L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Insegno Psicologia dei processi vocazionali nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Vita in comune

Lui, lei e il cuore

A volte subentra il timore che nei rapporti interpersonali tra uomo e donna prevalga la componente “più umana” a scapito di quella soprannaturale. Come mantenere la propria specificità di genere e sviluppare quel “capolavoro” che è ciascuno personalmente nel Dono di sé all’altro, per il Bene della Comunità stessa? Un consacrato

Senza dubbio ha toccato un tema molto caldo. Le scelte celibatarie e quelle matrimoniali, infatti, devono fare i conti con l’alterità dell’altro sesso, non solo negli anni giovanili, quando il cuore e il corpo sono particolarmente sensibili al bisogno di contatto fisico e affettivo, ma anche durante tutto il corso della vita.

Pare che il grande teologo canadese, Bernard Lonergan, religioso, si fosse innamorato durante gli anni dell’anzianità, forse quando non si aspettava più che, dopo un lungo e fedele percorso vocazionale, il suo cuore potesse coinvolgersi ancora. Non c’è un’età in cui si è immuni dal vivere l’esperienza del sentirsi profondamente attratti da un altro.

Qualche consacrato, a volte, tenta di escludere il contatto con l’altro sesso, circoscrivendolo allo stretto indispensabile, per paura di eventuali coinvolgimenti. Eppure durezza e rigidità non possono essere considerate le vie ottimali di “prevenzione” di cadute. La paura non è mai una buona consigliera.

Credo, piuttosto, che debbano entrare in campo innanzitutto le motivazioni di fondo, che vanno rinegoziate continuamente nel corso della vita. Questo vale per i consacrati, come per gli sposi, che durante tutta la vita possono trovarsi nell’occasione di “perdere la testa” e innamorarsi.

Purtroppo non ci sono strategie sicure per evitarlo! Però vale la pena rendersi sempre consapevoli – è un impegno costante e non sempre scontato – che se sono una donna sposata e vivo un’unione stabile con mio marito, quando esco e incontro un’altra persona esterna alla coppia siamo sempre in due (mio marito ed io). Anche quando sono di fatto da sola, lavoro, prego, mi ritrovo con gli amici non solo in quanto “io”, ma in quanto “noi”. E questo noi passa sia attraverso le scelte quotidiane, per cui organizzo la mia giornata tenendo conto che ho un partner, sia attraverso il linguaggio, il corpo e perfino l’abbigliamento. Il mio modo di vestire, di parlare, di mettere in gioco il mio corpo rivela chi sono e com’è la mia vita sentimentale di coppia. Oggi queste attenzioni sembrano superate, ma non lo sono affatto.

Ugualmente, come persona consacrata mi rapporto con l’altro essendo cosciente che appartengo a una vocazione che mi rende fratello, sorella, amico, amica universale, perché ho scelto Cristo in una fedeltà a lui anche fisica, che comprende la dimensione relazionale-sessuale. Non escludo gli altri, ma ho un “ordine” di amore.

Anche questa relazione con Cristo, così profonda e vera sebbene impalpabile ai sensi umani (la fede è spesso una gran fatica), si esprime e passa attraverso la gestualità, il modo di scrivere messaggi – perché non aprano lo spazio ad ambiguità e doppiezze –, il modo di stare insieme all’altro, uomo o donna. Tutto questo dice moltissimo di me e della mia vocazione.

Vorrei aggiungere una convinzione: la crisi, quella che ci fa mettere fortemente in dubbio la nostra scelta vocazionale, non arriva all’improvviso. Si “prepara” attraverso micro-fratture, percepite dalla coscienza – come diceva qualcuno l’inconscio non è del tutto muto, anzi ha le sue strade per esprimere che qualcosa in fondo non va come dovrebbe –, ma che tendiamo a rimuovere perché troppo scomode. E spesso, quando decidiamo di prestare attenzione a quei segnali labili, ma allo stesso tempo forti, qualcosa è già successo dentro di noi, il varco interiore è già molto profondo, e il cuore è entrato in confusione.

