciuta, guardata, incoraggiata. Le realtà femminili hanno questo punto di forza: il bisogno di vicinanza, innato in noi donne, spinge a lottare finché non si costruisca un ambiente familiare, e ad intervenire quando magari una sorella comincia ad isolarsi. Gli uomini si lasciano in pace se anche notano che qualcuno di loro inizia a farsi “i fatti suoi”, noi macché…ci diamo il tormento fino a che non ci capiamo qualcosa. È proprio il caso di dire che i limiti talvolta diventano una risorsa! Sentire una giovane chiedere all’altra spiegazioni di comportamenti incomprensibili mi è parso un segno proprio bello di anti-solitudine; rinnovare l’esigenza di non dare per scontate alcune parole, quelle care a Francesco, anche semplicemente di buon appetito o di buongiorno con un sorriso e non a denti stretti, è un atto gigantesco anti-abbrutimento. Quindi la difficoltà non è tanto decidere se e quanto computer può utilizzare ogni suora. L’obiettivo vero è andare in profondità nell’amicizia e nell’accoglienza reciproca in comunità. Ritrovare le ragioni dello stare insieme. Una volta fatto questo, tutto il resto è secondario: ogni comunità si darà le sue regole con Internet, regole condivise (cioè decise insieme) ed applicate con serietà. Come è finita la giornata? Con un doveroso “selfie” di gruppo!
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Anziani in comunità: come invecchiare bene?

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Se guardo alla situazione della vita consacrata nella mia congregazione delle Suore Cistercensi della Carità, rifletto su questo: viviamo un cambio generazionale, dove l’età che più sta soffrendo è l’età di mezzo (50 anni). La vita ci richiede tanti cambiamenti e adattamenti ma… “annacquando” e svilendo la nostra scelta, per seguire le mode spirituali del momento? La mondanità spirituale di cui ci parla Papa Francesco? A mio parere c’è un urgente bisogno di creare ponti, per integrare e armonizzare la vita comunitaria, guardando a queste due sfide: 1.Le suore anziane: Come invecchiare bene? 2.Le suore straniere che vivono con noi in Italia: quale inculturazione, per giungere ad una vera integrazione, umana e spirituale? Perché, molte volte facciamo grandi errori, gli stessi errori dei genitori di oggi: le accogliamo, concedendo troppo, coccolandole e viziandole e poi pretendiamo di recuperare, correggendo e riducendo i troppi “si” detti. Che fare? Madre Patrizia Piva, Superiora Generale [caption id="attachment_61392" align="alignnone" width="300"]Suore in Vaticano Suore in Vaticano[/caption]