Voglio dire, e non ha nulla di moralistico, che è essenziale formare, curare e consolidare la propria vocazione, in coppia come in comunità, non chiudendosi all’alterità di genere, per cui tutto diventa un tabù o una fonte di tentazione, non lasciandosi sommergere dagli scrupoli e rendendo innaturale la vita, che si nutre e si alimenta di rapporti e di amicizie.

Anzi, dobbiamo stare dentro a tutto ciò che ci circonda, saper stare sul serio dentro le relazioni, ma sapendo che tutto di noi dice chi siamo e a chi apparteniamo. Siamo onesti: questo passa anche all’esterno.

Perciò, per concludere: quando il rapporto tra due persone rischia di coinvolgere la dimensione affettiva ed erotica, la relazione diventa meravigliosamente piena e insieme meravigliosamente libera solo tenendo conto che dietro ciascuno dei due c’è un marito, una moglie, una comunità, una realtà carismatica, altrimenti è fortemente probabile che l’intimità che nasce tra i due porti fuori strada.

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Coppie, comunità e tradimenti

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Frequento un centro per anziani. Si passano ore serene, ma mi rendo conto che, nonostante l’età, ci sono molti “tradimenti” di coppia. Per non parlare di quello che succede sui social. È così difficile essere fedeli?


Un’accortezza che mi impegno a mantenere viva nel rispondere è quella di non slittare su toni moraleggianti, che non rientrano nelle mie intenzioni, neppure remote. Non ho delle statistiche in merito alla fedeltà delle coppie oggi rispetto a ieri, senza dubbio però, e credo che la convinzione sia condivisa da tutti noi, l’ambiente digitale ha moltiplicato in maniera esponenziale la possibilità di stabilire nuovi contatti relazionali senza troppa fatica, quindi anche di aprire degli spazi esterni rispetto alla coppia, e di coltivarli con la stessa leggerezza. Talvolta basta poco: un’emoticon inserita opportunamente all’interno di un messaggio – che molto probabilmente il partner “escluso” non approverebbe – può già rappresentare una remota, ma concreta possibilità di ferire l’intimità di coppia. E questa possibilità è trasversale ormai all’età cronologica. Siamo anche d’accordo tuttavia, perché è di immediata evidenza, che non può essere uno strumento esterno ad essere “colpevole” rispetto all’andamento delle coppie, come anche delle comunità. Condivido allora alcune considerazioni: la prima è che non è facile continuare a voler bene, amare e perdonare, cioè non chiudere il rapporto, quando si creano delle tensioni. Non è facile mettersi in discussione in prima persona anziché demandare all’altro la responsabilità di un litigio, trovare il tempo ogni giorno – non una volta al mese – di parlare, confrontarsi, raccontarsi le giornate vissute. Non è mai stato facile, ma oggi le strade alternative all’amore stabile sono molto più a portata di mano e assai poco dispendiose: se il mio partner non mi ascolta cosa ci vuole a raccontare in Rete le mie emozioni, magari ad una folla anonima, o a un nuovo contatto che invece si mostra più disponibile? Questione di un attimo, che poi diventa un secondo attimo e poi un terzo. Rifletto anche che le crisi non sono mai improvvise, ma “preparate” nel tempo con cura. Lo dico ironicamente ma anche realisticamente: si parla spesso di inconscio e ad esso si attribuiscono delle stranezze inspiegabili, mentre in realtà l’inconscio non è né muto né folle, siamo noi piuttosto che non riusciamo a prestargli credito e i segnali di disagio che manda li risolviamo, con aria sufficiente, con un “ma che male c’è!”. Quelle microfratture, inizialmente impercettibili, nella vita di coppia (giovane o anziana) o di comunità, invece, rappresentano una mano tesa verso l’esterno, anziché verso l’interno della famiglia. È un gran bell’impegno vivere insieme, sia in coppia, sia nelle esperienze di vita in comune, ma se siamo spaventati – e lo siamo! – dalla possibilità di disumanizzarci, cioè di perdere la capacità tutta umana di vivere relazioni d’amore in maniera profonda e continuativa, se osserviamo con dolore con quanta facilità “Tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio” (Amoris Laetitia, n. 39), se ormai la parola data dall’altro perde la sua potenza perché la fiducia si va sbiadendo… allora non dobbiamo rimanere inermi. Dall’uomo parte il suo smarrimento, dall’uomo parte la sua ripresa. Perciò al “movimento” oggi in corso, si può opporre – parola che normalmente non amo, ma che qui è necessaria – un cammino in direzione diversa, che sono convinta parta da un’attenzione meno anonima all’altro, il marito, la moglie, il fratello, la sorella; e dalla forza che può rappresentare la comunità circostante, che, se non è troppo distratta, può intercettare il malessere che uno dei propri membri vive e sostenerlo, offrendogli ascolto e un confronto solido, quando inizia a perdere l’orientamento.
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Io o noi?

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Abbiamo una sorella che vorrebbe aprire una nuova forma di apostolato. La comunità le ha detto che per ora non ci sono risorse adeguate per sostenere il suo progetto, ma lei ha deciso di andare avanti ulteriormente, convinta di essere così nella volontà di Dio. Una formatrice


Grazie per questa occasione di riflessione, mi dispiace aver dovuto sintetizzare le sue parole, comunque molto chiare e accorate. Mi pare che questo tema apra una sorta di voragine. L’esperienza più frequente delle comunità, almeno in un recente passato, è quello di chiarire subito con la persona che quando si intraprende un’esperienza di vita in comune, l’io diventa gradualmente e definitivamente un “noi”, per cui non ci sono più margini per i carismi personali, se non nella misura in cui rientrino nel progetto comunitario. Le stesse anziane ed anziani raccontano, oggi con simpatia, che una volta fin dall’inizio del percorso le formatrici/i formatori si premuravano di affidare loro compiti che andavano nella direzione opposta delle attitudini personali di gusto e di carattere, magari anche apertamente esplicitate, con l’intento, senza dubbio in buona fede, di non assecondare la natura, considerata quasi un limite anti-vocazionale e di aprire nuovi spazi a Dio. Per cui se c’era una predisposizione a lavorare la terra, la persona veniva mandata a studiare, con tutta la fatica ed il sacrificio immaginabili; e se viceversa ella aveva attitudini più intellettuali, queste venivano “santamente mortificate” in nome di una presunta maggior gloria di Dio. Ora, non credo che questo atteggiamento sia del tutto sbagliato, ma vorrei spiegarmi per non essere fraintesa. Che la comunità diventi il criterio per valutare le intuizioni personali credo sia un aspetto molto bello del vivere insieme, un po’ come in famiglia il marito o la moglie cercano di scegliere, accettare o meno un lavoro, intraprendere o meno un progetto, valutando le esigenze di tutti e confrontandosi l’uno con l’altro, almeno in coppia. Perché lo stesso non dovrebbe accadere nella comunità? Questo aspetto dell’essere “come una famiglia” mi pare che venga spesso messo da parte. Ciò non vuol dire assolutamente che allora l’individuo diventi un numero qualunque in una grande macchina produci-lavoro, ma neppure che perda del tutto il confronto con la sua realtà di appartenenza, e che la comunità debba adeguarsi a “quelle” specifiche esigenze, anche legittime, se per varie ragioni, non è ancora pronta per questo. La vita in comune è anti-economica dal punto di vista della -velocità! È una delle ragioni per cui penso che la comunità non sia per tutti. Non c’è dunque una soluzione o una ricetta esatta, che valga una volta per tutte. Credo con forza però che la vita in comune, se prevista da quella realtà carismatica, diventi parte integrante e non solo ornamentale della scelta individuale, e oggi questa prospettiva è la più a rischio. Ciò d’altra parte significa anche che la comunità, nell’accogliere un membro, si fa responsabilmente carico della sua storia e della sua sensibilità, continuandone a riconoscere sempre l’identità adulta ed autonoma, sforzandosi di essere attenta a ciò che la persona dice, alle idee e ai progetti che ella propone, avendo cura della sua unicità. Il dialogo continuo, paziente, fiducioso, e il coraggio di non chiudersi mai l’uno all’altro, anche quando ciò dovesse creare scontri e non solo confronti, penso siano la strada per trovare di volta in volta delle risposte, senza perdersi – la comunità isola la persona perché “strana” o troppo esigente, e la persona si distacca con rancore dal gruppo, perché non si sente capita – con i tempi sicuramente rallentati dal procedere… insieme e non da soli.
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Perdono e maturità umana