Carissima Madre, cercherò di non trascurare i diversi aspetti della sua domanda così ricca, senza però dilungarmi troppo, come invece la sua richiesta meriterebbe. Parto proprio da alcune riflessioni di Francesco, semplici, essenziali e così decise da farci tremare, senza mai essere dure però. Nella meditazione a S. Marta, del 17 novembre 2015 ci racconta la vicenda dell’anziano Eleazaro – lo aveva già fatto qualche anno prima, si vede che è una figura che lo colpisce molto – il quale, in un tempo di persecuzione, per non scendere a compromessi e accettare di mangiare carne suina, sputa il boccone e preferisce «allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita» (2Mac 6). Gli amici, per risparmiarlo dalla morte, gli propongono di fingere, di bluffare salvando così l’apparenza, ma l’anziano rifiuta, non vuole cedere per coerenza con se stesso e con la propria fede, ma soprattutto perché non vuole confondere i giovani i quali avrebbero potuto pensare che a 90 anni sia lecito cambiare rotta, concedersi delle incoerenze, “ho già fatto abbastanza”. È un condensato di vita ancora attualissimo: siamo continuamente davanti a proposte alternative ai nostri valori, proposte che vengono non da estranei, ma da persone familiari, amici, colleghi, talvolta consorelle/confratelli perfino. Cosa voglio dire? Non io, ma la Scrittura prima e Francesco poi, che le difficoltà legate all’epoca storica ieri come oggi, o gli scarsi numeri delle comunità, non rendono lecito un calo di tensione, un abbassamento dell’ideale, un’operazione di marketing vocazionale: il percorso vocazionale deve mantenere standard altissimi perché non perda il suo valore profetico. Entriamo ancora di più dentro il racconto di Eleazaro: non è la vecchiaia anagrafica in se stessa un modello a cui rivolgere lo sguardo, lo è piuttosto la saggezza maturata negli anni che, crescendo, diventa pronta a dare la vita per non scandalizzare i giovani. L’anzianità di questo tipo si prepara, non si improvvisa! Si diventa anziani, di “quel tipo” verificando con coraggio, ogni giorno, che non si stia lentamente concedendo qualcosa al «trucco della doppia vita»… difficile da conoscere ma che si insinua nell’animo umano e mano a mano se ne impossessa… «lentamente distrugge, degrada la stoffa e poi quella stoffa diventa inutilizzabile» (17/11/’15). E i giovani, le giovani? Leggiamo insieme queste altre parole di Francesco: «Alcune congregazioni fanno l’esperimento della “inseminazione artificiale”. Che cosa fanno? Accolgono…: “Ma sì, vieni, vieni, vieni…”. E poi i problemi che ci sono lì dentro… No. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere» (01/02/’16). Non si tratta di utilizzare misure severe, ci mancherebbe, le persone sono tutte adulte e ciascuna ha una propria dignità vocazionale, inoltre la comunità non è un arruolamento nell’esercito. Tuttavia siccome è alto il rischio di abbassare gli standard per poter riparare al calo numerico delle comunità religiose maschili e femminili, è fondamentale che il discernimento sia serio. Discernere vuol dire verificare se quella persona è nella strada giusta che la conduce ad essere felice, «diventare consacrati non significa salire uno, due, tre scalini nella società» (01/02/’16). L’integrazione parte innanzitutto da qui (mi riservo però di approfondire ulteriormente questo aspetto), da persone serene che sono al posto giusto, questo vale per tutti, dovunque. Non può avvenire una vera integrazione – dove cioè l’etnia di provenienza non si traduce in distanza o differenze di ruoli e trattamenti – se gli uomini e le donne di quella comunità non si sentano profondamente appartenenti alla realtà scelta. «La profezia è dire – con la vita – alla gente che c’è una strada di felicità, di grandezza, una strada che ti riempie di gioia» (ib).  
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Consacrati: ieri e oggi

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Qual è la vera vita consacrata, quella che si viveva prima o quella di oggi? Sr. Maria   comboni


Vorrei risponderle ribaltando la domanda…cosa vuol dire “vera vita consacrata”, ma poi si direbbe che gli psicologi rispondono domandando! Prevengo il rischio… Una questione non da poco. Se per “prima” intende una realtà più numerosa, più strutturata e più disciplinata, le rispondo semplicemente: meglio ora, senza dubbio. Nonostante sembri che prima tutto funzionasse meglio, credo – non solo per innato ottimismo – che oggi siamo in un momento importantissimo della storia umana. Di fronte a cambiamenti epocali, amplificati come ben sappiamo dalla potenza straordinaria della Rete, le coppie, le famiglie, le realtà di vita in comune, i sacerdoti, si trovano a dover ri-motivare le proprie scelte, per capire come renderle più vere – parola che lei usa sr. Maria – cioè autentiche. Essere autentico/a significa avere il coraggio di capire quali sono le cose essenziali nelle quali credo, per poi cercare di viverle. I tempi sono cambiati? Bene! È il momento giusto per ripensare cosa ritengo valido e come incarnarlo nell’oggi. Immaginiamo che una coppia giovane o meno giovane si ponga in questa ottica di lavorare sull’autenticità: le domande riguarderebbero COSA si cerca stando insieme, CHE TIPO DI COPPIA si vuol essere, QUALI MEZZI si utilizzano per realizzare le precedenti risposte. Lo stesso vale per la vita sacerdotale, religiosa e per qualunque scelta di vita in comune: PERCHE’ quella forma e non un’altra? QUALE MODELLO di riferimento ho in mente? QUALI strumenti uso per cercare di realizzarlo? Sono COERENTI al progetto di vita? Suggerimenti verso la costruzione di scelte sempre più autentiche mi vengono da un convegno appena concluso, su Formazione e Prevenzione (organizzato dall’Arcidiocesi di Firenze, in collaborazione con la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e la Pontificia Università Gregoriana). Un primo suggerimento riguarda la qualità relazionale: complici anche approcci psicologici che hanno favorito una logica individualistica «innanzitutto devo star bene io e di conseguenza staranno bene gli altri», questa può essere carente anche laddove ci sia un preciso obiettivo vocazionale. Uno dei relatori, mons. Dal Molin, ricordava le parole del papa in un discorso tenuto alla Cei lo scorso anno: «Il nostro primo compito è quello di costruire comunità, l’attitudine alla relazione è quindi un criterio decisivo di discernimento vocazionale». E un altro autorevole intervento faceva notare – lo dico con parole mie – come invece il messaggio implicito degli ambienti formativi (in senso ampio, e non solo seminariali) è: guai a venir meno ad un esame, mentre pazienza se si manca ad un pasto assieme, o ad un momento di festa. In altre parole nelle persone si fa inconsapevolmente strada l'idea che la formazione accademica e la capacità intellettuale abbiano più valore della competenza umana-relazionale. L'autenticità si gioca invece su questa attenzione a non creare grandi teste, ma piccoli cuori. Infine, sr. Maria, sono state di grande impatto le parole di un sacerdote formatore nel seminario di Milano, valide anche per altri contesti. Le riporto più o meno letteralmente: la formazione può “favorire il congelamento” dei compiti evolutivi (S. Guarinelli), lasciando le persone ad uno stadio infantile e non responsabilizzante. Una vita diventa invece vera quando le persone sono aiutate ad “adultizzarsi”, ad assumere quella scelta di vita come propria fino in fondo. E in questo processo di verità oggi abbiamo più consapevolezza di ieri e quindi maggiori opportunità di diventare autentici.
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Interessa ancora la vita consacrata?