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Se dovesse individuare un aspetto essenziale per vivere meglio insieme quale indicherebbe? Si parla sempre di narcisismo ma in sostanza cosa vuol dire, perché a me sembra una parola senza prospettiva. Un consacrato


Condivido un pensiero sul quale ritorno spesso. Non c’è dubbio che l’umanità sia affamata di contatti e di relazioni. Le stesse chat, col bisogno di stare sempre connessi, esprimono il desiderio di non rimanere soli, di sentire costantemente la presenza di altri attorno. Però… c’è un però. Mi pare che siamo accecati da una sorta di occhio di bue, un grande faro illuminante che segue sempre e solo l’inquadratura di sé. Ecco il narcisismo. Una prospettiva ce l’avrei, una strada che sembra “scontata”, specie ai credenti, ma che non lo è affatto, un percorso anti-narcisista. Il perdono. Che non è una cosa da primi della classe buonisti. Come scriveva C.S. Lewis, «tutti dicono che è una cosa bella perdonare finché non tocca a loro perdonare qualcosa». C’è una grande e meravigliosa rivoluzione negli ultimi decenni: i professionisti della salute mentale, non necessariamente di orientamento religioso, hanno iniziato ad occuparsi di questa “cosa misteriosa” del perdonare come di un’abilità e un punto di forza dell’uomo, utile a migliorare la qualità della propria vita, a potenziare le capacità personali e naturalmente quelle relazionali. Dunque mettiamo da parte per un momento la dimensione religiosa, per non correre il rischio di far scivolare il perdono tra le questioni morali. Mi attengo al piano psicologico e condivido qualche spunto raccolto da vari studi che hanno un fascino enorme. Perdonare è un processo serissimo, adulto e soprattutto che sta ai vertici dell’amore, cioè dell’uscita da sé, espressione massima della maturità umana, prima ancora che di fede. Non è un atto puntuale, come spesso ce lo figuriamo, ma un cammino che devo volere con tutta me stessa, perché non avviene spontaneamente. Lo si potrebbe rappresentare così, anche se mi dispiace per la riduzione: è riuscire a restituire all’altro l’interezza della sua vita, a non vederlo più solo in quel frammento nel quale ci ha procurato una ferita, come se la persona fosse tutta lì, sgravandolo così del peso di essere un “offensore”. E poi perdonare significa anche a dare a noi stessi la possibilità di uscire da quel francobollo di sofferenza nel quale ci siamo fissati come se fosse l’intero della nostra esistenza. Se guardiamo un film non ci fermiamo su un unico fotogramma per un paio d’ore pensando così di aver visto tutta la storia. Mi sembra straordinaria la possibilità di alzarsi la mattina e guardare l’altro senza dover aprire l’archivio dei file delle memorie storiche. Perdonare non equivale a far cadere nell’oblio i ricordi, cosa peraltro impossibile alla mente umana, non vuol dire scansare la giustizia, non è una semplice riappacificazione, né un’accettazione passiva, e neanche un processo semplicemente empatico… è assai di più perché richiede uno sforzo interiore profondo di vera benevolenza, ed è espressione di assoluta gratuità. Non c’è un obbligo a perdonare, non è un dovere e la domanda spontanea “perché io?” aiuta a capire quanto sia un processo che prescinde da colpe e responsabilità. Lo ripeto: è un riappropriarsi della pienezza di vita e delle proprie emozioni, fino a quel momento delegate ad altri (quando si soffre, lo star bene dipende da qualcun altro!), e restituirla nella sua completezza. Negli ambienti di vita comune, comprese le famiglie, c’è tanta gente arrabbiata e appesantita dal rancore. Inutilmente. Gli studi ci dicono che chi è incline al perdono, come attitudine quotidiana e non straordinaria, riferisce minori livelli di stanchezza e depressione, è più ottimista, ha più speranza, e contemporaneamente è più libero da quei vissuti psichici negativi che spesso monopolizzano la mente di chi soffre. Chi non vorrebbe un ambiente di vita comune dove ciascuno è “leggero” e dona leggerezza all’altro?
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I religiosi e i soldi

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Una delle nostre discussioni più frequenti in comunità riguarda la gestione economica individuale e la proposta di alcune di noi di creare degli spazi dentro casa a cui si possa accedere senza dover attendere il momento dei pasti comuni. Una religiosa


La domanda entra in un campo che non è direttamente di mia competenza, però mi pare interessante perciò provo a condividere qualche riflessione pratica. Nell’ultimo convegno promosso dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica dedicato al tema “Pastorale vocazionale e vita consacrata. Orizzonti e speranze”, il card. Stella ha parlato di Gesù come di un uomo che “curava i dettagli”. Veramente originale come considerazione! Degli esempi riportati, io ne ricordo solo alcuni: la ricerca della pecora smarrita non accontentandosi che il resto del gregge fosse comunque integro, il recupero dei pezzi avanzati dopo la moltiplicazione dei pani, per non farli sprecare, la cura degli invitati alle nozze di Cana a cui mancava il vino, cosa che potrebbe essere considerata un lusso superfluo… Mi sono tornate in mente queste considerazioni a proposito della questione a cui la religiosa ha accennato e che, a dire il vero, è condivisa in diversi ambienti di vita maschile e femminile, e cioè che rispettare il valore evangelico, come quello della povertà, non significhi necessariamente trascurare aspetti che possano permettere il benessere delle persone, anche quando sono, appunto, dettagli e non cose essenziali. Racconto l’esempio concreto di un religioso economo, il quale mi diceva che ha sempre voluto garantire tutti i comfort possibili alla propria comunità, per evitare che i frati cercassero altrove i piccoli piaceri, quelli semplici, come uno snack, una birra, un po’ di vino ai pasti… e aggiungeva, sorridendo, che la sua comunità è sempre piena, i religiosi non escono volentieri perché trovano tutto dentro le mura domestiche. Insomma la comunità è davvero “ casa”. Laddove le comunità, pur nel rispetto della povertà abbracciata, hanno cura dei membri, facendo in modo che i propri ambienti siano curati, luminosi, belli (quanto è formativa la bellezza!) e possano essere soddisfatti i piccoli desideri ordinari, non rischiano di costringere le persone ad uscire fuori per star bene. La formazione si rivolge al cuore delle persone per far crescere in loro motivazioni profonde alla scelta di vita che stanno compiendo, nelle sue varie espressioni, tuttavia questo non significa che poi debbano essere precisati tutti gli aspetti della vita comunitaria – non sono questi i dettagli curati da Gesù, mi pare – perché, come sappiamo, la vita consacrata/sacerdotale accoglie persone adulte o che comunque vengono aiutate a diventare tali. Privare una persona adulta di un ambiente il più possibile “naturale” credo sia davvero rischioso. Viceversa quando la persona ha a disposizione – senza ansia da “carestia” con conseguente accaparramento dei beni (osservazione che lo stesso economo mi condivideva) – un minimo di autonomia economica e di confort domestico, è più basso il rischio di squilibri. Del resto, credo che ciascuno debba sviluppare una personale sensibilità vocazionale – riguardo a castità, povertà, obbedienza, vita comunitaria – disegnando un proprio quadro all’interno di un’unica cornice carismatica, non troppo ingombrante.
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Uscire dalla comunità