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Una provocazione. Perché la vita consacrata non esercita più il suo appeal alle nostre latitudini? Colpa del benessere, della maggiore istruzione e di migliori condizioni di vita? Sr. Enza   [caption id="attachment_62014" align="alignnone" width="300"]Suore Suore[/caption]


Interessante la provocazione di sr. Enza. La raccolgo e provo a rispondere. La diminuzione dell’appeal della vita in comune, specie quella religiosa, credo sia dovuta innanzitutto al grosso cambiamento avvenuto col Vaticano II. La Lumen Gentium infatti ha aperto una prospettiva nuovissima: la santità alla portata di tutti, e non solo di quelle vocazioni di speciale appartenenza al Signore. È come dire che la vita consacrata non è più l’unica o almeno la “migliore” strada per vivere il vangelo, religiosi e sposi acquistano la stessa dignità. Colpo di scena quindi. Le vie si diversificano e se vivo quella che ho scelto dando tutta me stessa, l’Amore diventa possibile anche per me. Non basta. C’è poi la questione ancora aperta dell’urgenza di un rinnovamento di forme di vita nate in altri contesti storici e sociali, e quella femminile più di quella maschile risente di antichi retaggi culturali. Alcune esperienze di vita religiosa non sembrano attraenti, perché hanno un serio bisogno di aggiornamento, con tutta la fatica che questo richiede, tenendo conto che ci sono generazioni nostalgiche dei “tempi che furono”, a fianco delle nuove che invece scalpitano (e per nuove intendo anche la fascia dei/delle 40enni), e che il processo comunque è articolato. Prendiamo il carisma: diversi religiosi si sentono allo stretto nel dover leggere la vita e le regole date dal Fondatore/dalla Fondatrice vissuti in un altro secolo e che hanno quindi un “linguaggio” ormai superato, non solo perché la lingua si è evoluta, ma anche perché lo stile che propongono non è più attuabile. Il modo di pregare ad esempio: le pratiche devozionali, che molte Congregazioni mantengono in vita in modo massiccio, e che pure in origine avevano il loro senso, risultano oggi poco sopportabili, alla luce di tutto il rinnovamento liturgico iniziato col Concilio. E così per altri aspetti della vita in comune, come l’obbedienza. Come incarnarla in questo terzo millennio in cui i ragazzi iniziano a respirare autonomia praticamente da quando vengono al mondo? Come formare persone adulte e responsabili della propria vocazione? Non è più abbastanza attraente neppure per i suoi membri un'esperienza di cui non si comprendano pienamente il significato ed il valore, perché sganciata dalla realtà locale e dai bisogni dell’umanità circostante. Difficile dunque che possa contagiare altri. Infine, e qui vado un po’ fuori dal mio campo di competenza, da credente penso che si sia pure infiacchito il senso profondo delle nostre scelte di fede, che riguardino il matrimonio, come la vita religiosa. In fondo: cosa stiamo cercando? Sr. Enza ha ragione: il benessere e il mito della libertà hanno indebolito la nostra capacità di dono, per cui la coppia può scivolare verso forme di individualismo a due, e la vita consacrata verso forme di agio e comodità, depotenziando così la sua forza profetica. Ferma restando quindi la necessità innegabile che le forme di vita in comune ripensino ciò che di vero e valido possa rimanere in piedi delle proprie consuetudini, e quello che invece urge cambiare, dovremmo rianimarci tutti a mettere fuoco nelle nostre strade. L’ideale deve rimanere forte, “la profezia del Regno non è negoziabile”, tuonerebbe il nostro Papa! Le scelte ibride non sanno di un bel niente.
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Vita in comune e celibato sono compatibili?