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Nella mia comunità ogni volta che una giovane, peggio se è meno giovane, decide di cambiare strada, c’è l’abitudine di mettere la cosa a tacere e da quel momento non se ne parla più. Questo atteggiamento mi dispiace e mi fa davvero arrabbiare. Una consacrata


Un argomento incandescente! Condivido ciò che lei scrive. Al raduno mondiale per formatori dell’aprile 2015 Francesco ebbe il coraggio e la schiettezza di affrontare proprio l’argomento “uscita” dei giovani che intraprendono un cammino vocazionale. Ricordo che ci fu uno scroscio di applausi, segno che era andato a toccare, al suo solito, un punto nevralgico della formazione. Parlando dei giovani che hanno qualche squilibrio affettivo e che inconsciamente cercano strutture forti di sostegno – ma il discorso si può estendere ovviamente a qualunque situazione di discernimento – disse: «Lì è il discernimento: sapere dire no. Ma non cacciare via: no, no. Io ti accompagno, vai, vai, vai… E come si accompagna l’entrata, accompagnare anche l’uscita, perché lui o lei trovi la strada nella vita, con l’aiuto necessario. Non con quella difesa che è pane per oggi e fame per domani». Mi pare sia veramente raro sentir parlare di questo aspetto, che Francesco in qualche modo inserisce all’interno dell’accompagnamento formativo: non quindi come qualcosa che sta oltre, fuori, o dopo, ma come sua parte integrante! Può accadere, infatti, che la persona che intraprende un percorso vocazionale, si renda conto, anche a distanza di diversi anni, di non sentirsi bene o al proprio posto, e che per iniziativa propria, o del formatore/formatrice, emerga l’opportunità di fare un’esperienza fuori dall’ambiente comunitario, se non di lasciare quello specifico cammino. È un momento delicato, innanzitutto perché si è creato un legame affettivo tra la comunità e la persona, e poi perché c’è stato un investimento di tempo ed economico per offrire studi e competenze, per cui la comunità ha riposto delle attese sulla formazione offerta. Come potrebbe essere affrontato quel momento? Purtroppo l’uscita è spesso considerata come una sorta di tradimento da parte della persona (più che il raggiungimento di una nuova consapevolezza), e di fallimento da parte dell’istituto, della congregazione, o del movimento. Perciò si crea un certo imbarazzo e un conseguente silenzio ovattato: si fa fatica a condividere con gli altri membri della comunità la decisione raggiunta insieme dai formatori con la persona. Fosse anche semplicemente un adeguato saluto. Il congedo diventa frettoloso, e la persona un’estranea. Il tempo dell’inserimento in una realtà completamente nuova, con relative sfide relazionali e lavorative, può diventare un periodo di grande solitudine per lui/lei, e di amarezza per i fratelli e le sorelle che rimangono: hanno “perduto” un pezzo di famiglia senza poter elaborare, come invece sarebbe opportuno, il dispiacere del distacco. Ci sono per fortuna realtà di vita consacrata, come per esempio quella dei Legionari di Cristo, che accompagnano il ragazzo che abbia concluso il proprio discernimento, verso l’uscita dalla realtà comunitaria, affiancandolo non solo durante o immediatamente dopo il distacco, ma anche successivamente, favorendone la continuazione degli studi, se ancora in corso, e l’inserimento nel mondo del lavoro. È veramente umano ed apprezzabile l’impegno a non creare una distanza imbarazzante, né una rottura di legame. Impegno significativo per entrambe le parti, perché maturato negli anni attraverso una condivisione profonda di vita, di supportare la persona, che poi è il vero centro del processo formativo. Papa Francesco ci invita a non fare sempre e solo analisi nefaste sulla zizzania presente nel campo, ma a condividere le esperienze positive che ci sono nella Chiesa: ci incoraggia quando siamo oppressi solo da “brutte notizie” e ci dà la speranza che siano presenti, anche se non li vediamo, segni di grande umanità nelle nostre realtà ecclesiali.
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Quale comunità per il terzo millennio?