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Dopo gli scandali degli ultimi anni forse sarebbe meglio ripensare, e forse abolire, le comunità di persone “costrette” al celibato. O almeno stabilire dei requisiti psicologici minimi indispensabili. Un laico preoccupato   preti


Direi in modo sintetico: non si può fare un identikit di chi è “adatto”, però ci vuole senz’altro una maturità di base. Un pensiero diffuso è che sia la condizione di celibato a far fallire molte vocazioni, o addirittura a deviarle. Non è così. I due report voluti dalla Conferenza Episcopale Americana, in seguito allo scandalo degli abusi esploso negli Stati Uniti nel 2002, rilevano che in realtà l’antica pratica del celibato, risalente nella Chiesa Cattolica all’XI secolo, non ha nulla a che vedere con la corruzione sessuale che l’ha gravemente ferita, anche perché il picco degli abusi negli anni ’60-’70 e la decrescita a partire dalla fine degli anni ‘80 mostrano come essi siano indipendenti rispetto alla continuità della pratica celibataria. Tuttavia bisogna essere onesti e senza illusioni: vivere insieme non è facile, non basta la buona intenzione di vivere con altri perché questo funzioni e produca benefici. Quando manca una struttura psicologica minima o essa è molto fragile, lo stare insieme moltiplica i problemi, come una grande cassa di risonanza dove l’eco amplifica ogni suono… A riprova di quanto sto dicendo voglio condividere una delle ricerche riguardo all’efficacia dei gruppi di incontro (cf. Yalom, Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo) sui cambiamenti personali: lo stare in gruppo è migliorativo sul comportamento e la personalità del singolo? 210 partecipanti a 16 gruppi esperienziali trimestrali, con leader provenienti da 10 Scuole diverse, furono confrontati a 69 soggetti non partecipanti ad alcun gruppo a cui vennero dati questionari da riempire. I risultati furono che, appena dopo il termine dell’esperienza, i primi espressero una valutazione molto positiva dei gruppi di incontro quanto a “piacevolezza”, “costruttività” e “istruttività”; già nel follow up dei 6 mesi seguenti l’entusiasmo era diminuito, ma comunque un terzo di essi (circa il 39%) continuava a percepire un cambiamento positivo moderato o addirittura considerevole, l’8% dei partecipanti invece aveva subito un disagio che si era addirittura protratto per i 6 mesi seguenti la conclusione del gruppo; infine i soggetti di controllo, valutati nelle stesse dimensioni degli altri, mostravano un cambiamento minore sia in positivo che in negativo. Dipendeva forse dalla bravura del leader? Sembrerebbe di no: sebbene il ruolo del leader ed il suo equilibrio – e non la sua scuola di provenienza – influenzino notevolmente l’andamento del gruppo (un leader troppo direttivo genera un gruppo che non riesce a sviluppare autonomia, aritmico, uno troppo liberale genera gruppi confusi), egli non aveva una efficacia diretta sull’individuo. Qual era dunque la nota distintiva rispetto al cambiamento personale e alla sua durata? Ecco il fulcro della risposta: chi aveva la capacità di attribuire significati, di integrare e trasferire in altre situazioni di vita l’esperienza vissuta. Con altro linguaggio: chi aveva capacità di “insight”. Utilizzando questa ricerca per il contesto della vita in comune potremmo dire quindi che affinché la vita insieme possa funzionare è importante il ruolo di chi funge da coach, se è previsto che ci sia, ma è soprattutto una adeguata base di maturità a fare la differenza sostanziale. Se questa manca, anche la migliore esperienza comunitaria avrà un forte impatto sul momento che però di lì a poco scolora…
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Vita in comune, social, famiglia: quali scenari in futuro?

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Mi rincuorano certi dati che rilevano più che una crisi, un cambiamento (meno religiosi ma più diaconi per esempio). Mi preoccupa la crisi dei religiosi in Europa, quindi in Italia. Quante scuole cattoliche stanno chiudendo l'una dopo l'altra per mancanza di vocazioni che portino avanti carismi meravigliosi? Alessandro Pernini

 

I social network non aiutano la comunità, ma incentivano l'individualismo e la propria autocelebrazione, però penso anche che possano essere usati in modo formativo ed edificante, come può essere il tuo articolo "twittato". Ho 28 anni, non sono sposata e non ho figli, ma sto vivendo il mio discernimento vocazionale, ho molti amici coetanei alcuni sposati, alcuni con figli, altri soli e dediti totalmente al lavoro o allo studio, e guardandoli con gli occhi dell'amicizia vedo tanto spaesamento, molta confusione, in pochi sanno ciò che conta veramente nella loro vita, pochi hanno una meta. Penso che oggi ci sia bisogno di puntare sulle famiglie, di sostenerle su tutti i fronti, di considerare tutti i figli come propri e di non lasciarle sole. Credo questa sia la strada per tornare ad apprezzare la vita comune, le comunità e farle essere un focolare di amore per tutti. Rosa   social  


Che siamo tutti protagonisti e non solo spettatori di un vero e proprio cambiamento antropologico è fuori di dubbio: sta mutando ad una velocità impressionante il nostro modo di costruire l’identità, di vivere la corporeità, e di stare in relazione. Pensiamo al maschile e al femminile, la diade più antica dell’umanità: dimensioni che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe messo seriamente in discussione, oggi vengono frantumate in una varietà di sfumature e sul profilo Facebook – per ora solo su quello USA – si dispone di parole stravaganti, ben 58, per poter identificare il proprio genere di appartenenza (ma forse mentre scrivo sono già aumentate le opzioni). E se ci spostiamo sui rapporti interpersonali, chi di noi può dire che una conversazione in chat non sia spesso più appetibile di una dal vivo…? Alla domanda se tutto questo sia opera dei social network la risposta è no, peraltro i social ormai fanno parte della nostra vita, anzi si può dire che siano il pianeta del terzo millennio e non ha senso ragionare in termini di demonizzazione. Però siamo onesti: non esiste la “neutralità”, per cui l’uso dei social ha necessariamente un’incidenza nella nostra giornata, nella nostra mente. Ad esempio, più di una Responsabile di comunità mi raccontava sconfortata che al momento della ricreazione, quando cioè ci si dovrebbe incontrare volentieri per stare insieme senza impegni di lavoro, tutte scappano nella loro camera, per navigare, usare skype... Allora diciamo che:
  1. i social non hanno creato, piuttosto hanno colto uno scontento relazionale già in atto e hanno offerto delle risposte che in nessun caso vanno subite per il solo fatto che ormai così va il mondo;
  2. se c’è una domanda, vuol dire che dietro c’è un bisogno. Se si cercano nuove forme relazionali significa che quelle precedenti non funzionavano bene.
Come ne usciamo? Potremmo osare alcune considerazioni come risposte possibili:
  • aver voglia di un’identità chiara, solida e ben costruita non vuol dire tornare ad essere rigidi e fuori tempo. Il ritmo ordinato della vita consacrata o le norme che una famiglia si dà, non sono da disdegnare, anzi sono una bella sfida in questa direzione;
  • i nostri spazi familiari, proprio quelli che a volte dovrebbero essere profezia di comunione, sono segnati da rabbia e risentimenti. È più facile tagliare che ricucire: processi, come quello del perdono, sono anti-economici ma hanno una potenza straordinaria individuale e relazionale, vale la pena scoprirlo o riscoprirlo;
  • se il momento ricreativo di una realtà comunitaria non va a nessuno, forse non sono più attuali le forme proposte per stare insieme, perché magari erano state pensate in un contesto storico ben differente. Oppure: se i pasti diventano un fuggi-fuggi di genitori e figli (nessuno escluso) forse è perché a tavola non si riesce a condividere qualcosa di sé, e andando a monte, non si ha niente da dire perché in fondo non ci si sente veramente famiglia. La vita in comune reclama una umanizzazione che significa: ascolto, dialogo autentico, presenza, tenerezza…
Concludendo: le forme di vita insieme non possono auto-giustificarsi, come mi pare accadesse un tempo, quando si davano per assodate e giuste per il solo fatto di esserci; è urgente recuperare attrattiva perché, come osserva Francesco, la gente arrivi a dire: “vogliamo venire con voi!”.
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