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Quale “tipo” di comunità dovremmo offrire ai nostri giovani? Un formatore Le mie consorelle si lamentano che non ho abbastanza attenzioni per loro. In fin dei conti mi pare che si parli di “famiglia” solo quando fa comodo. Una responsabile generale  


Voi avete ragione a riproporre la questione, anzi grazie perché in poche battute si rischia di ridurre ai minimi termini un tema affascinante e complicato. Alla domanda su che “tipo” di comunità, ne aggiungo un’altra: che cosa potrebbero dire di significativo le realtà di vita in comune al terzo millennio? Un giovane in ricerca cosa si aspetta da una comunità religiosa? Penso che quello che colpisce veramente tutti noi sia trovare degli spazi di vita che siano nello stesso tempo “adulti” ed affettuosi. Cerco di spiegarmi. Innanzitutto, usiamo pure l’espressione “famiglia” purché ci intendiamo bene. La famiglia sana è quella in cui i figli crescono, acquistando la giusta autonomia rispetto sia ai genitori, che agli altri membri, fratelli, sorelle... Allora partiamo da qui. In comunità non si prendono distanze fisiche perché spesso si sta insieme per anni ed anni, se non per tutta la vita (una delle “anomalie” che rendono unica l’esperienza di vita insieme verso lo stesso Ideale), ma è comunque necessaria una vicinanza adulta e non adolescenziale o peggio ancora infantile. C’è un obiettivo, Qualcuno che motiva e dà senso al vivere con altri. Non è una combriccola di amici, non è un’azienda e neppure un campo-scuola. È piuttosto un percorso insieme, che ha un altissimo valore in se stesso, ma che non rappresenta propriamente la meta finale. Per questo – mi rivolgo alla responsabile – ha ragione, sono disfunzionali quelle realtà dove ci sono eterni genitori accudenti ed eterni figli, piuttosto che persone con una maturità di base già sviluppata che, in tappe diverse, camminano cercando di portare avanti con altri lo stesso carisma. Ciò che aiuta e consolida questa “alleanza”… ben venga: dalla preghiera comune, ad un’uscita, allo sport condiviso, ai momenti di festa, ad una gita, ad una birra, a momenti per ritrovarsi a due…ma avendo chiaro che c’è qualcosa che sta oltre l’alleanza umana e che quindi dà forma al modo di stare insieme. Manca ancora un pezzo importante. Il Card. Joao Braz De Aviz – in uno dei suoi magnifici ed umanissimi interventi – riferiva allarmato la grande solitudine che aveva riscontrato in diverse realtà vocazionali. Un religioso lamentava tempo fa che c’era stato un grave incidente nella sua famiglia ma, passato il primo momento, nessuno si era preoccupato di domandargli notizie, e questo è triste. Accade anche nelle famiglie naturali e non ci si deve scandalizzare, oggi siamo tutti freneticamente orientati sempre in un altrove. Molte persone lasciano, anche geograficamente, i propri affetti naturali e se non trovano il rispetto, l’ascolto, la stima, la gioia, il sincero interesse reciproco, dentro le proprie case di fede, dubito che possano “sopravvivere”, a meno di soddisfare in altro modo questi sacrosanti bisogni. La rabbia continua, l’abuso di alcol, la pornografia, l’esagerazione apostolica, l’intransigenza, il distacco…sono indici di qualche squilibrio affettivo che spesso è favorito da ambienti dove è basso il livello relazionale, perché c’è molto individualismo e si trascura l’attenzione personale. Allora mi sta bene la metafora della famiglia per le realtà di vita in comune, se però la usiamo come modello di rapporti sani, non “appiccicosi”, che aiutano le persone a crescere, ad assumersi la responsabilità della vocazione e del suo carisma e come modello di un clima affettuoso dove si sta volentieri, perché ci si sente “a casa”.
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